E se la maggior parte delle persone amasse la violenza? | Brian Martin

Nonostante anni di sforzi e sacrifici da parte di milioni di persone, non c’è stato uno spostamento in massa verso la nonviolenza. Forse è necessaria una migliore comprensione del lato oscuro della specie umana.


Marinai cantano l’inno nazionale a Seattle durante i giochi NFL[1] per il Military Appreciation Day[2] (Wikimedia/U.S. Navy Mass Communication Specialist 2nd Class Lawrence Davis)

Per decenni, ho studiato e promosso l’azione nonviolenta come un mezzo per contribuire a creare un mondo migliore. Sebbene ci siano segni di speranza, gli ostacoli restano enormi. Per esempio, i militari sembrano più potenti che mai e il nazionalismo non sta scomparendo. La capacità degli esseri umani di danneggiare se stessi e l’ambiente è spaventosa. Si pensi solo ai bambini soldato, alla tortura e ai cambiamenti climatici.

Siccome i problemi sembrano così grandi, ho cercato a lungo di approfondire ciò che gli attivisti contrastano, comprese forze trainanti profondamente radicate. Recentemente, mi sono messo in contatto con Steven James Bartlett, filosofo e psicologo che ha dedicato la sua carriera a indagare le caratteristiche disfunzionali del pensiero e del comportamento delle persone “normali”. Uno dei suoi libri, The Pathology of Man: A Study of Human Evil (La patologia dell’uomo: uno studio sul male umano), offre delle valutazioni sorprendenti, che credo siano importanti per la nonviolenza.

The Pathology of Man, uscito nel 2005, è il risultato di un immersione decennale in scritti e ricerche sul male umano. Per essere chiari, la parola “uomo” nel titolo si riferisce al genere umano, non solo ai maschi, e, nel considerare il “male”, Bartlett ne sviluppa una definizione scientifica piuttosto che religiosa. Per lui, il “male” si riferisce alla capacità dell’uomo di nuocere e distruggere altri uomini, altre specie e l’ambiente, che sostiene tutte le forme di vita.

The Pathology of Man è un’opera monumentale, che indirizza un ampio spettro di scritti e di testimonianze correlate alla psicologia e al comportamento umani. Bartlett prende in esame le idee di psichiatri come Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, il lavoro del matematico e ricercatore sulla pace Lewis Fry Richardson, le osservazioni dell’etologo Konrad Lorenz, e molti altri, oggi meno conosciuti. Egli esamina testimonianze di genocidi (specialmente dell’Olocausto), guerre, terrorismo e distruzione ecologica.

La conclusione di Bartlett è cruda e inquietante. Egli afferma che gli esseri umani sono “patogenici”, cioè distruttivamente nocivi, verso se stessi e l’ambiente. La caratteristiche patologiche del pensiero e del comportamento umano rendono possibili la violenza, la crudeltà e la distruzione ecologica.

Leggendo le numerose testimonianze e le attente argomentazioni di The Pathology of Man, ho pensato che le idee di Bartlett meritassero maggiore attenzione. Il libro non ebbe un grande impatto quando fu pubblicato più di dieci anni fa, in parte perché il suo messaggio è così inquietante. Eppure, per essere più efficaci nel produrre un cambiamento positivo, è prezioso capire il lato oscuro del genere umano. Ispirato dallo studio di Bartlett sul male, presento qui alcuni approfondimenti di interesse per gli attivisti nonviolenti.

Lezioni dall’Olocausto

L’Olocausto non fu il genocidio più micidiale o più rapido, ma è quello meglio documentato. È utile ricordare che la Germania, negli anni ’30 e ’40, era una delle culture più “civilizzate” al mondo, con tecnologie avanzate e artisti e intellettuali d’avanguardia.

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Sembra che, nella Germania nazista, resistere attivamente al male fosse fuori dalla norma.

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Bartlett esamina testimonianze sulla psicologia delle persone in Germania durante il genocidio, considerando cinque gruppi: i capi, i medici, gli spettatori, i ricusanti e i resistenti. I capi nazisti organizzarono l’Olocausto, eppure, nonostante supervisionassero azioni orrende, la maggior parte di loro era normale psicologicamente. Allo stesso modo, la maggior parte dei medici coinvolti nel genocidio era normale psicologicamente – anzi, molti erano cittadini modello nella vita privata. Gli spettatori erano quei tedeschi che sapevano delle uccisioni ma non facevano niente. Essi costituivano la maggioranza della popolazione, con le stesse varianti psicologiche.

Poi c’erano i ricusanti. Quando gli uomini erano chiamati ad unirsi alle squadre della morte, essi potevano rifiutarsi di partecipare, e c’erano pene lievi per chi decideva di uscire. Eppure, la maggior parte di questi novellini decideva di rimanere, in apparenza preferendo la conformità nell’uccidere alla non conformità nel rifiutare. Infine, c’erano i resistenti – coloro che si opponevano attivamente al genocidio. Erano una piccola minoranza.

La conclusione di Bartlett da questi (e da molti altri) fatti è che la maggior parte di coloro che partecipano o tollerano il male è normale psicologicamente. Sembra che, nella Germania nazista, resistere attivamente al male fosse fuori dalla norma.

Hannah Arendt, scrivendo di Adolf Eichmann, uno degli organizzatori dell’Olocausto nazista, introdusse il famoso concetto della “banalità del male”. Bartlett sostiene che il problema è più ampio e fa riferimento al “male della banalità”.

Secondo Bartlett, l’assassinio di massa sfrutta il piacere che gli esseri umani hanno nell’uccidere gli altri. Ciò si collega al processo psicologico della proiezione, in cui gli aspetti negativi della propria psiche sono negati e attribuiti, invece, agli altri, che quindi possono essere attaccati. Nella violenza collettiva, la proiezione è alleata al bisogno umano di conformarsi al proprio gruppo. Il gruppo esterno, o il nemico, diventa la personificazione del male ed è visto come meritevole di un trattamento estremamente ostile, mentre il proprio gruppo è visto come innocente e farne parte è gratificante.

Il ten. col. Dave Grossman solleva una notevole argomentazione contraria nel suo libro del 1995 On Killing (Sull’uccidere). Egli indica uno studio militare, secondo cui, durante la II guerra mondiale, molti soldati americani al fronte non sparavano al nemico, anche se erano in pericolo. Da molti conflitti precedenti, Grossman ha trovato testimonianze della stessa riluttanza ad uccidere, concludendo che c’è “nella maggior parte degli uomini una forte resistenza a uccidere i propri simili”. Questo è vero specialmente nei combattimenti al fronte – uccidere a distanza, per esempio usando l’artiglieria o i bombardamenti aerei, genera una repulsione molto minore.

Inoltre, come nota Bartlett, Grossman ha riportato che l’esercito USA ha sviluppato nuove tecniche di addestramento, con l’uso del condizionamento operante, che assicurano che quasi tutti i soldati uccidano, portando ad un aumento drammatico dei casi di PTSD[3] fra i veterani. Molti di questi metodi – come videogiochi violenti che associano l’uccidere al piacere – sono ampiamente usati in tutta la società USA, influenzando bambini e adulti.

La guerra come “patologia funzionale”

Bartlett cita ampie testimonianze che coloro che partecipano alla guerra e la sostengono sono in gran parte normali. Le sue osservazioni evidenziano caratteristiche delle emozioni umane e dei sistemi sociali che potrebbero essere familiari ai pacifisti militanti, ma che sono rivelatrici se inserite nel contesto di uno studio sul male

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La guerra è come una malattia che molti non vogliono curare perché procura grandi soddisfazioni psicologiche

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Oltre ad esaminare i fattori psicologici che favoriscono la guerra, Bartlett considera anche i fattori che impediscono alle persone di resistere alla guerra. La sua conclusione è che le guerre e i combattimenti continuano perché la grande maggioranza sceglie di non fare niente di diverso. Si considerino, ad esempio, le guerre in Afghanistan negli ultimi decenni, almeno dall’invasione sovietica del 1979. Da allora, la maggioranza dei cittadini nei paesi coinvolti – fra cui Pakistan, URSS, USA, Regno Unito e molti altri – non ha fatto particolari sforzi per fermare la guerra. La maggior parte va avanti nei suoi ruoli abituali: solo pochi si impegnano in proteste contro la guerra.

Osserva Bartlett: “Se gli uomini e le donne desiderassero la pace, investirebbero risorse consistenti per promuovere la causa della pace, ma nessun paese al mondo assegna una parte significativa del bilancio statale a studiare modi per favorire la pace”. Si potrebbe anche aggiungere che i bilanci della difesa sono enormi, mentre ci sono solo fondi minimi per le azioni nonviolente. Poche persone si interessano ai bilanci della difesa o dedicano tempo a esplorare alternative nonviolente. È proprio questa compiacenza che permette che il male della guerra continui.

La conclusione di Bartlett è che la guerra è una “patologia funzionale”. In altre parole, è come una malattia che molti non vogliono curare perché, quando scoppia, procura grandi soddisfazioni psicologiche. Per i soldati, c’è una intensa esperienza di legami umani, così forte che molti ricordano i combattimenti come la parte più significativa della loro vita. La guerra può avere un significato anche per quelli sul fronte interno. Partecipare ad una causa mette in ombra la monotonia della vita quotidiana e la sostituisce con qualcosa di più drammatico ed urgente.

I pacifisti militanti si sono confrontati a lungo con il potere del patriottismo. È una forza psicologica apparentemente immune ad argomenti razionali e l’etichetta “anti-patriottico” è il massimo insulto. Il patriottismo dà modo di fondersi col tutto, di rinunciare alle proprie responsabilità e di riporre la propria fiducia in un potere più grande. Il collegamento fra patriottismo e violenza organizzata è uno dei maggiori ostacoli psicologici alla fine delle guerre.

Esperienze sostitutive di violenza – fra cui video giochi violenti, film di guerra, eventi sportivi violenti e persino le notizie di cronaca – procurano soddisfazione alla maggior parte delle persone. A molti piace guardare scene di violenza mortali, lo trovano eccitante o soddisfacente, specialmente quando sono i cattivi ad avere la peggio. Pochi sono tanto disgustati da distogliere lo sguardo. Rappresentazioni fittizie di violenza, dai cartoni animati ai film gialli, sono considerate eccitanti e stimolanti, non ripugnanti.

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Che dire di coloro che consentono l’ascesa e la perpetuazione di istituzioni che sfruttano e amplificano alcune dei lati peggiori del comportamento e del pensiero umano?

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La guerra fornisce una via di uscita dalla moralità di tutti i giorni. I capi religiosi predicano la santità della vita, ma pochi fanno qualcosa per resistere al sistema bellico, rivelando come i principi morali possano essere compromessi per consentire la preparazione della violenza di massa. Bartlett conclude che la guerra “è una delle espressioni più evidenti del male umano”, perché causa danni enormi, giustifica uccisioni senza pena, sospende la compassione, favorisce l’odio e la crudeltà ed è una fonte di significato e di gratificazione.

C’è chi sostiene che – specialmente prima dello sviluppo dell’agricoltura e dell’industria – molte società umane sono state capaci di vivere in armonia fra loro e con l’ambiente. La distruttività dell’uomo è dunque, in primo luogo, il risultato delle istituzioni sociali attuali, fra cui gli stati, gli eserciti e le grandi aziende?

Bartlett riconosce che ci sono numerosi esempi che dimostrano la capacità dell’uomo di fare il bene. La sua posizione è che c’è anche una diffusa capacità di fare il male. Alcune istituzioni sociali, come gli eserciti, sembrano progettate per sfruttare e facilitare questa capacità. Si potrebbe quindi chiedere che dire di coloro che consentono l’ascesa e la perpetuazione di istituzioni che sfruttano e amplificano alcuni dei lati peggiori del comportamento e del pensiero umano?

Ci sono alternative pronte o rimedi semplici?

Bartlett non propone alcuna soluzione al problema del male umano, in parte perché non vuol dare false speranze. Infatti, in modo provocatorio, sostiene che la speranza fa parte del problema, perché fa in modo che la gente eviti di riconoscere l’immensità della sfida.

La lezione centrale dello studio di Bartlett è che la capacità di essere crudele e violento è profondamente radicata nel pensiero e nel sentimento umano. La guerra e la violenza procurano molte soddisfazioni profonde a persone che sono normali psicologicamente; e non ci sono alternative pronte. Non ci sono rimedi semplici; è verosimile che nemmeno la promozione della nonviolenza possa essere efficace a breve termine.

All’inizio degli anni ’80, quando fui coinvolto per la prima volta in un gruppo che sosteneva alternative nonviolente al servizio militare, immaginavo che sarebbe stato possibile un progresso significativo, anche se riconoscevo che le istituzioni sociali sono molto radicate. Oggi come allora, nonostante gli sforzi di molti militanti impegnati, i militari sembrano ampiamente accettati e le alternative lontane.

In gran parte, l’accettazione di sistemi basati sulla violenza è diffusa a causa dell’indottrinamento, che ci fa considerare necessaria la divisione del mondo in stati, ciascuno con un governo centrale che usa la forza per mantenere il potere. L’indottrinamento comprende l’accettazione, e spesso la passione, della guerra per sconfiggere coloro che sono designati come “nemici”. Importante è anche la costante attenzione alla violenza nei notiziari e nell’intrattenimento.

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Chi lotta contro i sistemi del male dovrebbe essere psicologicamente diverso dalla norma ed essere intelligente moralmente.

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Ci sono diverse possibilità per favorire lo sviluppo di atteggiamenti e valori diversi. Una è intervenire per creare un diverso sistema dei media, che contrasti il nazionalismo, il dominio sulla natura, la creazione dei nemici e la violenza come soluzione. Ci sono state molte iniziative meritevoli, ma la sfida di creare alternative su ampia scala – dall’educazione dei figli ai riti che onorano i contributi alla società – è immensa.

Una lezione della storia è che non basta persuadere la gente che la guerra e la violenza sono cattive. La conoscenza e la logica non sono sufficienti. Se lo fossero, gli orrori della guerra e la devastazione di una futura guerra nucleare sarebbero più che sufficienti a spingere le masse ad unirsi ai movimenti pacifisti. Tutto quello che serve sarebbe ammonire la gente che una guerra nucleare potrebbe eliminare la maggior parte della popolazione mondiale. Tuttavia, nonostante gli avvertimenti, a partire dai primi anni ’80, che una guerra nucleare potrebbe innescare un devastante “inverno nucleare” a livello mondiale, la maggior parte delle persone non fa niente di speciale contro gli arsenali nucleari.

La consapevolezza degli effetti dannosi della violenza è sufficiente solo a convertire poche persone a rifiutarla. Secondo l’analisi di Bartlett, ciò implica che chi lotta contro i sistemi del male dovrebbe essere diverso dalla norma, grazie a una maggiore intelligenza morale. Oltre a discernere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, questo significa avere la capacità di unire ragione ed emozioni per fare il bene. Le persone moralmente intelligenti devono essere capaci di agire contro autorità oppressive invece di seguire la massa. Devono essere disposte a fronteggiare persecuzioni.

Invece di fare alla gente solo discorsi sulla nonviolenza, può essere più efficace dimostrargliela con l’azione. Gli attivisti sanno da tempo che la partecipazione all’azione sociale è un modo potente per forgiare l’impegno. Gli studiosi dei movimenti sociali hanno dimostrato che le persone che si uniscono ai gruppi di attivisti perché invitate da un membro sono di più di quelle che lo fanno per indignazione morale. Ciò significa, essenzialmente, fare affidamento sul comune bisogno umano di unirsi agli altri. Va bene, ma non basta ancora, perché i sistemi basati sulla violenza, come gli eserciti, usano le stesse tecniche e dispongono di risorse molto maggiori.

Le scuole promuovono lo sviluppo intellettuale, ma non ci sono istituzioni che aiutino sistematicamente le persone a raggiungere forme più avanzate di sviluppo morale – quelle che comportano il guardare oltre il proprio interesse e oltre l’attaccamento alle organizzazioni, agli stati e alla nostra specie. La sfida per i sostenitori della nonviolenza è sviluppare forme di apprendimento tramite la pratica che favoriscano lo sviluppo morale. Per esempio, sarebbe utile studiare se l’addestramento e la pratica ampia di azioni nonviolente facciano sì che i partecipanti, in altre circostanze, siano più compassionevoli verso gli altri e la natura.

Che cosa si può fare per contrastare la soddisfazione che molti hanno nel partecipare alla violenza, direttamente o per sostituzione, e la disponibilità di molti a tollerare l’esistenza di sistemi sociali e tecnologici progettati per portare morte e distruzione? Quasi sicuramente, la nonviolenza è una parte della risposta. Partecipare ad azioni nonviolente può procurare grandi soddisfazioni psicologiche e può essere un’alternativa al richiamo della violenza. Tuttavia, nonostante la dedizione e il sacrificio di milioni di persone nel corso degli anni, non c’è ancora stato uno spostamento in massa verso l’impegno a rifiutare i sistemi violenti in favore dell’azione nonviolenta.

Gli strateghi della nonviolenza enfatizzano l’importanza dell’innovazione, di sperimentare nuovi metodi di lotta. A questo bisogna aggiungere una più ampia ricerca di metodi innovativi per ampliare la partecipazione alla sfida al male umano e ai sistemi costruiti su di esso.


Brian Martinè professore emerito di scienze sociali all’Università di Wollongong, Australia e vice presidente di Whistleblowers Australia. È autore di 18 libri e di centinaia di articoli su dissenso, nonviolenza, controversie scientifiche, democrazia e altri argomenti.


3 maggio 2019, Waging Nonviolence

Traduzione di Franco Malpeli per il Centro Studi Sereno Regis


[1]National Football League: lega professionistica statunitense di football americano (NdT)

[2]Giorno dell’apprezzamento dei militari: in USA, qualsiasi evento con lo scopo di esprimere apprezzamento per gli uomini e le donne in servizio militare. (NdT)

[3]PTSD: Post-Traumatic Stress Disorder, (disturbo da stress post-traumatico): insieme delle forti sofferenze psicologiche che conseguono ad un evento traumatico, catastrofico o violento. È denominato anche nevrosi da guerra (NdT da Wikipedia).

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