Cambiamenti climatici. Tra facili allarmismi e pericolose sottovalutazioni | Recensione di Cinzia Picchioni

Augusto Spuri, Cambiamenti climatici. Tra facili allarmismi e pericolose sottovalutazioni, Claudiana, Torino 2018, pp. 148,€ 14,90

Linguaggio militare

Bombe d’acqua, nebbia killer, «La montagna non perdona» e via «guerreggiando»…; inizia con una riflessione sul linguaggio l’autore del libro presentato questa settimana. E ne sono lieta (per quello che conta…). Aggiungo anche – invece – un pensiero per gli animali e le piante. Si sente dire, nelle cronache di eventi naturali come incendi o sismi: «nessun danno a persone o cose» per rassicurare? (mi chiedo), come se, allora, non fosse successo niente. E gli animali? E le piante? Vuol dire che le due categorie citate – persone e cose – sono più importanti e degne di attenzione rispetto ad altri esseri viventi? Quando sento o leggo «nessun danno a persone o cose» io non mi tranquillizzo (be’ un po’ sì, sono contenta che non siano morte delle persone…), ma penso subito – soprattutto nel caso di un bosco andato a fuoco (magari per mano di una «persona») – alle centinaia di uccelli, insetti, talpe, lepri, topi, scoiattoli, porcospini, serpenti, caprioli, volpi, cinghiali, pipistrelli… che lo abitavano e che non sono riusciti a scappare.

Per non parlare di erbe, arbusti, fiori, alberi e cespugli… che non possono neppure tentare di scappare.

Perché – a proposito di linguaggio – non si può dire «nessun danno a persone e cose, molti danni a piante e animali: si stima che tot (una cifra ipotizzata che si può agevolmente calcolare) animali e tot metri quadri di bosco/sottobosco siano stati eliminati dalla faccia della Terra»?

Finita la polemica, riprendo con l’analisi del libro (che comunque prosegue non considerazioni sul linguaggio). Quello comunemente utilizzato per notizie che riguardano eventi climatici è considerato dall’autore «scorretto da un punto di vista scientifico ma anche ingannevole e pericoloso, in quanto tende a deresponsabilizzare le persone: di fronte alla potenza della natura che cosa possiamo fare?» (p. 5).

E invece no. Possiamo.

Possiamo non viaggiare (o almeno andare piano/pianissimo) se c’è la nebbia, la neve; possiamo non costruire case accanto ai torrenti; possiamo non cementificare i litorali marini e via così, rispettando la natura (invece di chiamarla «assassina» quando spazza via uno stabilimento balneare troppo vicino alla battigia – e magari costruito abusivamente…).

Ancora cambiamenti climatici???

Al di là del titolo in copertina, «Nel libro non troverete risultati di nuove ricerche sui cambiamenti climatici, ma soltanto alcune considerazioni sull’analisi corretta dei dati già esistenti che permetta di evitare facili allarmismi, così come pericolose sottovalutazioni» (p. 7).

Il tutto organizzato secondo un preciso schema «scientifico». Tutti i dati, infatti, provengono da «pubblicazioni di enti prestigiosi che dichiarano sempre come sono stati ricavati e trattati i valori sottoposti a ricerca. […] Gli argomenti saranno trattati in maniera il più possibile scientificamente corretta ma discorsiva e semplificata […]» (pp. 8-9). Ecco qui sotto una specie di Indice per orientarsi (e semmai «saltare» ciò che sappiamo già).

Capitolo per capitolo

Cap. 1 Meteorologia/Previsioni

Cap. 2 Climatologia/effetto serra/Buco nell’ozono

Cap. 3 Cambiamenti climatici

Cap. 4 Controllo dei cambiamenti climatici/Protocollo di Kyoto/Accordo di Parigi

E i grafici? E le tabelle? E i diagrammi (che di solito ti fanno passare la voglia di leggere per quanto sono incomprensibili)? L’autore ci rassicura: «saranno utilizzati solo grafici di immediata comprensione» (p. 9). Vediamo subito se è vero.

Effettivamente… il libro è arricchito di una dozzina di facili tabelle, più un inserto a colori con diagrammi e foto numerati (così quando si trova il riferimento nel testo è facile andare a vederli): da una capannina meteorologica all’uragano Katrina, passando dal Lago di Tiberiade che sembra la Calabria, e che infatti è anche chiamato mare di Galilea.

Perché c’è una foto del Lago di Tiberiade, chiederete voi? La risposta è nel capitolo sulla meteorologia, al paragrafo 1.8: La meteorologia nella Bibbia, una bella raccolta di citazioni, passi, versetti e dati in cui si parla del tempo atmosferico nel Nuovo e nel Vecchio Testamento, «dai quali emerge con chiarezza che l’osservazione del cielo e le previsioni meteorologiche che da essa si potevano trarre avevano una notevole rilevanza nella vita pratica e, come vedremo, nella vita spirituale e di fede del popolo d’Israele» (p. 48).

Al proposito c’è una foto di Gerusalemme sotto la neve… poiché il Signore «[…] manda la neve come lana, sparge la brina come cenere. Egli getta il suo ghiaccio a pezzi; e chi può resistere al suo freddo? Egli manda la sua parola e li fa sciogliere; fa soffiare il suo vento e le acque corrono» (p. 53). Queste, e parole come queste – bellissime, tratte dal Salmo 147, 16-18 – troviamo qui e là nel paragrafo 1.8, che mira a far comprendere meglio la meteorologia: anche se i fenomeni atmosferici sono imprevedibili, superino la capacità di comprensione e conoscenza umane e siano presi come misura della finitezza umana, ciò non vuol dire che siano abbandonati al caso «ma sono soltanto nelle mani di Dio. […] per questi antichi credenti tutto, anche i fenomeni meteorologici, serve da insegnamento all’umanità […] limitata, impotente ma spesso orgogliosa» (pp. 53-54).

E i moderni credenti?

La riflessione si conclude con una domanda che resta aperta (sono le mie preferite!): «La scienza, compresa la meteorologia, può sondare più in profondità della teologia […] le meraviglie della natura e la sapienza con cui sono regolate. Lo studio delle leggi che controllano il formarsi delle nubi, lo spirare dei venti, la caduta della grandine e della pioggia o qualunque altro fenomeno meteorologico conduce dunque il credente a una crescente consapevolezza della bellezza della natura ma anche della sapienza di Colui che l’ha creata. Può servire anche a questo la meteorologia?» (p. 54).

Un riassunto semplice potrebbe servire come risposta affermativa: non guardo le previsioni per controllare gli eventi, ma per sapere dove non costruire una casa o per capire che è meglio non interrare l’alveo di quel torrente, per evitare catastrofi – annnunciate – di cui dare la colpa alla «natura matrigna». Macché matrigna! Tua madre ti aveva avvertito: «Porta l’ombrello perché pioverà», tu non l’hai ascoltata e ti sei preso il raffreddore!

Mitakuye Oyasin

Partiamo da questo presupposto: «Tutto è collegato» (in lingua lakota Mitakuye Oyasin), un’intuizione dei Nativi che – vivendo a stretto contatto con la natura – hanno visto che è così. Grazie allo studio, alla scienza, alla meteorologia si scopre un’incredibile conferma dell’originaria intuizione: 27,7 milioni di tonnellate di sabbia sono trasportate, ogni anno, dalle correnti atmosferiche, tra il Sahara (in Africa) e l’Amazzonia* (in Sudamerica). Perché? Il libro lo spiega: quel pulviscolo che attraversa l’Oceano Atlantico contiene nutrienti (ferro, azoto, fosforo) che fertilizzano il bacino amazzonico. Studiando e analizzando gli effetti della polvere sul clima si è visto che «circa 22.000 tonnellate di fosforo si depositano ogni anno in Amazzonia, più o meno la stessa quantità persa a causa del dilavamento meteorico. Insomma, i minuscoli granelli di sabbia compiono un viaggio di migliaia di chilometri ad alta quota per finire con il fertilizzare terre che si trovano in un altro continente: è proprio vero che l’atmosfera è un ottimo esempio di globalizzazione!» (pp. 34-35.

* «La foresta pluviale tropicale più grande del mondo che si estende per lo più in Brasile, ma interessa anche la Colombia, il Perù, il Venezuela, l’Ecuador, la Bolivia, il Suriname, la Guyana e la Guyana Francese. Agli inizi degli anni Quaranta del secolo scorso l’Amazzonia aveva un’estensione di circa 7 milioni di chilometri quadrati; oggi si è ridotta a circa 5,5 milioni di chilometri quadrato, con una riduzione del 20%» (p. 96). Cause? Legname+carne+agricoltura intensiva (per nutrire gli animali da macello!).

Microcosmo/macrocosmo

Per proseguire sulla scia del «Tutto è collegato», ero indecisa se intitolare questo paragrafino «Microcosmo/Macrocosmo» o «Ermete Trismegisto». Così ho scelto di usarli entrambi.

«Ciò che è in basso è come ciò che è in alto

e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli della cosa una.

[…] Il Sole è suo padre, la Luna è sua madre,

il Vento l’ha portata nel suo grembo, la Terra è la sua nutrice.

Il padre di tutto, il fine di tutto il mondo è qui» [Ermete Trismegisto]

«I tornado ruotano in senso antiorario nell’emisfero boreale, e in senso antiorario nell’emisfero australe. […] quello che accade quando riempiamo il lavandino e poi togliamo il tappo: se siamo in Italia o in qualunque altro posto dell’emisfero boreale, l’acqua defluirà ruotando in senso antiorario intorno al buco, ma se siamo in Australia, o altrove nell’emisfero sud, l’acqua scorrerà in senso orario» (p. 37).

Forse non tutti sanno che…

A casa dei miei genitori c’era sempre «La Settimana Enigmistica» (e una matita) sul tavolino del bagno, così ricordo bene i titoli delle rubriche, una delle quali – Forse non tutti sanno che… – riporta notizie curiose e inedite da ogni parte del mondo. Ecco perché racconto qui, sotto questo titoletto e prendendola dal libro presentato, la vicenda del lago d’Aral, certa che non tutti/e la conoscano.

Fino a 60 anni fa era il 4° lago più grande della Terra e ora è un cimitero di navi arrugginite (come si può vedere tra le immagini a colori, alla figura 12). La causa dell’inaridimento è stata una siccità o una tempesta? No. È stato l’uomo. Alla fine degli anni Cinquanta l’Unione Sovietica trasformò in piantagioni di cotone le pianure uzbeke, così si dovette creare una rete di irrigazione deviando le acque… e alla fine il lago fu prosciugato. A causa di questo il lago non poté più mitigare il clima circostante, che si fece torrido in estate e gelido in inverno; tempeste di sabbia e pulviscoli con sostanze tossiche (diserbanti, fertilizzanti chimici, pesticidi usati nelle coltivazioni) «hanno reso quello che rimane del lago e una estesa area intorno […] inadatta alla vita» (p. 91). Non solo sono scomparsi i pesci e diminuiti di molto gli animali che vivevano intorno al lago, ma sono aumentate le malattie respiratorie e renali nelle popolazioni locali. «Il prosciugamento del lago d’Aral è considerato uno dei più grandi disastri ambientali della storia causati dall’uomo» (p. 91).

E noi prepariamo i prossimi (disastri) continuando ostinatamente a sparare neve artificiale sulle piste da sci, dove continuiamo ostinatamente a voler sciare anche se non nevica…

… ma tutti dovrebbero sapere che…

Molto onesto, l’autore – conoscitore e «praticante» della meteorologia – ci mette in guardia e contemporaneamente ci spiega perché i dati, i numeri e i pareri dei climatologi cambiano e a volte si contraddicono: i parametri sono molti, gli elementi di cui tenere conto moltissimi, e i metodi di rilevazione non sempre univoci e attendibili. Ma su una cosa è sicuro: «Quello che possiamo dire ora è che dobbiamo assolutamente diminuire l’impatto ambientale delle attività umane. Domani potremmo anche scoprire che l’intensità delle precipitazioni non è aumentata, ma questo non ci salverà se continuiamo a cementificare il letto dei fiumi e i litorali o a distruggere i boschi in maniera indiscriminata» (p. 121).

Dunque? Sappiamo che: le misurazioni sono così varie e influenzate da così tanti fattori che non stupisce il disaccordo tra scienziati, tra meteorologi, tra ricercatori, tra statistici… e Stati!; il fattore umano (la crescita demografica col suo impatto) è troppo imprevedibile per poterne tenere conto nelle previsioni/proiezioni; gli Accordi – oltre a non affrontare la questione dell’inquinamento dovuto alle emissioni degli aerei (!!!) – sono ratificati e poi ripensati, gli Stati li firmano ma poi non li applicano; la discussione «riscaldamento sì/riscaldamento no» e «cambiamenti climatici? Ci sono sempre stati, non è un vero problema…» continua quotidianamente, e non se ne viene a capo; e «[…] le regole imposte dagli Accordi sono addirittura troppo blande: bisognerebbe avere il coraggio di fare molto di più» (p. 133). «Ma allora???

Allora:

«A chi dice […] che non ci sono prove concrete che il riscaldamento globale sia di origine antropica […] o […] che la componente antropica sia trascurabile e che quindi si tratterebbe solo di un normale ciclo climatico, rispondo che alla fine […] cambia poco. Gli effetti dei cambiamenti climatici non cambiano se cambiano le cause. Le alluvioni non faranno meno danni […], le mareggiate continueranno […] a distruggere le coste troppo urbanizzate […]. Continuiamo pure a fare le ricerche sui cambiamenti climatici, ma forse non dobbiamo aspettare una risposta certa alla questione di quale sia il contributo naturale e quale quello antropico del riscaldamento globale. […] se il contributo antropico fosse piccolo rispetto a quello naturale, non vedo la ragione per […] non […] prendere adeguate contromisure per limitarne gli effetti, anche perché almeno su questi possiamo agire» (pp. 141-142).

Bene! Io ho avuto delle indicazioni. E voi?

L’autore

Augusto Spuri si è occupato di climatologia, meteorologia, inquinamento atmosferico, nuove strumentazioni e metodologie di misura; ha diretto il Reparto Sperimentazioni di Meteorologia Aeronautica di Vigna di Valle**.

** (Roma): il Centro Tecnico per la Meteorologia (CTM), sul lago di Bracciano, è l’ente in cui è stata recentemente riconfigurata l’attività centenaria (dal 1910) del Reparto Sperimentazioni di Meteorologia Aeronautica (ReSMA) relativa a studio e verifica sperimentale della strumentazione meteorologica.

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