«Terra contaminata, scuole chiuse: a Brumadinho regna il caos» | Claudia Fanti

Brasile. A due mesi dal tragico crollo della diga di scarti minerari (212 morti, 93 dispersi) la società Vale verso l’impunità. Parlano Moisés Borges e Letícia Oliveira, attivisti del il movimento brasiliano che lotta per i diritti delle comunità colpite dai progetti idroelettrici

Al loro arrivo in Italia, Moisés Borges e Letícia Oliveira, entrambi del Mab, il movimento brasiliano che lotta per i diritti delle comunità colpite dai progetti idroelettrici, sono stati raggiunti da due tragiche notizie: il 22 marzo la coordinatrice regionale del movimento Dilma Ferreira Silva è stata assassinata a Tucuruí, in Parà, e lo stesso giorno il fiume di fango tossico proveniente dal cedimento, il 25 gennaio scorso, della diga di scarti minerari della compagnia brasiliana Vale a Brumadinho, in Minas Gerais, ha raggiunto il fiume São Francisco, unica fonte d’acqua per 14 milioni di brasiliani.

IN VISITA IN EUROPA allo scopo di denunciare il caso della Vale, i due esponenti del Mab hanno parlato con noi del disastro di Brumadinho, dove è salito a 212 il bilancio dei morti, con ancora 93 dispersi.

«Le famiglie – spiega Letícia Oliveira – chiedono più rapidità nel recupero e nell’identificazione delle vittime, ma hanno enormi difficoltà ad accedere alle informazioni. Non sanno neppure se le operazioni andranno avanti fino a quando non sarà stato trovato anche l’ultimo corpo». E intanto, aggiunge Moisés Borges, «a Brumadinho si può usare solo acqua in bottiglia, non si può produrre nulla perché la terra è contaminata, la scuola è chiusa e regna il caos. Stiamo vivendo uno scenario di guerra».

IL PROBLEMA PIÙ GRAVE ora è proprio quello dei fanghi tossici. «Il fiume São Francisco – continua Letícia – attraversa cinque stati passando per un’area molto arida. Dove, non avendo altra fonte idrica, la gente utilizzerà acqua contaminata, andando incontro a disturbi respiratori e intestinali e a problemi alla pelle come già avvenuto nella regione del Rio Doce dopo il disastro di Mariana».

In questo quadro, la giustizia appare oggi un miraggio. «A causa delle pressioni popolari – evidenzia Moisés – la Vale si è vista obbligata a firmare un accordo emergenziale con le vittime che la impegna a versare un salario minimo a tutti gli abitanti di Brumadinho per un anno e a sottoscrivere un accordo di riparazione integrale quando sarà chiara l’entità della contaminazione. Ma, a due mesi dal disastro, l’impresa non ha ancora versato un real. E anche coloro che in un primo momento erano stati arrestati sono stati rimessi in libertà». Del resto, «lo Stato ha tutto l’interesse che la Vale rimanga impunita, considerando che tra gli azionisti dell’impresa figurano la Previ, ossia la cassa previdenziale dei funzionari del Banco do Brasil, il Banco Bradesco e il Banco Nacional de Desenvolvimento Econômico e Social».

Gli chiediamo dell’atteggiamento assunto dal governo. Bolsonaro – ci ha risposto – dice che il governo federale «non ha nulla a che vedere» con quella che ha definito «la questione Vale». E da parte sua il ministro dell’Ambiente Ricardo Salles ha dichiarato, in riferimento a Brumadinho, che «l’eccesso di burocrazia nei controlli ambientali non risolve il problema».

L’ESEMPIO DEL DISASTRO di Mariana avvenuto appena nel 2015 non autorizza, del resto, a nutrire molte speranze: «Nessuno – ci dice Letícia – è stato ancora punito per il crollo delle due dighe della società mineraria Samarco (di proprietà della Vale e dell’angloaustraliana Bhp Billiton). Ed è stata proprio l’impunità di tale crimine a creare le condizioni per questa ulteriore tragedia».
Una tragedia, anche questa, ampiamente annunciata, sottolinea Moisés: «La Vale ha diffuso tra i suoi azionisti un grafico che rivela, negli ultimi 5 anni, una curva ascendente rispetto ai profitti e una curva discendente rispetto ai costi per la sicurezza delle dighe. La sicurezza, per la Vale, è appunto questo: un costo». E non c’è da meravigliarsene, se è vero che, «risorse minerarie ed energia sono viste in Brasile come merci, non come un bene sociale»: «Se il modello fosse sostenibile – prosegue -, la gestione dell’attività mineraria ed energetica sarebbe statale, e con partecipazione popolare».

È proprio al dominio incontrastato delle imprese che si oppone la Campagna globale per la sovranità dei popoli e contro lo smantellamento del potere delle transnazionali, di cui fa parte anche il Mab. «La proposta della campagna – illustra Moisés – è quella di un trattato che vincoli le imprese al rispetto di precise regole in materia di diritti umani e preveda la creazione di una corte internazionale a cui le vittime possano avere un accesso diretto. È già in corso un dibattito nel Consiglio dei diritti umani dell’Onu e chi oppone più resistenza è l’Unione europea, chemira a cambiare così tanti punti da trasformare il trattato in una regolamentazione della violazione dei diritti umani».

L’ULTIMO PENSIERO è per Dilma Ferreira Silva, uccisa insieme al marito e a un altro familiare. «Non sappiamo ancora cosa sia successo – dice Moisés – ma questa nuova tragedia indica come, di fronte al discorso d’odio di questo governo, ogni giorno che passa il Brasile diventi un luogo sempre meno sicuro per i difensori dei diritti umani».

Fonte: il manifesto, edizione del 27.03.2019

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