Una guida ‘allarmata’ al cambiamento climatico | Bill Mc Guire

Avete notato come il  termine ‘allarmato’ sia stato caricato di un significato negativo? Come se ci fosse qualcuno che deliberatamente crea una preoccupazione ingiustificata nella gente, che è cioè ‘allarmista’? Nella situazione in cui ci troviamo, con il clima che si è inceppato, con la distruzione degli habitat e la perdita della vita selvatica, segnalare allarme è diventato sinonimo  di pessimismo apocalittico.  In certi ambienti  è persino considerato controproducente, perché porterebbe la gente all’inerzia invece che all’azione… Ma questo atteggiamento è davvero giustificato,  soprattutto adesso che il nostro mondo e la nostra società si trovano sull’orlo della catastrofe? Tutto sommato, il  significato  più semplice, più diretto di ‘allarmato’ è quello di chi lancia un allarme.  Ma non è proprio questo di cui abbiamo bisogno, oggi più che mai?  Che ci venga raccontata tutta la storia, anche con i suoi lati brutti?

Mi sembra che l’alternativa finisca per minimizzare la gravità della nostra situazione, e per inviare un messaggio che è incompleto, evitando così – per convenienza – di presentare previsioni e scenari che dipingono un quadro considerato troppo desolante per il ‘consumo’ del pubblico in generale. Ma non è questa proprio l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno, in un momento così critico?

Nessuno potrebbe accusare l’IPCC di essere allarmista. Dato che ogni frase delle bozze del Report è stata sottoposta all’approvazione dei rappresentanti dei governi nazionali (alcuni dei quali sono scettici, o addirittura negano l’esistenza di un cambiamento climatico), la versione finale non può che essere conservativa. L’informazione più vicina a un campanello di allarme che si può leggere nell’ultimo Report (Global Warming 1,5 °C) è che occorre ridurre le emissioni entro 12 anni (il 2030) se si vuole avere la possibilità di limitare l’aumento di temperatura media globale sotto 1,5 °C ,  e stabilizzarla ai valori iniziali entro il 2050.

Ma al di là del fatto che sembra improbabile riuscire a raggiungere questo traguardo in poco più di 30 anni, velocità e ritmo del cambiamento climatico implicano ben di più della graduale crescita delle emissioni di CO2: vi sono fenomeni e processi (come i ‘tipping points’ – livelli soglia, punti di svolta – e i ‘feedback loops’, l’innescarsi di reazioni positive a catena che si auto-alimentano) che possono modificare il quadro molto al di là delle previsioni. L’ultimo Report dell’IPCC accenna solo in pagine interne a questi fenomeni, nascondendoli all’attenzione invece di sottolinearli nelle pagine principali. La giustificazione a questa decisione è che non è possibile prevedere questi eventi con sufficiente grado di confidenza… anche se non è possibile escluderne la possibilità di verificarsi. Ma è difficile non concludere che il motivo reale è quello di sottovalutare le minacce, per accontentare quei governi che vedono nel cambiamento climatico solo un fastidio da mettere da parte.

La decisione di seppellire gli aspetti più problematici – i tipping points e i feedback positivi – tra le pieghe del Report, invece di sottolinearli, è davvero un nonsenso. Se non si mette in evidenza l’importanza critica di decisioni urgenti e azioni drastiche, si finisce per far pensare che tutto sommato la situazione non è così grave, e magari non è così urgente prendere delle decisioni.  Ma la gente ha bisogno di sapere – ha il diritto di sapere – perché è necessario agire con misure drastiche, e subito. Inserire nel quadro generale i tipping points e i feedback inevitabilmente trasforma le nostre percezioni sul pericolo che abbiamo di fronte. All’improvviso il cambiamento climatico cessa di essere qualcosa di vagamente sgradevole che possiamo lasciare alle future generazioni, e diventa qualcosa di tangibile. Il livello del mare, per esempio: Il 5° Report dell’IPCC, pubblicato nel 2014, faceva la previsione, nel peggiore degli scenari, di un aumento del livello dei mari di 1 metro entro fine secolo. Abbastanza preoccupante per milioni di persone che abitano lungo le coste, ma nulla in confronto a quello che potrebbe capitare se si superasse un punto di svolta, una soglia varcando la quale le calotte di ghiaccio della Groenlandia e/o dell’Antartico Occidentale incomincerebbero a frammentarsi. Sulla base di studi recenti sui fenomeni in corso, alcuni studiosi prevedono un aumento del livello medio dei mari di 3 metri entro fine secolo, altri addirittura di 5 metri entro il 2100.

Tra le altre cause di grande preoccupazione ci sono le possibili trasformazioni della Corrente del Golfo e delle altre correnti ad essa associate, che insieme costituiscono l’AMOC – Atlantic Meridional Overturning Circulation – che scalda l’Europa nord-occidentale e influisce significativamente sulle grandi circolazioni globali. E’ già successo, in un lontano passato, che masse d’acqua rilasciate dall’improvvisa fusione di grandi quantità di ghiaccio abbiano provocato l’arresto della Corrente del Golfo.  Una situazione simile potrebbe essere provocata dalla fusione di grandi quantità di ghiaccio prodotte dalla frammentazione della calotta della Groenlandia: una enorme massa di acqua dolce verrebbe scaricata nel nord dell’oceano Atlantico, bloccando la Corrente del Golfo.  Anche la Corrente del Golfo ha dunque un suo punto soglia, superato il quale si arresterebbe, causando un raffreddamento drammatico in tutto il Nord Europa. Non si sa quando (e neppure se) succederà, ma l’atteggiamento più ragionevole da assumere sarebbe quello di prenderlo in considerazione, non di ignorarlo.

Forse il fenomeno più preoccupante riguarda i vasti tratti di permafrost[1] alle latitudini più elevate, sia in terraferma che sul pavimento sottomarino. Intrappolate sotto la crosta ghiacciata vi sono colossali quantità di metano, un gas che ha un effetto serra 86 volte superiore alla CO2. Fortunatamente il metano ha un tempo di residenza breve in atmosfera, e nel giro di 20 anni si trasforma in CO2, tuttavia la liberazione improvvisa in atmosfera di grandi quantità di metano (secondo alcuni studiosi potrebbero essercene 50 miliardi di tonnellate pronte a essere rilasciate di colpo in atmosfera): il cambiamento climatico che potrebbero  produrre accelererebbe la sua attuale evoluzione di 30 anni.  L’eventualità di questo evento è remota, ma non nulla, e potrebbero essere avviati altri processi inaspettati, con esiti imprevisti.

Quindi, per concludere: dobbiamo essere allarmati, molto allarmati. Ma è importante che l’allarme non provochi inerzia: bisogna utilizzarlo per galvanizzare l’azione. Per i vostri figli e i vostri nipoti, agite: cambiate drasticamente stile di vita, diventate attivisti, votate dei rappresentanti che non si limitino a parlare, ma agiscano.


Bill Mc Guire, University College London. Responsible Science Journal n. 1 On line publication 14 february 2019.
Originale in: http://www.sgr.org.uk/resources/alarmist-s-guide-climate-change
Traduzione di Elena Camino per il Centro Studi Sereno Regis


[NdT: la parola ‘allarmismo’ in italiano è di per sé carica di un significato negativo: probabilmente in inglese non è così. Nella traduzione ho preferito usare l’espressione ‘allarmato’, che mi è sembrata più neutra, quindi più adeguata al discorso dell’Autore]

[1] Il termine indica lo strato di terreno permanentemente gelato che si trova, a profondità non minori di qualche metro, nel sottosuolo di varie zone, specialmente ad alta latitudine e ad alta quota. La maggior parte del permafrost è localizzato nelle regioni Artiche ed Antartiche ma è presente anche nelle regioni montuose più elevate delle medie latitudini come le Alpi. L’organizzazione meteorologica mondiale (World Meteorological Organization – WMO) ha inserito la temperatura del permafrost e lo spessore dello strato attivo tra le Essential Climate Variables (ECV) ovvero le variabili essenziali per valutare gli impatti dei cambiamenti climatici a livello globale.

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