Domani. Un nuovo mondo in cammino | Recensione di Cinzia Picchioni

Cyril Dion, Domani. Un nuovo mondo in cammino, Lindau, Torino 2016, pp. 332, € 24,00

*«L’essere umano ha bisogno della natura? Sì.
La natura ha bisogno dell’essere umano? No.
Dovremmo fermarci a riflettere su questa ovvietà».

Pierre Rabhi in C. Dion, Domani, Lindau, Torino 2016, p. 146

 

Il «nuovo mondo»

            Qual è il «nuovo mondo» di cui dice il sottotitolo? È quello che ha visitato l’autore, viaggiando «Dall’Islanda a San Francisco, da Copenaghen all’isola della Riunione […] per parlare a coloro che operano in modo creativo e innovativo nei settori più disparati – agricolo, energetico, economico, politico, architettonico e urbanistico e dell’istruzione» (dalla Quarta di copertina),

Il libro

Il libro – e anche il film, omonimo, realizzato con una raccolta di fondi popolare (non è più carino di «crowdfunding» che nessuno sa come si pronuncia? Si potrebbe dire anche «finanziamento partecipativo») – narra di un viaggio in 10 Paesi, di incontri con quasi 50 persone (attivisti, politici, studiosi, imprenditori), di esperienze visitate personalmente, di colloqui lunghi ore. Come quelli con Lester Brown (autore dell’ormai famoso rapporto annuale State of the World, alle pp. 28-33) o con Pierre Rabhi* (l’intervista – che a mio modesto parere vale tutto il libro – si trova alle pp. 144-153).

Cyril Dion ha visitato San Francisco, raccontandone (in questo libro e nell’omonimo film già citato) il processo Zero Waste: «rendere le cose semplici e obbligatorie […] perché, “[…] le persone possono ricevere una multa di 100 dollari se non riciclano o non lo fanno in modo corretto”. Riciclare o compostare, è la legge! […] più si riempie il sacco nero (dell’indifferenziata), più si paga. Al contrario, più si ricicla e si composta, meno salata sarà la bolletta. […] l’ho tel Hilton della città ha risparmiato più di 250mila dollari in un anno gestendo al meglio i suoi rifiuti», pp. 132-3.

Tutta la parte «economica» è «barbosa» (per me! È ovvio che qualcuno potrà trovarla interessante…). Ben raccontata, invece, la vicenda dell’Islanda, la «rivoluzione delle pentole»; si chiamò così perché nel 2009 gli islandesi manifestarono scendendo in piazza muniti di padelle e pentole, per simboleggiare la necessità di cibo (l’idea è stata mutuata dall’Argentina). Questa mobilitazione ha dato origine a un rimaneggiamento della Costituzione islandese.

Il valore del libro è per me (ma solo per me personalmente, s’intende) determinato dall’intervista a Vandana Shiva (pp. 281-289, compresa la bella descrizione che l’intervistatore offre della scienziata); tutta un’altra impressione mi ha fatto invece Jeremy Rifkin, nell’intervista alle pp. 232-239.

All’interno del libro serpeggia una sorta di dibattito tra chi afferma che per svegliare le coscienze serva una catastrofe e chi invece ritiene che occorra un lavoro culturale, che necessita di un’istruzione (e poi che tipo di istruzione è oggetto di riflessione nell’ultima parte del testo). Comunque la questione resta aperta e questo libro è senz’altro utile alla discussione.

Non potevano mancare le transition towns e il fondatore del movimento della transizione, Rob Hopkins. Gli autori del libro sono andati a intervistarlo, e hanno visitato – e ripreso! – Totnes, la famosa cittadina-transition: 8000 abitanti nel sud-ovest dell’Inghilterra. Durante le riprese e l’intervista si sono versate lacrime (Cyril Dion stesso che l’ha scritta, ma anche gli intervistatori…).

Il film

In fondo al libro c’è la «carta d’identità» del film, con tutti i dati necessari a chi voglia proiettarlo, entrare in contatto con la casa produttrice eccetera. A maggio del 2016 il film relativo a questo libro è già stato proiettato alla Sala Poli del Centro Studi Sereno Regis di Torino, con un dibattito piuttosto partecipato (www.serenoregis.org). Checché se ne pensi, va visto.

La canzone

Mi piace terminare con le parole dell’autore, a p. 323, e le Parole immortali di un altro… – come definirlo?:

Tutto ciò che avete letto in questo libro è vero. Tuttavia, come il film che lo accompagna (o viceversa), è stato scritto in modo soggettivo. Ho scelto di concentrarmi sugli aspetti positivi e più   coinvolgenti di ogni iniziativa, senza soffermarmi sulle difficoltà e i punti di vista contraddittori. A mio avviso ci sono già troppi articoli costruiti sistematicamente su questo modello: «Queste persone fanno cose straordinarie, ma ecco tutti i imiti della loro iniziativa. Conclusione: certo sarebbe bello fare così, ma ci vorrà ancora tempo prima di riuscirci». Non è l’obiettivo di questo libro […] cerca di raccontare un’altra storia, di dare ispirazione e voglia di immaginare l’impossibile. Di modificare la nostra idea del mondo. Se parlate di questi argomenti tra amici […] vedrete ben presto che molti dei vostri interlocutori si rifugeranno in un «Non succederà mai», «Sì, ma le lobby…», «Devono occuparsi i politici»., «È un’iniziativa troppo piccola […] Cosa vuoi che faccia io?, «Comunque non cambierà nulla» e la lista potrebbe continuare all’infinito. Ma nessuno ha mai cambiato il mondo reagendo in questo modo.

Potreste dire che sono un sognatore,
ma non sono l’unico.
Spero che un giorno verrete a sognare con noi
e il mondo sarà uno soltanto[1], p. 326


 [1]You may say I’m a dreamer / But I’m not the only one / I hope someday you’ll join us / And the world will live as one. Imagine, Words and Music by John Lennon © 1971, by Lenono Music. Sub-editore per l’Italia: Café Concerto International srl – via G. Revere 9 – 20123 Milano. All Rights Reserved – International Copyright Secured

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