Don Carlo Carlevaris: Chiesa e mondo operaio nella Torino del Novecento | Armando Pomatto

Dicevano che era un prete. Carlo Carlevaris tra impegno cristiano e militanza operaia; questo è il titolo di un dibattito sulla figura del prete operaio che fu tra i promotori della Fondazione Vera Nocentini, istituto storico del movimento sindacale torinese. Si terrà il 9 marzo 2019, dalle 9 alle 13.30, presso il Polo del ‘900 di Torino. In questa occasione, pubblichiamo il contributo di un amico, scritto a pochi giorni dalla morte di don Carlo Carlevaris.


Alpignano, 21 luglio 2018

Al Cottolengo, dove era stato formato al sacerdozio, si sono svolti, all’inizio del luglio scorso, i funerali di don Carlo Carlevaris. Moriva in quella Piccola casa della Divina Provvidenza – come l’aveva chiamata il suo fondatore – caratterizzata da sempre per lo spirito di servizio e di attenzione verso gli ultimi: vera perla della presenza cristiana nella Torino di questi ultimi due secoli. Don Carlo – divenuto presto prete al servizio della diocesi – ne ha conservato pienamente e luminosamente il rigore evangelico, per tutta la sua vita.

Nel 1958 (pochi anni dopo la sua ordinazione sacerdotale), come assistente dei giovani lavoratori (Giac), diede un forte impulso al movimento, sostenendo tra le finalità della «quattro giorni estiva dei giovani militanti operai» la necessità di proporre ai giovani operai un ideale nello spendere la propria esistenza «come quello accaduto a quegli uomini che hanno rinunciato a una carriera, perso il loro posto, vittime di una situazione che li ha travolti, ma che segna il trionfo per un’idea: siano essi cristiani, comunisti, seguaci di Gandhi […]». Sappiamo che proprio per queste «idee» don Carlo cominciava a pagare pesantemente la sua coerenza, sia di fronte allo strapotere della Fiat di Valletta, sia di fronte al Santo Ufficio del cardinal Ottaviani.

Il mio ricordo di Carlevaris risale a metà degli anni Sessanta; incuriosito e stimolato dai suoi tentativi di aprire al mondo operaio spazi e strumenti di evangelizzazione, lo avevo invitato ad animare un gruppo di giovani operai della periferia sud di Torino. Ci aiutava – nel metodo della Revisione di Vita – ad analizzare, giudicare e trarne le dovute conseguenze per la vita quotidiana, uscendo dagli schemi che avevano intrappolato la nostra esperienza religiosa nella rigidità del dogma e negli stretti confini di una vita ecclesiale che faceva fatica a recepire le novità del Concilio [il Vaticano II, NdR].

Nello stesso periodo – in seguito al progetto di apertura a nuovi metodi di formazione seminaristica avviato nel seminario di Rivoli – alcuni giovani chierici mi contattarono per un confronto sulla loro scelta di sospendere l’itinerario classico di preparazione al sacerdozio e di andare a vivere in un alloggio nella zona di piazza Bengàsi, tra Torino e Moncalieri; sarebbe stato un periodo di sperimentazione che trovava il fulcro della propria crescita culturale e spirituale nell’ingresso in fabbrica per un tempo di lavoro manuale.

L’idea della «missione operaia» proposta da don Carlo al nuovo vescovo di Torino Padre Michele Pellegrino, trovava nei «chierici al lavoro» una delle sue prime realizzazioni nella sospensione degli studi con l’ingresso nel mondo del lavoro e la vita in piccole comunità di quartiere, con la gente e tra la gente. I fermenti della chiesa francese e di alcuni suoi teologi, rivalutati e riproposti dal Concilio appena concluso, stavano attecchendo anche tra di noi, rivelando tra i suoi protagonisti l’esigenza di un vero e proprio salto culturale e sociale.

La Torino operaia degli anni Cinquanta e Sessanta veniva guardata dalla Chiesa con profonda preoccupazione; si avvertiva che l’esperienza dei cappellani del lavoro, presenti da alcuni anni nelle maggiori aziende della città, non poteva più soddisfare l’esigenza di una vicinanza più attenta alle condizioni dei lavoratori e alle dinamiche conflittuali che si andavano accentuando.

Negli stessi anni in diocesi alcuni sacerdoti impegnati in parrocchia o nei movimenti giovanili rinunciarono alla pastorale diretta per una nuova presenza tra la gente: preti operai per un diverso annuncio del Vangelo tra i lavoratori. La «missione operaia» nella diocesi di Torino, da tempo caldeggiata da don Carlo, stava prendendo corpo: circa una ventina di preti-operai di Torino, con alcuni provenienti dalle diocesi vicine di Ivrea e Alba, riconoscevano nella sua esperienza e nella sua saggezza una guida fraterna e instancabile. La sua intelligenza e lo scambio con alcune esperienza della chiesa francese avevano confermato in lui l’esigenza di una nuova forma di presenza della Chiesa nel mondo del lavoro. In questo modo ne divenne il precursore nella Torino di metà Novecento.

Licenziato dalla Fiat come cappellano alla Grandi Motori per il suo sostegno allo sciopero dei lavoratori, entrò in un’altra azienda come manovale. Fu così tra i primi preti operai italiani, sulla scia dell’esperienza francese – iniziata in seguito alla massiccia deportazione dei lavoratori francesi in Germania durante la Seconda guerra mondiale.

La reciproca stima che lo legava a Padre Pellegrino aprì la strada in diocesi a nuove forme di presenza cristiana in una società che stava vivendo trasformazioni epocali. La Lettera pastorale Camminare insieme, promulgata nel gennaio del 1972, ne divenne alto e significativo esempio. Oltre cento gruppi di studio, dispersi in varie zone della diocesi, avevano lavorato sullo schema predisposto dal Consiglio pastorale diocesano: il vescovo ne trasse l’ispirazione per la sua Lettera pastorale. La Chiesa di Torino non restava estranea ai fermenti che stavano trasformando cultura, orientamenti e stili di vita di un’intera città. Le tre parole – povertà, fraternità, libertà – che orientavano le indicazioni del vescovo, entravano a pieno diritto nelle aspettative e nelle lotte per una società diversa. La Chiesa usciva sulla strada, invitava ad aprire porte e finestre per lasciar entrare aria nuova per il cammino di giovani pieni di entusiasmo, di immigrati che sognavano una vita più degna, di un sindacato che avvertiva la responsabilità nel condurre a buon fine lo scontro di potere in atto dentro le aziende.

Con i gruppi giovanili della neonata GIOC torinese, con le coppie che si aprivano a una nuova spiritualità, nel sindacato dei metalmeccanici della Cisl torinese, nei Consigli diocesani, don Carlo era sempre disponibile a portare il suo contributo, con la sua umanità attenta alle persone, agli ultimi in particolare. Era questa la sua «scelta di classe», che andava ben oltre a ogni scontro ideologico e a ogni forma di potere.

I frutti di questa stagione sono stati raccolti in una vasta ricerca, Uomini di frontiera, pubblicata nel 1984 dalla Cooperativa Lorenzo Milani, gestita dalle Acli torinesi. Nell’Introduzione del libro si fa cenno all’obiettivo dello studio: «[…] l’analisi delle trasformazioni dele coscienze di quei credenti che negli anni ’70 e inizio ’80 hanno compiuto una scelta di classe». L’iniziativa era stata fortemente sostenuta da Giulio Girardi, che ne curà ampi capitoli, mettendo in luce prospettive e contraddizioni che i fatti del ’68 avevano aperto nella classe operaia e nella comunità ecclesiale di Torino. È questo il contesto in cui è stata più incisiva l’azione di don Carlo. In lui traspariva chiaramente l’entusiastico impegno di chi da sempre guardava al Vangelo come lieto annuncio per la povera gente, nel tentativo di favorire la nascita di una Chiesa che sappia porre come centrale la scelta dei poveri. Ideale che don Carlo Carlevaris ha saputo proporre lungo tutta la sua vita.

Don Carlo partì volendo essere come loro,
così fu con loro
e finì per essere «come loro».

 

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