La grande bugia della violenza | Alessandro Ciquera

Camminando per i quartieri distrutti di Homs, porti dentro una curiosità quasi morbosa su ciò che ci circonda.

Si vorrebbe capire, toccare con mano le rovine, divorare con lo sguardo, dopo anni passati a sentire racconti e a guardare foto e mappe nei campi profughi del Libano. Poi a Homs ci si arriva per davvero, la seconda volta nel giro di un anno, a percorrere queste terre.

Il vuoto che c’è intorno però non parla, ti risucchia in un vortice dove non esiste senso, e i pensieri e i panorami sono tutti uguali.

Ti aspetti di provare qualcosa di particolare, e cammini, e fai foto in queste zone dimenticate dal mondo e devastate dalla violenza, e vai sempre più avanti, tra pozzanghere e civili in cerca di legna da rubacchiare per bruciare e riscaldarsi.
Cerchi qualcosa e non lo trovi, e ti chiedi perché.

L’istinto ti dice vai avanti… ma avanti dove?

La corsa è finita, sei al capolinea della tua ricerca, oltre queste macerie grigie c’è solo una solitudine assordante.

Ecco la grande bugia della violenza, è un buco scuro che ti illude, ti attrae, ti fa credere che puoi gestirla, che puoi dialogarci e poi ti incatena, ti trascina in basso.

Oltre queste macerie grigie non c’è niente.

Sei giunto nel punto dove cercavi, ma non senti quello che pensavi di sentire, percepisci solo freddo, e il sapore amaro di un inganno.  Non puoi cercare di assorbire qualcosa perché non c’è niente, è il nulla assoluto, non c’è relazione e senza relazioni non c’è vita, non ci sono stimoli, non ci sono ricordi che si creano, emozioni a cui ti aggrappi.

Un luogo che non crea ricordi è un luogo morto, un posto che assomiglia a migliaia di altri, questi quartieri sono così, ne puoi vedere tantissimi, non ti lasciano impresso un dettaglio particolare, solo distruzione e rovina, ne vedi uno ed è come se li avessi visti tutti.

È la vita ciò che crea memoria profonda, la vita vissuta, lo scambio, il gesto, cancella questi semplici elementi e cancellerai l’esistenza stessa di una città.

Troppo spesso si sottovaluta la forza di un rapporto, di una amicizia, di un amore.

Per queste priorità siamo disposti a rischiare, mentre per il vuoto no, nessuno rischierebbe un minuto della sua vita; per questo il vuoto ricorre agli inganni, si traveste.

Il male è superficiale, banale, “si espande orizzontalmente come un fungo, contagiando ciò che tocca” scriveva Hannah Arendt nel dopoguerra del 1948, mentre il bene va “in profondità”, il male può essere solo estremo, banale certo, ma estremo.

Solo il bene può essere “radicale”, perché solo il bene va in profondità dentro di noi, si pianta come un seme, e ci salva dal buio.

Fonte: Operazione Colomba

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