Entrata in un gran riassetto regionale: l’esito in Siria assillerà gli iniziatori di questa guerra | Alastair Crooke

Il Medio Oriente è in metamorfosi. Stanno emergendo nuove linee di faglia, eppure i falchi della nuova politica di Trump cercano ancora di proiettare ‘vecchi film’ in un ‘cinema’ nuovo.

Il ‘vecchio film’ è per gli U.S. ‘ergere’ gli stati arabi sunniti e guidarli a confrontarsi con il ‘cattivo attore’ Iran. Il ‘Team Bolton’ sta tornando al vecchio copione del 1996 Rottura Netta – come se nulla fosse cambiato. Funzionari del Dipartimento di Stato hanno riferito che il discorso ufficiale del Segretario [di Stato] Pompeo al Cairo giovedì scorso era “predisposto per dire al pubblico che Obama (benché non possa nominare il precedente presidente) ha fuorviato i popoli del Medio Oriente riguardo alla vera fonte del terrorismo, incluso quanto ha contribuito al sorgere dello Stato Islamico. Pompeo insisterà che il vero colpevole ne è l’Iran, un paese che Obama ha tentato di agganciare. Le bozze del discorso farebbero anche suggerire a Pompeo che l’Iran avrebbe da imparare dai sauditi sui diritti umani e sull’autorità della legge”.

Beh, almeno il discorso dovrebbe sollevare risolini nella regione. In pratica però, la faglia regionale ha progredito: non è più tanto l’Iran. Gli stati del GCC [Consiglio di Cooperazione del Golfo] hanno una nuova agenda, e sono ora ben più preoccupati di contenere la Turchia, e por fine al diffondersi dell’influenza turca per il Levante. Il GCC si dichiara timoroso che il presidente Erdogan, data l’onda emotive e psicologica d’antipatia scatenata dall’assassinio Khashoggi, possa star mobilitando le reti nel Golfo della da poco rinvigorita Fratellanza Musulmana, con la mira di far leva sugli attuali guai economici nel Golfo, e l’erosione generale di qualunque più ampia ‘visione’ del GCC, allo scopo di incidere dal basso il rigido ‘sistema arabo’ del Golfo (la monarchia tribale). La Fratellanza favorisce una riforma islamica morbida delle monarchie del Golfo – lungo direttrici come quella un tempo auspicata da Jamal Khashoggi .

La leadership turca in ogni caso è convinta che fossero gli Emirati Arabi Uniti (UAE) (specifica-mente Mohammad bin Zayed) gli autori dietro al cuscinetto curdo in via di costruzione, e alla ‘trama’ di mini-stato contro la Turchia  – in combutta con Israele e gli U.S.  Comprensibilmente, gli stati del Golfo ora temono un’eventuale rivalsa turca per aver armato le aspirazioni curde in tal modo. E la Turchia viene considerata (dagli stati del Golfo) già all’opera in stretto coordinamento con il Qatar, patron dell’affine Fratellanza Musulmana nonché membro GCC, per dividere il Consiglio in crollo. Ciò prefigura un nuovo round per il litigio fra Fratellanza Musulmana e il wahabismo saudita per l’anima dell’islam sunnita.

Gli stati del GCC perciò sperano di ergere un fronte che controbilanci la Turchia nel Levante. E a tal fine cercano di riattrarre il presidente Assad nell’ovile arabo (vale a dire, nella Lega Araba), e di far sì che agisca insieme a loro come avversario arabo alla Turchia.

Qui il punto è ovvio: il presidente Assad è strettamente alleato all’Iran – e così pure Mosca e la Turchia. Essere iranofobici alla moda – come Pompeo potrebbe desiderare che sia il GCC – rovinerebbe semplicemente il gioco anti-turco del GCC. La Siria può essere effettivamente (e giustamente) scettica sulle azioni e gli intenti turchi in Siria, ma dal punto di vista di Assad Iran e Russia sono assolutamente cruciali per gestire una Turchia erratica. Che peraltro rappresenta una preoccupazione esistenziale siriana. E cercare di allontanare Assad – o il Libano o la Turchia – dall’Iran, sarebbe assurdo. Non accadrà. E gli stati del GCC hanno abbastanza acume da capirlo adesso (dopo la loro pungente sconfitta in Siria). La posizione anti-iraniana del Golfo ha avuto “il  bruciatore’ nettamente smorzato (salvo quando gli serva lisciare il pelo agli U.S.). Vedono chiaramente che il Maestro delle Cerimonie nel Levante – costituire il nuovo ‘ordine’ regionale – non è Bolton, ma Mosca, con Teheran (e occasionalmente Ankara), a recitare la loro parte uguale ‘da dietro le quinte’.

Presumibilmente, i servizi d’intelligence americani sanno, (e gli stati del Golfo certamente ne sono consci), che in ogni caso le forze iraniane sono quasi tutte venute via dalla Siria (pur rimanendo ovviamente la ‘connessione iraniana’ salda come sempre) – anche se Pompeo e Israele dicono esattamente il contrario: che stanno respingendo faticosamente la ‘minacciosa orma militare’ iraniana’ in Siria. In pochi ci crederanno nella regione.

La seconda importante linea di faglia regionale emergente è allora, evidentemente, è quella che si sta aprendo fra Turchia e US & Israele. La Turchia ne risente: Erdogan ne risente molto chiaramente: Washington ormai ne diffida profondamente, sospetta che la Turchia stia rapidamente finendo nell’orbita di Mosca e Pechino, e sarebbe lieta di vederlo fuori dai piedi – con un capo meglio disposto verso la NATO in sella in sua vece.

E dev’essere chiaro anche per Washington ‘perché’ la Turchia starebbe veleggiando verso ‘est’. Erdogan ha precisamente bisogno che Russia e Iran agiscano da maestri delle cerimonie per moderare I suoi difficili rapporti con Damasco in futuro. Erdogan ha bisogno di Russia e Iran ancor più, per mediare un’adeguata soluzione politica con i curdi in Siria. Ha bisogno anche della Cina, per sostenere la propria economia. E Erdogan è del tutto consapevole che Israele (più che gli stati del Golfo) agogna ancora l’antico ideale di Ben Gurion di uno stato etnico curdo – alleato con Israele, e padrone di importanti risorse petrolifere – da inserire gusto al perno dell’Asia sudoccidentale e centrale; nonché nel sottopancia vulnerabile della Turchia.

Gli israeliani hanno articolato chiaro e tondo il proprio sostegno a uno stato curdo al tempo della fallita iniziativa per l’indipendenza in Iraq di Barzani. Ma Erdogan a questo ha detto semplicemente, inequivocabilmente ‘mai’ (a Bolton, questa settimana). Cionondimeno, Ankara ha ancora bisogno della collaborazione russa e iraniana per permettere a Bolton di ‘scendere dal suo albero’ di un mini-stato curdo in Siria. Gli serve che la Russia medi un [ente/area] cuscinetto a guida siriana, anziché un laccio emostatico americano-curdo avvolto attorno al suo confine meridionale.

E’ tuttavia improbabile che, nonostante la minaccia reale posta alla Turchia dall’armamento dei curdi da parte USA, Erdogan voglia realmente invadere la Siria – benché la minacci – e benché le ‘condizioni’ di John Bolton possano finire col lasciare nessuna scelta alla Turchia che farlo. Poiché sicuramente Erdogan capisce che una disordinata invasion turca della Siria manderebbe in caduta libera la lira turca in equilibrio così delicato.

Eppure… Turchia, Siria, Iran e Russia ora vogliono tutti l’America fuori dalla Siria. E per un momento è parso che si potesse procedure lisci dopo che Trump aveva consentito con gli argomenti di Erdogan, durante il loro celebrato colloquio telefonico. Ma poi – il senatore Lindsay Graham ha obiettato (contro lo sfondo di alti gemiti d’angoscia emessi dai think tank di politica estera di Beltway), Bolton ha fatto il passo indietro, facendo dipendere il ritiro U.S. dalla Siria da certe condizioni (apparentemente pensate per non essere adempiute) e non legato a un termine temporale specifico. Il presidente Erdogan non ne è stato sollazzato.

Dovrebbe essere ovvio ormai che stiamo entrando in un vasto riassetto regionale: gli U.S. stanno lasciando la Siria. Il dietro-front tentato da Bolton è stato respinto. E gli U.S. hanno comunque perso la fiducia dei curdi a conseguenza della dichiarazione originale di Trump. I curdi adesso sono orientati verso Damasco e la Russia sta mediando una composizione.

Può volerci un po’ di tempo, ma gli U.S. se ne vanno. Probabilmente le forze curde (diverse da quelle collegate al PKK) saranno assimilate nell’esercito siriano, e il ‘cuscinetto’ non sarà diretto contro la Turchia, ma sarà un misto di esercito siriano ed elementi curdi – sotto comando siriano – la cui condotta complessiva verso la Turchia sarà vigilata dalla Russia. E l’esercito siriano sgombrerà, a suo tempo, Idlib da un’al-Qaida risorgente (HTS).

Gli stati arabi stanno tornando alle proprie ambasciate a Damasco – in parte per paura che il segaccio della politica americana, la sua polarizzazione radicale, e la sua inclinazione ad essere in tutto o in parte rimangiata dallo stato profondo possano lasciare ‘orfano’ il Golfo in qualunque momento. In effetti, gli stati del GCC stanno facendo cerchio contro il rischio cercando di riconnettere una sfera araba divaricata, e di darle un nuovo ‘scopo’ e credibilità – come contrappeso a Turchia, Qatar e alla Fratellanza Musulmana (antica nemesi della Siria).

Eppure resta ancora un altro strato a questo calcolo, come descritto dal giornalista veterano del Medio Oriente Elijah Magnier:

“Il Levante sta effettivamente tornando al centro del Medio Oriente e all’attenzione del mondo in posizione più forte che nel 2011. La Siria ha avanzato missile di precisione che possono colpire qualunque edificio in Israele. Assad ha anche un sistema di difesa aerea che non si sarebbe mai sognato prima del 2011 – grazie alle continue violazioni israeliane del suo spazio aereo, e alla sua indifferenza all’autorità russa. Hezbollah ha costruito basi per i suoi missili di precisione a lunga e media gittata fra le montagne e ha creato un legame con la Siria che non avrebbe mai potuto installare se non fosse per la guerra. L’Iran ha stabilito una fratellanza strategica con la Siria, grazie al proprio ruolo nella sconfitta del piano di cambiamento del regime [siriano].

Il sostegno NATO alla crescita ISIS ha creato un legame fra Siria e Iraq che nessun legame musulmano o baathista avrebbe mai potuto creare: l’Iraq ha carta bianca per bombardare le postazioni ISIS in Siria senza il consenso della dirigenza siriana, e le forze di sicurezza irakene possono entrare in Siria ogni volta gli sembri adatta a combattere l’ISIS. L’asse anti-israeliano non è mai stato più forte di oggi. Ecco il risultato della guerra imposta alla Siria dal 2011 al 2018”.

Sì, questa è la terza delle linee di faglia emergenti di recente: quella d’Israele da un lato, e la nuova realtà emergente nel nord siriano, dall’altro – un’ombra che è ornata a incombere sugli istigatori originari della ‘guerra’ per minare la Siria. Il premier [israeliano] Netanyahu da allora ha messo tutte le uova israeliane nel ‘paniere’ della famiglia Trump. E stato il rapporto di Netanyahu con Trump a essere presentato in Israele come fosse il vero ‘Affare del Secolo’ (e non quello palestinese). Tuttavia, quando Bibi [Netanyahu] si è lamentato con veemenza del ritiro U.S. dalla Siria (lasciandola vulnerabile, asserisce, a un’incursione iraniana di missile “intelligenti”), Trump incurante ha risposto che gli U.S. danno a Israele 4 miliardi e mezzo di dollari all’anno – “Vi andrà bene”. Cosa considerata in Israele uno schiaffone in faccia al primo ministro. Ma gli israeliani non possono evitare di riconoscere una qualche responsabilità per aver appunto creato le circostanze di cui si lamentano adesso rumorosamente.

Alla fine della fiera, le cose non sono andate come da programma: non è l’America a plasmare il nuovo ‘ordine’ mediorientale – è Mosca. E la flagrante noncuranza continuativa d’Israele per gli interessi della Russia nel Levante, dapprima ha infuriato l’alto comando russo e infine provocato la dichiarazione del Medio Oriente del nord come presunta no-fly zone per Israele. Il che rappresenta un grosso rovescio strategico per Netanyahu (e gli U.S.).

E finalmente, è questo ripetitivo schema di dichiarazioni che vengono fatte dal presidente U.S. sulla politica estera e poi quasi casualmente contraddette, o ‘condizionate’, da qualche altra parte dell’apparato burocratico U.S., che pone alla regione (e oltre) la domanda da un milione: Lo schema è chiaramente quello di un presidente isolato, con funzionari che svuotano di autorità esecutiva le sue dichiarazioni (fintanto che successivamente avallate o smentite dalla burocrazia), che sta rendendo Trump quasi irrilevante (in quanto a definizione della politica estera).

E’ questo allora un processo furtivo – consciamente ideato –per via via cacciare Trump dal potere? Uno svuotamento delle prerogative presidenziali (che lo lasciano nulla più che un twittatore rottamatore) – conseguito senza tutto lo sconquasso e i guai di una sua formale rimozione dalla carica? Vedremo.

E poi? Beh, come osserva Simon Henderson, nessuno lo sa per certo – tutti sono lasciati a domandarsi:

“Che c’è in ballo nel giro esteso del Segretario di Stato Pompeo nel Medio Oriente? La risposta concisa è che sta cercando di vendere/spiegare il “lasciamo la Siria” del presidente Trump agli amici dell’America … Amman, Giordania; Il Cairo, Egitto; Manama, Bahrain; Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti (UAE); Doha, Qatar; Riyadh, Arabia Saudita; Muscat, Oman; Kuwait City, Kuwait. Accidenti, pur col suo jet e nessuna lungaggine per l’immigrazione, si tratta di un itinerario spossante … Che adesso ci siano otto tappe in otto giorni, probabilmente riflette il mucchio di spiegazioni che è necessario dare”.

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Alastair Crooke, ex-agente capo del MI-6 britannico in Medio Oriente, è fondatore e direttore del Conflicts Forum, con sede a Beirut, e autore di  Resistance: The Essence of Islamic Revolution.


Strategic Culture Foundation – TRANSCEND Media Service, 21 Jan 2019
Titolo originale: Entering a Major Regional Re-set: The Syria Outcome Will Haunt Those Who Started This War
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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