Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo | Recensione di Alessandro Ciquera

Cristina Cattaneo, Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, Raffaello Cortina, Milano 2018, pp. 208, € 14,00, foto a colori

Cristina Cattaneo, medico legale, dal 2013 è a capo di una squadra di esperti dell’Università di Milano, incaricata dal Comitato ministeriale per le persone scomparse, di dare un nome e una storia alle vittime dei principali naufragi di barconi colmi di esseri umani, in fuga da guerre e persecuzioni nel Mare Mediterraneo. Una storia, la sua personale, che si intreccia con quella di un Paese.

Il corpo di un ragazzo con in tasca un sacchetto di terra del suo paese, l’Eritrea; quello di un altro, proveniente dal Ghana, con addosso una tessera della biblioteca; i resti di un bambino che veste ancora un giubbotto la cui cucitura interna cela la pagella scolastica scritta in arabo e in francese. A molte di queste vittime viene negata anche l’identità, come se neanche la morte fosse “una livella”.

Sono solo alcuni dei corpi recuperati dagli abissi marini e analizzati, con un rispetto e una dolcezza sorprendenti, da Cristina e il suo team. Il libro Naufraghi senza volto ci  parla di una Italia che nonostante tutto c’è, dei soccorsi in mare, della ricerca dei familiari degli scomparsi, della volontà di lottare contro il tempo e l’opinione pubblica diffidente.

Il libro di Cristina Cattaneo è un pugno nello stomaco, una scossa interiore, una fitta lancinante per chi ancora crede nei valori della solidarietà e dell’accoglienza, ma è un dolore necessario e importante, perché contribuisce a mantenerci umani.

Il testo e le sue parole ci mostrano la realtà per quello che è, senza abbellimenti, e ci ricordano che “I morti parlano più dei vivi, perché sono coloro che non ce l’hanno fatta”, sono coloro nei quali puoi ancora scorgere un ultimo grido di disperazione, o un estremo gesto di amore, come quello di una madre ritrovata stretta intorno al suo bambino.

L’Italia di oggi, e il suo Mar Mediterraneo, è anche questo: un genocidio silenzioso che ha prodotto negli ultimi 20 anni più di 30.000 tra annegati e scomparsi. Cosa ne è di queste storie ? Che avverrà del loro passaggio su questa Terra? Se un giorno si arriverà a un processo di Norimberga, per i crimini di chi ha volutamente ignorato e contribuito ad alimentare questa perdite, Naufraghi senza volto potrà sicuramente essere accettato come una testimonianza cruciale, un “J’accuse” contro tutti coloro che insistono, ancora oggi, con l’odio, il nazionalismo e il razzismo, che spingono, da sempre, l’uomo contro l’uomo.

Avere pietà di queste esistenze spezzate non significa essere “buoni”, ma giusti, ed è la nostra ultima linea di resistenza. Difendere il diritto di essere salvati dalle acque ovunque ci si trovi, lottare per la chiusura dei lager libici, istituzionali e non, dove si tortura e si abusa dei migranti, spingere per l’apertura di nuovi corridoi umanitari, sostenere le ONG che operano nel Mediterraneo, sono passi concreti che ognuno di noi può incentivare.

Non potremo dire: “Io non sapevo”, quando verranno a chiederci “Tu dove eri, quando si consumavano queste stragi?”. La Storia, nei suoi tempi, arriva sempre a chiedere il conto, ma non tutti si fanno trovare pronti. Nel frattempo, proteggiamo la nostra umanità dalla barbarie, se vogliamo evitare di essere assorbiti dal buio dilagante.

“In pochi a nuoto arrivammo qui sulle vostre spiagge.

Ma che razza di uomini è questa?

Quale patria permette un costume così barbaro,

che ci nega perfino l’ospitalità della sabbia;

che ci dichiara guerra e ci vieta di posarci sulla vicina terra.

Se non nel genere umano e nella fraternità tra le braccia mortali,

credete almeno negli Dei, memori del giusto e dell’ingiusto”.

[Virgilio, Eneide, Libro I, 538-543]

 

 

 

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