Contro la cultura dell’odio un costume di solidarietà | Amedeo Cottino

Marco Revelli ci ha invitato sulle pagine di Volere la luna a una resa dei conti, a una nuova Norimberga. Moni Ovadia, dal canto suo, ci ha ricordato la Costituzione sottolineando con forza l’esigenza di continuare a formare le nuove generazioni di tutte le età su quei valori.

A queste più che condivisibili riflessioni, vorrei aggiungerne una mia.

Oggi come in un passato neppure troppo lontano – gli anni bui del fascismo e del nazismo – si ripropone il problema del riconoscimento dell’Altro. All’Altro di quella stagione – l’ebreo, lo zingaro, l’omosessuale, il testimone di Geova, il comunista e via discorrendo – si sostituisce o si affianca ora un “nuovo Altro”: il migrante. Riconoscere significa, nella sua immediata accezione, vedere l’Altro come essere umano a pieno titolo. «È l’atteggiamento dell’umano che scopre fuori di sé un altro essere umano, apparentemente simile e tuttavia differente, [che] entra in contatto con quest’altro, gli fa domande e ascolta le sue risposte» (Tzvetan Todorov, Memorie del male, tentazione del bene, Milano, Garzanti, 2009, pp. 352-353).

È un atteggiamento possibile anche quando l’Altro è stato costruito come nemico, come nel caso della guerra. Qualcuno rammenterà le pagine dove Emilio Lussu, in prima linea come ufficiale durante la prima guerra mondiale, racconta come, attraverso quello che chiama un salto, si trattiene dallo sparare all’ufficiale austriaco che, ignaro di essere sotto tiro, sta bevendo allo scoperto il caffè nella sua trincea. Lussu, che ha già impugnato il fucile, non preme il grilletto: «Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che lo sovrastava. Non lo potevo sbagliare. […] Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. […] Cominciai a pensare che forse non avrei tirato». E poi conclude: «Io stesso che ho vissuto quegli istanti non sarei in grado di fare l’esame di quei processi psicologici. V’è un salto (corsivo mio) che io oggi non vedo più chiaramente» (Un anno sull’altipiano, Milano, Mondadori, 1970, pp. 162-163).

E forse lo stesso salto lo fecero i soldati e le donne e i bambini russi quando entrò nell’isba, fucile alla spalla, il sergente maggiore Rigoni Stern, mentre loro stavano consumando la cena. Rileggiamo il suo racconto: «Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta deve esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa, tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creato tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare degli uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta può tornare a succederePotrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere» (Il sergente nella neve, Torino, Einaudi, 1953, pp. 137-38; corsivo mio).

Oggi, a maggior ragione poiché non siamo in guerra, anche se il ministro degli interni non perde occasione per alimentare l’immagine del migrante come nemico, non ci confrontiamo più con questioni di vita o di morte e dunque quel salto dovrebbe essere più facile farlo.

Ma per ora quel modo di vivere che Rigoni Stern auspicava non è diventato costume. Indubbiamente questo “nuovo Altro” qualcuno ha già incominciato, e da tempo, a riconoscerlo. Sono Mimmo Lucano e gli abitanti di Riace. È Cédric Herrou, l’agricoltore francese che ha continuato ad accogliere e assistere i migranti nel suo territorio. E gli esempi si potrebbero moltiplicare. Tuttavia, troppe offese hanno inflitto al tessuto morale e culturale del nostro Paese le politiche dei governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, nel silenzio quando non con la complicità di larghissima parte del ceto intellettuale, perché Riace diventi appunto costume.

Sono venuti meno quei sensi di cittadinanza e di solidarietà che ispirarono, ad esempio, la mobilitazione del popolo danese per il salvataggio degli ebrei in piena occupazione nazista. Come avviare allora nuovamente un processo di riconoscimento che non sia soltanto individuale ma diventi un fenomeno collettivo? Le esperienze di quella vicenda ci dicono che quel salvataggio fu possibile perché esisteva un tessuto sociale coeso, un humus, il terreno della cittadinanza, che forniva le energie necessarie per l’azione collettiva. Per riprendere le parole di Rigoni Stern: come fare sì che quel «qualcosa molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro» possa rinascere nel nostro Paese? Come fare sì che questo “qualcosa” diventi, appunto, un costume? Inutile a dirsi, non esistono ricette preconfezionate. Ma questo poco almeno si può suggerire, avendo chiaro che l’obiettivo finale resta la ricostituzione del tessuto sociale.

Per cominciare, non perdere occasione per smascherare le menzogne propinateci dai grandi mezzi di informazione. In secondo luogo, opporsi alla diffusa cultura dell’indifferenza: stiamo una volta per tutte dalla parte di Antigone e non da quella di Creonte. Infine, per quanto ingenuo a taluno possa apparire, imitiamo il comportamento dell’ortolano di Havel appena se ne presenti l’opportunità. Costui, riconosciuta la falsità del cartello che è tenuto ad esporre – il cartello recita «proletari di tutto il mondo unitevi» – decide di non più esporlo tra i suoi ortaggi. Una cliente, notandone l’assenza, decide pure lei, quando torna al suo ufficio, di togliere qualcosa di simile che è affisso alla sua porta. E di qui un effetto a catena. Forse pure il collega dell’ufficio accanto rimuoverà il suo cartello. E forse…


Fonte: Volere la luna


Amedeo Cottino è stato professore di Sociologia presso le Università di Umeaa (Svezia) e di Torino ed è socio del Centro Studi Sereno Regis. Si è occupato di diritto internazionale umanitario in qualità di esperto della Croce Rossa Internazionale. Ha scritto sul lavoro nero nell’edilizia e sulla criminalità dei colletti bianchi. Studia, tra l’altro, i temi dell’uguaglianza di fronte alla legge e della responsabilità individuale di fronte alla violenza.

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