Anno della Memoria | Cinzia Picchioni

Solo il 27 gennaio per ricordare? Non è che bisognerebbe istituire l’anno della memoria? Anzi, l’eternità della memoria?

Me lo sto chiedendo da quando, giorni fa, ho visitato Auschwitz dall’alto. No no, non ho sorvolato la Polonia! Ho fatto pochi passi fino a Palazzo Lascaris, nel centro storico di Torino. Là, nell’androne, era allestito un modello (realizzato dall’Associazione 296 Model di Venaria Reale) – battezzato “Il plastico della Memoria”, con la “m” maiuscola – riproducente il Campo di sterminio di Birkenau, in scala.

Di solito adoro i plastici, i diorama, le macrofotografie che mostrano il mondo in miniatura. Non quella mattina. Sola, in piedi, nell’androne di Palazzo Lascaris, al freddo, ascoltando le voci degli attori, ho pianto invece, mi sono sentita male, ho chiesto “perché”, ho scritto un commento sull’apposito quaderno, che non ricordo esattamente perché ero davvero colpita e scossa, ma era qualcosa sul fatto che non si è scritto abbastanza, né letto abbastanza, né visto abbastanza; che non si pensi che sia sufficiente tutto quello che – da quel famoso 27 gennaio – si è detto e ricordato.

E venendo via ho ringraziato, con il cuore che provava anche un po’ di “gioia”, i miei genitori, per quello che mi hanno trasmesso e che mi ha permesso di sentirmi come mi sentivo. Ho ringraziato la grande fortuna di aver ascoltato dalla viva voce di mia madre (nata il 28 aprile 1918) i racconti sulla Seconda guerra mondiale, sulle squadracce fasciste, su amici uccisi, su mio nonno – fedele socialista – che non si è tolto il cappello durante un’adunata fascista (obbligatoria, nella piazza del paese umbro di Narni, dove viveva), e si è preso uno schiaffo dalla camicia nera che controllava… i racconti di mia madre che andava in bicicletta dai contadini a cercare del cibo, il caffè fatto con le ghiande, la mancanza di tutto e la tessera annonaria, la paura dei rifugi antiaerei che le impediva di prendere la metropolitana, anni dopo, a Milano, dove si trasferì con mio padre negli anni Cinquanta del Novecento. Così per me la guerra è stata “viva” e non solo letta sui libri di scuola. Così l’essere “ribelle” fin da giovanissima lo devo alla loro educazione, ad aver vissuto i momenti democratici dell’Italia attraverso i racconti e le prese di posizione di chi mi insegnava a vivere.

Così, uscendo dal cortile di Palazzo Lascaris mi sono sentita di voler ringraziare per essere come sono, per provare quello che ho provato di fronte al Plastico della Memoria, “Una installazione multimediale per raccontare e spiegare alle nuove generazioni uno dei momenti più tristi della nostra storia”. Queste sono le parole sulla copertina del pieghevole che ho raccolto uscendo dal cortile… già, io ho potuto uscire dal cortile, contrariamente a chi non è uscito più, se non dal camino (come recita la struggente canzone di Francesco Guccini… ma forse non era iscritto alla SIAE…)

La canzone del bambino nel vento (Auschwitz)

Son morto con altri cento,
son morto ch’ero bambino:
passato per il camino,
e adesso sono nel vento.
Ad Auschwitz c’era la neve:
il fumo saliva lento
nel freddo giorno d’inverno
e adesso sono nel vento.
Ad Auschwitz tante persone,
ma un solo grande silenzio;

è strano: non riesco ancora
a sorridere qui nel vento.
Io chiedo come può l’uomo
uccidere un suo fratello,
eppure siamo a milioni
in polvere qui nel vento.
Ancora tuona il cannone,
ancora non è contenta
di sangue la belva umana,
e ancora ci porta il vento.
Io chiedo quando sarà
che l’uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare,
e il vento si poserà.

Anche il Plastico della Memoria comprendeva dei Canti, con titoli agghiaccianti che apparivano su uno schermo: Canto del fenolo; Canto dei forni… e poi c’erano le voci degli attori che leggevano le testimonianze, alcune inascoltabili: si tratta delle deposizioni raccolte durante un processo svoltosi a Francoforte sul Meno dal 20 dicembre 1963 al 20 agosto 1965. Gli imputati erano alcuni funzionari e SS del Lager di Auschwitz. Furono ascoltati 409 testimoni, 248 dei quali scelti tra i 1500 sopravvissuti. I testi sono confluiti in un’opera di Peter Weiss, che assistette a molte sedute del processo e l’intitolò “L’istruttoria” con sottotitolo “Oratorio in 11 canti”. L’autore dichiarò di aver voluto portare sulla scena “solo un concentrato delle varie deposizioni dei testimoni e imputati del processo e questo concentrato doveva ‘contenere solo fatti, così come emersero dal dibattito processuale’”.

Quest’opera, pochi mesi dopo il processo, il 19 ottobre 1965, fu rappresentata in ben 16 teatri europei, sotto forma di lettura scenica o di spettacolo teatrale. Non ho saputo nulla, né visto nulla, a quel tempo avevo 7 anni, ma oggi – a distanza di oltre 50 anni – ho avuto il privilegio di ascoltare una replica di quel dramma teatrale che, lungi dall’essere “datato”, mi ha fatto sentire grata verso chi mi ha permesso di provare ciò che ho provato. E per questo ho scritto che della vicenda nazi-fascista (olocausto compreso) non se ne parla, non se n’è parlato e non se ne parlerà mai abbastanza. Non nel “giorno” né nel “mese” ma nemmeno nell’anno della Memoria. Propongo un “eterno della Memoria”, datato 1 gennaio-31 dicembre.


Fotografie scattate ad Auschwitz da Sebastiano Velio Picchioni, durante una visita con Il treno della memoria, 2010

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