Alle origini di Roma | Massimiliano Fortuna

Il primo re, di Matteo Rovere (Italia-Belgio, 2019, 127 minuti)

Può anche darsi che il racconto pecchi di un eccesso di violenza o comunque ci sia un qualche compiacimento nel rappresentarla. Ma devo dire che, per le mie inclinazioni, trovo un film come «Il primo re» carico di suggestione, perché, come accadeva ne «La guerra del fuoco», è un tentativo di ricostruire un mondo distante senza appoggiarsi sull’immaginario artefatto con cui si è soliti raffigurarlo.

Nel film di Annaud si trattava di un passato remotissimo, qui di un’epoca che in teoria ci è molto più familiare – le origini di Roma – ma che proprio per questo può farci cadere nella trappola di una falsa conoscenza. Del resto che le civiltà umane tendano a rappresentare il passato con gli strumenti visivi del proprio presente nella storia è sempre accaduto, anzi in qualche misura si potrebbe dire che è inevitabile, perché noi viviamo davvero solo nella dimensione del presente e guardare a ciò che è stato e non è più richiede uno sforzo d’immaginazione in fin dei conti impossibile (e non pensiamo solo a quel che tocca la sfera del visibile, ma anche, anzi maggiormente, a tutto ciò che in diverso modo appartiene a quella del «sentire», si tratti degli odori della strada o della voce degli dei).

Inutile dire che anche «Il primo re» è fiction e quindi un tentativo di interpretazione, ma è fiction che può disorientare chi quando pensa a Roma, sia pure nel suo periodo iniziale, ha come riferimento abituale film di guerrieri glabri con corpi modellati in palestra, peplum dagli abiti lindi e naturalmente uomini e donne che parlano una lingua contemporanea. Guardando «Il primo re» possiamo invece provare ad accostarci a un ambiente e a un tempo arcaici e di cui poco conosciamo con una maggiore plausibilità di somiglianza. Grazie all’uso di un latino primordiale, che con l’aiuto di studiosi del settore si è tentato di ricostruire, siamo catapultati in un mondo che ci risulta estraneo innanzitutto a partire dalla sua dimensione sonora. E così le armi, i rudimentali vestiti, le maschere, lo scorcio di Alba Longa, il fuoco del dio, la luce naturale del bosco, tutto o quasi contribuisce a immergerci in un’atmosfera per mezzo della quale si prova a raccontare quel notissimo mito di fondazione cercando non di incamiciare il passato nelle più schematiche abitudini visive del presente, ma di far pervenire al mondo di oggi un soffio, per quanto minuto, della realtà di un lontano ieri. Forse anche per questo, non solo per la crudezza della violenza, una simile visione ci affatica e ci disturba.

 

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