Da Berlino con amore | Cinzia Picchioni

Vestito come Indiana Jones, ma invece di essere «Alla ricerca della pietra verde” (o era un altro film?…) lui da anni è «Alla posa della pietra ritrovata».

Sto parlando di Gunter Deming (Berlino, 27 ottobre 1947), l’artista tedesco che dal 1992 crea le opere dette  «pietre d’inciampo».

Spero che a questo punto dell’articolo sappiate già tutto e che il seguito sia solo una ripetizione (a parte la mia cronaca verso la fine).

Stolpersteine è la parola tedesca che sta per «pietra d’inciampo», un cubetto di circa 10 cm per lato da conficcare nei marciapiede di tutt’Europa, laddove dove siano vissute persone che poi sono state deportate nei lager nazisti. Ci sono pietre d’inciampo in Germania, Ungheria, Romania, Svizzera, Spagna, Lussemburgo, Austria, Belgio, Paesi Bassi, Bielorussia, Croazia, Francia, Grecia, Lituania, Norvegia, Polonia, Germania, Ungheria e circa 700 in Italia. E molte a Torino.

Si cerca e si ricerca in archivi e documenti e quando si scopre l’indirizzo di qualcuno deportato e assassinato nei lager durante la Seconda guerra mondiale si va davanti al portone e si piazza una pietra d’inciampo.

Quest’anno – di nuovo – sono state posate 15 nuove pietre e io sono finalmente riuscita a seguire alcune delle cerimonie. Di vere e proprie – benché brevi – cerimonie si tratta infatti, in cui occorre la partecipazione di vari attori. Ci vogliono innanzitutto gli operai edili che si recano all’indirizzo indicato, forse il giorno prima o il giorno stesso (ma comunque prima dell’artista) per fare nel marciapiede il buco che accoglierà la pietra. Poi ci sono gli enti promotori (Museo Diffuso della Resistenza, Polo del 900, Comunità Ebraica di Torino, Goethe Institute, ANED), con qualche ragazzo/ragazza che accompagna l’artista nei vari luoghi della città; poi ci siamo noi, il pubblico (tra cui amici e parenti della persona/delle persone ricordate con la pietra d’inciampo, che a volte raccontano…); poi – questa volta – ci sono alcuni studenti/alcune studentesse tra il pubblico oppure – come scriverò tra poco – che partecipano attivamente alla cerimonia, accompagnati/e da docenti sensibili.

Mi piace condividere l’esperienza con chi legge le “pagine” della «newsletter» del Centro Studi Sereno Regis,  ma soprattutto con chi non c’era.

Uno degli appuntamenti – come da programma (quasi un cartoncino d’invito, che avevo ritirato qualche giorno prima al Museo Diffuso della Resistenza) – era in via della Consolata 1bis. Davanti al portone una ventina di allievi/e dell’istituto Santorre di Santarosa, con le professoresse. Ripassavano alcuni brani su fogli già “vissuti”, forse stropicciati dall’ansia… C’erano due operai (forse del Comune?), con le loro tute arancioni, che hanno appoggiato due secchi accanto al buco precedentemente realizzato. In uno c’era acqua pulita, nell’altro un po’ di cemento con una cazzuola. Aspettiamo.

L’atmosfera è silenziosa e già un po’ solenne. Qualcuno ride e una ragazza – scherzosamente – dice “In realtà non dovremmo essere allegri…”. Preceduto dagli accompagnatori del Museo arriva lui, l’artista che dal 1992 ha ideato questo «monumento diffuso e partecipato […] per ricordare le singole vittime della deportazione nazista e fascista».

Come ho scritto, è vestito un po’ alla «Indiana Jones», compreso il cappello che ormai lo contraddistingue: pantaloni beige con le tasche, gilet su una maglia chiara pesante, scarponi e una ginocchiera imbottita legata al ginocchio destro. Una piccola borsa di juta per gli attrezzi. La pietra d’inciampo in mano, su un lato la targhetta di ottone col nome di chi abitava in quella casa e da lì è stato deportato per morire ad Auschwitz.

Si inginocchia e comincia il suo lavoro; noi tutti ammutoliamo per qualche secondo e poi un ragazzo inizia a leggere «Giuseppe Abramo Levi era nato a… dai genitori (nome, cognome, città…). Fu arrestato il …» e così via altri lettori e lettrici ricordano e condividono i risultati della loro ricerca. Finché un ragazzo legge un brano in tedesco… e alla fine Gunter Demnig alza il viso sorridente verso di lui e solleva il pollice della mano sinistra per dire ok. Finalmente parole che anche lui può capire (penso io). Per tutto il tempo restante l’artista ha messo cemento ai lati della pietra, l’ha conficcata nel cemento ancora morbido, l’ha presa a martellate per livellarla con il marciapiede… e qui è arrivata la commozione. La sua mazza – custodita nella borsa di juta – da un lato aveva una specie di spugna, come un feltro, e con quel lato Gunter martellava la pietra dalla parte della targa di ottone, per non rovinarla. Quando invece picchiava sulle pietre attorno girava la piccola mazza dalla parte di metallo.

C’era il silenzio. Le letture terminate, si sentiva solo il toc-toc (a volte ovattato) dei colpi e il fruscio della cazzuola che livellava il cemento. A quel punto, nel totale silenzio, l’artista ha estratto dalla famosa borsa una spugnetta, l’ha immersa nel secchio di acqua pulita e ha lavato la targa, con gesti che dire delicati è poco. Erano pieni di rispetto, di commozione, di premura e anche di dolore. Finché è stata tutta lucida e con i contorni ben definiti. Allora l’artista si è alzato e ho potuto vederlo in faccia e ringraziandolo guardandolo negli occhi. Azzurri, vispi e molto imbarazzati, quasi a dire: «Ma io non ho fatto niente… !», i capelli e la barba grigi, orecchino, non più giovane e anche un po’ stanco (quella era l’ottava pietra che posava dalla mattina, e altri 7 nomi lo aspettavano), se n’è andato su un furgone verso l’appuntamento successivo: corso Regina Margherita 89, dove un’intera famiglia è stata deportata: Natalia Tedeschi, Bice Sacerdoti in Tedeschi, Celestina Muggia in Sacerdote, Vittorio Tedeschi.

Sono stata «contenta» e onorata di aver presenziato anche ad altre due pose, perché un conto è sapere, un altro è vedere, proprio come «vedere» i nomi dei deportati incisi sull’ottone, leggere la data dell’arresto, vedere quanto tempo è passato prima della deportazione e quanto prima della morte… E bene – chiunque sia – per la decisione di scrivere «assassinato» (e non «ucciso» o «morto») così non si dimentica che dietro a degli assassinati ci sono degli assassini.

Se volete «vedere» le altre pietre d’inciampo, riporto l’elenco delle ultime 15 (posate martedì 22 gennaio 2019. Se volete vedere anche tutte le altre (67, la prima nel 2015, che era la 50millesima in Europa) posate a Torino esiste una brochure con la piantina (e si effettuano percorsi guidati per visitarle). Tutta l’iniziativa è sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica Italiana.

Ci sarà un erede di Gunter Demnig? Ho idea che continueranno a venire fuori altri deportati, altri indirizzi, altri marciapiede per continuare a inciampare e accorgersi: «Qui abitava una persona/una famiglia/una coppia deportate ad Auschwitz…», ma allora, anche se è successo 73 anni fa (e 83… e 93… e 103… e …) è vero. È successo! Nelle vie della mia città, dove ora passeggio liberamente, dove abito, dove abita la mia amica…

Il valore di questa operazione, apparentemente «piccola» e un po’ strana, è immenso, secondo me.  È duratura, evocativa, rispettosa, sotto gli occhi di tutti e in continua espansione… per chissà quanto… 6 milioni di persone sono tante… . Non siete riusciti a venire a vedere la posa dele pietre? Tranquilli. C’è già stato qualcuno che, “inciampando” nell’intelligente operazione, si è preso la briga di andare di notte, a Roma, con scalpello e martello a toglierle le pietre. Ci credereste? Ho idea che succederà ancora e che sarà necessario un continuo lavoro di manutenzione…

 

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