Viaggiare nel tempo. Appunti dopo una mostra di van Dyck | Massimiliano Fortuna

Non so se tutti i ragazzini siano attratti dall’idea di viaggiare nel tempo. Io lo ero enormemente e il pensiero di una «macchina» capace di spostarsi da un’epoca all’altra ha segnato il mio immaginario adolescenziale.

Nel mio caso però un viaggio nel tempo declinato quasi esclusivamente in una direzione, quella del passato. Vedere i volti e i corpi di donne e uomini vissuti prima di me, le costruzioni nelle quali abitavano, gli oggetti che maneggiavano, i vestiti indossati, i paesaggi naturali che si aprivano sotto i loro occhi, tutto questo mi ha affascinato sin da bambino, nella vertiginosa aspirazione a una sorta di contemporaneità con ogni essere esistito, non uomini soltanto ma qualsiasi forma vivente animale o vegetale.

Così anche nell’età adulta non ho mai smesso di avvertire il richiamo di tutto ciò che, in qualche misura, ci permette di intravedere un’orma delle vite scomparse, si tratti di pochi decenni o di svariati secoli. Dal cinema, solo per gli anni più recenti naturalmente, a qualche muro istoriato, da un osso lavorato a fragili documenti d’archivio, tutti strumenti che contribuiscono a immergerci in piccoli spostamenti nel tempo, nell’attesa che davvero venga inventata quella famosa macchina di cui fantasticava Herbert G. Wells.

Questo spirito da viaggiatore nel tempo è, a mio avviso, il modo più adatto per accostarsi a una mostra di pittura come quella di van Dyck, esposta in queste settimane alla Galleria Sabauda di Torino. Semplicemente, la sua sublime arte del ritratto ci consente un incontro ravvicinato con uomini e donne, bambine e bambini, ma anche cani e cavalli abitanti di un mondo passato; un mondo ristretto, fatto di nobili e di re, di aristocrazie del denaro e del potere religioso. Possiamo fissare i nostri occhi negli occhi di volti scomparsi da secoli, che spiccano su ricami e vesti sontuose, che quelle tele magnificamente riproducono e fedelmente perpetuano.

Da un simulacro di colore ci raggiunge il soffio della vita di alcuni che l’hanno posseduta prima di noi, in essa possiamo rispecchiarci, meditarla, valutarne la consistenza provvisoria. Biglietti da visita illustrati di inizio Seicento questo sono i quadri di van Dyck, nelle loro pennellate cogliamo il riverbero di una pratica all’epoca privilegio di una ristretta élite di ricchi e potenti della Terra, oggi diffusa e accessibile a quasi tutti. Fotografarci e riprenderci, infatti, è divenuto un atto che accumuliamo ormai in forme quasi compulsive. Ci sarà ancora qualcuno a guardarci fra 400 anni?

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