Campagna di sfida o di disobbedienza. Dichiarazione di avvio (a Nataal)* | Giorgio Barazza

La Campagna di sfida contro le leggi ingiuste fu lanciata dall’African National Congress (ANC) e dal South African Indian Congress il 26 giugno 1952, nella provincia di Nataal ebbe inizio alla fine di agosto per dare il tempo necessario a una preparazione adeguata

La dichiarazione di avvio

A Nataal, attraverso i suoi accreditati delegati presenti, è stata pienamente sostenuta la Conferenza dell’ANC – sezione di Nataal, tenutasi a Durban il 15 marzo 1952 – che sostenne la decisione dell’ANC di lanciare la Campagna nonviolenta di resistenza passiva contro le leggi discriminatorie e ingiuste dell’Unione del Sud Africa; l’obiettivo e la speranza della Campagna era che i bianchi del Sud Africa adottassero una politica di ammissione dei pieni diritti democratici per tutti coloro che si schieravano a loro favore.

Noi crediamo ciò che l’arcivescovo Hurley di Durban ha dichiarato recentemente al South African Institute of Race Relations di Durban: «Il primo dovere di un Cristiano nelle relazioni razziali in Sud Africa era quello di convincere gli europei che essi non potevano godere di pieni diritti senza sacrificare la giustizia umana. Il secondo era quello di garantire i diritti economici, culturali e politici ai non-europei progressivamente in accordo con i loro stadi di evoluzione sociale».

Mi addolorava dire che da quando c’era l’Unione noi avevamo testimoniato una diminuzione dei diritti democratici e dei privilegi tra i pochi non-europei che li godevano quando noi speravamo che la politica liberale del Cape (la provincia più a sud, NdT) sarebbe stata estesa alle province del nord. Ci ritrovammo privati di ogni opportunità di sviluppare le nostre più piene capacità, i nostri talenti ricevuti da Dio.

Come africani siamo lieti che all’invito dell’African National Congress gli Indiani e la Gente di Colore, attraverso le loro organizzazioni nazionali, si sono impegnati a sostenere il nostro Congresso nella sua giusta lotta. Noi invitiamo tutti colore che, senza badare a colore, razza o credo, premiano la democrazia, ad unirsi alle nostre forze. Sono felice di annunciare oggi, a questo incontro della nostra conferenza provinciale che si tiene nel Batu Social Centre di Durban il 30 agosto 1952, che gli africani di Nataal con i loro alleati, gli Indiani, sotto la direzione unita dell’African National Congress e del South African Indian Congress, stanno dando vita a un’azione contro le leggi ingiuste e discriminatorie che si terrà domani, 31 agosto 1952.

Possa Dio benedire i nostri volontari che stanno aiutando Nataal ad onorare le sue parole d’impegno, così che il giorno della resa dei conti possa dire: «Anch’io ero lì nella lotta per costruire l’Unione del Sud Africa, una vera democrazia per tutta la sua gente senza rispetto per il colore, la razza ed il credo».

Un’antologia di citazioni tratte da Africa in cammino[1] di Albert Luthuli[2]

«Dal 1940 al 1949, con la direzione dell’ANC da parte di A. B. Xuma, il congresso finalmente fu in grado di attendere a quello che era il suo compito: mettersi in condizioni di affrontare la lotta, con la chiara cognizione dello stato di cose in Sud Africa (p. 164). Fu compilato un documento l’«African Claims» (rivendicazioni africane), i giovani cominciarono ad avere quello che volevano, la Lega del Congresso della Gioventù portava all’organizzazione uno spirito nuovo di energia e di volontà, io non ero ancora membro del congresso, in quell’epoca mi ero recato in India (p. 165). Per me come per molta gente l’ANC era il cane da guardia della gente africana (p. 166).

Ecco come venni incluso tra i membri del congresso. Nel Nataal il leader politico era Dube (ex primo presidente nazionale dell’organizzazione), che fu sostituito per motivi di salute dal reverendo Mtimkulu. Dopo un momento di conflittualità interna emerso per non avere controllato le credenziali dei candidati, ho cercato di evitare lo scioglimento dell’incontro, dicendo «scegliamo un altro presidente», e mi trovai seduta sulla poltrona da presidente. Accettare la carica era nient’altro che la conseguenza naturale di una disposizione che avevo assorbito all’Adams college[3], era un modo come un altro per essere utile alla gente (p. 168).

Alla fine smettemmo di pensare di ottenere qui un miglioramento, una concessione, e ponemmo le basi della nostre rivendicazioni: cominciammo a chiedere il posto al sole che ci spettava a buon diritto in quel Sud Africa dove prima avevamo pregato di ricevere un trattamento un po’ meno duro nel luogo assegnato a noi dai bianchi. Inizia la cooperazione con altre organizzazioni che vogliono svincolare gli uomini dal servaggio (p. 170).

Viene incentivata la presenza giovanile (siamo tra la fine degli anni Trenta e la metà dei Quaranta), la costante riduzione dei diritti cominciava a far si che abbandonassimo l’attitudine  di starcene passivi ad assistere mentre ogni nostra rivendicazione veniva ignorata. La paziente bestia da soma può essere frustata e sovraccaricata ma fino a un limite massimo, specie se non è una bestia da soma ma un essere umano. Ci siamo accorti che il Sud Africa non era tutto il mondo e che esistevano altri modi di governo diversi da quelli dei bianchi sudafricani (p. 183). Zuma[4] andava piano, un altro leader andava a sostituirlo, Moroka. Con il 1949 avviene un cambiamento radicale nella politica e nel metodo seguiti, ci rifiutavamo di contenderci d’ora in poi gli avanzi della tavola sudafricana.

Il programma d’azione prevedeva dimostrazioni, azioni di sciopero e inadempienza degli obblighi civili che dovevano sostituire la vane parole. Appoggiati dalla solidarietà della comunità indiana ci trovavamo concordi nel puntare sulla disobbedienza nonviolenta, diretta non contro la legge ma contro la legislazione discriminatoria (p. 184). Nel 1951 nasce il consiglio unito di programmazione che organizzò la collaborazione fra i diversi gruppi non bianchi (p. 186).

La Campagna di sfida o di disobbedienza

Si prepara la campagna di sfida. Mentre loro festeggiavano 300 anni di dominazione bianca noi festeggiavamo 300 anni di assoggettamento dei negri (p. 193).

Noi combattevamo un sistema non una razza, bersaglio della campagna erano le 6 leggi oppressive, ingiuste, la nostra intenzione era disubbidire a queste leggi subendo arresti, aggressioni, multe. La campagna puntava contro il motto nazionale del Sud Africa «per europei soltanto» (p. 196).

I volontari[5] dovevano disertare i servizi separati e non uguali preparati per noi e azzardarsi a servirsi di quelli che i bianchi potevano usare a loro piacimento. A ciò si aggiungeva la beffa del coprifuoco e le disposizioni sul lasciapassare. La campagna di sfida parte.

            Si avvertirono, dovunque fu possibile, le autorità circa le particolareggiate azioni di ogni gruppo di volontari e all’occorrenza si arrivò a consegnare liste complete con i nomi dei volontari. La disciplina dei volontari si rivelò ovunque ineccepibile. Ebbero discreto successo le riunioni di massa ma l’arruolamento dei volontari fu meno brillante di quanto l’entusiasmo delle riunioni ci aveva fatto sperare (p. 198). Luthuli «Viene messo di fronte alla doppia personalità di membro dell’ANC che invita alla disobbedienza delle leggi e di capo tribù nel Nataal[6]. Viene indetta una riunione della tribù. La gente si rifiuta di eleggere un nuovo capo; per 2-3 mesi tengono, poi cala la consueta rassegnazione tra gli uomini, si inchinarono troppo docilmente alla decisione di depormi quasi ammettessero tacitamente che la forza costituisce un diritto. Finisce la carriera con il dipartimento degli affari indigeni, sulle questioni tribali» (p. 208).

L’esempio del primo gruppo di volontari era stato seguito. Lo spirito di disciplina dei volontari non venne mai meno. La polizia assume un contegno spavaldo e sicuro, chiedono questo, ordinano quello e si scagliano contro gli abusi. Ma sotto sotto sono spaventati ed è naturale, fanno affidamento sulla catena (p. 212).

Siamo ai disordini del 1952. La campagna di sfida si svolgeva in maniera troppo composta e ordinata, e aveva buon successo di giorno in giorno. La sfida della nonviolenza era superiore a quello che essi (il potere, la polizia, NdT) potevano tollerare, toglieva loro l’iniziativa. l’infiltrazione di agenti provocatori è ben documentata, si tennero ben lontani dai volontari e dal congresso. Si diedero da fare tra gli elementi più giovani e irresponsabili. Buona metà delle persone caricate erano giovanissimi (p. 213). L’attività di coloro che avevano preso parte ai disordini e ai tumulti fornì il pretesto di colpire quanti si erano limitati a dimostrazioni nonviolente (p. 214).

Nel 1952 i delegati del Nataal mi propongono a presidente generale dell’ANC; mi trovo ad essere eletto, ero soddisfatto di non avere alle spalle nessuna lotta per il potere né rivalità con altri competitori. La Lega della gioventù mi propone di preparare dei gruppi di volontari disposti a fare azioni di sfida, ma nessuno si offri come volontario (p. 216). Credo che per la campagna di sfida noi avessimo scelto il momento giusto, ma si deve anche sapere quando è il momento di smettere, avevamo esagerato l’importanza di quel mezzo. Poco dopo chiudemmo la campagna anche se si era abbastanza in ritardo. La sua efficacia era andata perduta già da tempo sia per l’abilità con cui erano provocati i tumulti, sia per la clamorosa speculazione che era stata fatta sui disordini.

Vi era un senso di resistenza efficiente tra africani e indiani e anche, in grado minore, fra la gente di colore in genere. Scomparsa la rassegnazione a uno stato di cose che prevedeva si continuasse ad essere governati esclusivamente dai bianchi e per i bianchi, vedevamo ormai chiaramente le nostre mete (p. 217).

Oggi forse io ho l’inclinazione  a mettere soprattutto in risalto il fatto che la nostra lotta è una lotta e non un gioco. Noi non possiamo permetterci di lasciarci intimidire da una durezza che andrà crescendo prima che il combattimento abbia termine. Non arriveremo a conquistare la libertà  se non a costo di grandi sofferenze che dobbiamo prepararci ad affrontare. Molto sangue africano è stato già sparso e certo molto altro ancora ne scorrerà. Noi non vogliamo il sangue dell’uomo bianco, ma non dovremmo nutrire illusioni sul prezzo che egli esigerà prima che ci siano riconosciuti i diritti di cittadinanza sulla nostra terra.

La Campagna ci aveva rivelato alcuni punti deboli del movimento di resistenza. La gente di razza mista non forma un tutto omogeneo in fatto di aspirazioni politiche e per quanto riguarda il suo atteggiamento verso la supremazia bianca. Alcuni la combattono perché è basata su un ingiusto principio, molti però l’avversano perché non ne condividono i privilegi. Cercano di fondersi con i bianchi ma vengono rifiutati, e contemporaneamente rifiutano di accostarsi agli africani. Il loro dilemma è angoscioso, non sanno scegliere in che mondo vivere. Organizzazioni autonome che hanno aderito alla campagna si sono date il nome di congresso e ANC, molte chiese non sono state neutrali».


*La seguente dichiarazione è tratta da https://digilander.libero.it/sitodellapace/lutuli_disc_05.htm, che si appoggia all’Archivio storico dell’African National Congress, Historical Documents del 16/8/2008


[1] Africa in cammino, Albert Luthuli, Edizioni SEI.

[2] Il Sud Africa ha avuto due premi nobel per la pace: Nelson Mandela (nel 1993) insieme al presidente del Sud Africa Frederik de Klerk (dal 1989 al 1994) e Albert Luthuli (nel 1960) che è stato anche un membro  dell’International Fellowship of Riconciliation (IFOR) come Martin Luther King, e presidente dell’African National Congress dal 1952 al 1967.

[3] Nel 1928 è diventato segretario dell’Africa Teachers Association e nel 1933 presidente. Fonda la Zulu language and cultural society. Nel 1936 vince una borsa di studio e si stabilisce per 15 anni all’Adams College (fondazione statunitense) del Nataal.

[4] Attuale presidente dell’ANC.

[5] Oltre 8500 volontari furono incarcerati per la loro partecipazione alla Campagna,  Mandela era stato nominato capo nazionale dei volontari (da Lettere dal carcere, di N. Mandela, Edizioni il Saggiatore).

[6] Nel 1936 ha lasciato l’insegnamento ed è stato «eletto capo della Riserva della missione Umboti a Groutville, dove doveva provvedere agli affari di quasi 5.000 persone» (p. 90)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *