Inerzia istituzionale e culturale: perché non reagiamo alle crisi? | John Scales Avery

Oggi siamo di fronte a crisi multiple interrelate, per esempio la minaccia di un cambiamento climatico catastrofico o di una guerra termonucleare altrettanto catastrofica e la minaccia di una carestia diffusa. Queste minacce all’esistenza umana e alla biosfera esigono una risposta sollecita e razionale; ma a causa dell’inerzia istituzionale e culturale, manchiamo di fare i passi necessari a evitare il disastro.

Solo un’immediata azione climatica può salvare il futuro

Ci vuole un’azione immediate per fermare l’estrazione dei combustibili fossili e ridurre drasticamente l’emissione di CO2 e altri gas a effetto serra per salvare il futuro a lungo termine della civiltà umana e della biosfera.

Alla cerimonia d’apertura dei colloqui sul clima sponsorizzati dall’ONU a Katowice, Polonia, sir David Attenborough ha detto “Proprio di questi tempi ci affacciamo a un disastro artificiale di scala globale; la nostra più grande minaccia in migliaia d’anni: il cambiamento climatico. Se non agiamo è all’orizzonte il crollo della nostra civiltà e l’estinzione di molto del mondo naturale. La gente del mondo ha parlato, con un messaggio chiaro. Il tempo si sta esaurendo. La gente vuole che voi, i decisori, agiate adesso.”

Antonio Guterres, Segretario-Generale ONU, ha detto che il cambiamento climatico è già “una questione di vita o di morte” per molti paesi. E aggiunto che il mondo è “ben lontano da dove ha bisogno di essere” nella transizione a un’economia con basso tenore di carbonio.

La studentessa quindicenne svedese Greta Thunberg, che ha varato un movimento di protesta climatica nel suo paese, ha detto al leader Antonio Guterres alla conferenza ONU di Katowice: “Qualcuno dice che io dovrei essere a scuola invece. Qualcuno dice che io dovrei studiare per diventare climatologa in modo da saper ‘risolvere la crisi climatica’. Ma la crisi climatica è già stata risolta; abbiamo già tutte le nozioni fattuali e le soluzioni. Perché dovrei studiare per un futuro che presto potrebbe non esserci più, quando nessuno sta facendo alcunché per salvare quel futuro? E a che serve imparare nozioni quando le più importanti chiaramente significano nulla per la nostra società?”. Thunberg, ancora: “Oggi utilizziamo 100 milioni di barili di petrolio ogni santo giorno. Non ci sono politiche per cambiare tale situazione. Non ci sono norme per mantenere nel terreno il petrolio non estratto. Quindi non possiamo salvare il mondo attenendoci alle norme. Ecco perché le norme devono essere cambiate”. E ha concluso dicendo che “poiché i nostri capi si stanno comportando infantilmente, dovremo noi accollarci la responsabilità che avrebbero dovuto assumersi loro da tempo”.

Inerzia istituzionale

Il nostro fallimento collettivo nel reagire adeguatamente all’attuale crisi è prevalentemente dovuto a inerzia istituzionale. Il nostro sistema finanziario è profondamente ancorato e resistente al cambiamento. La nostra intera infrastruttura industriale si basa sui combustibili fossili; ma se si deve salvare il futuro, l’utilizzo dei combustibili fossili deve smettere.

I rapporti internazionali sono ancora basati sul concetto di stati nazione assolutamente sovrani, benché questo concetto sia diventato un pericoloso anacronismo in un’era d’istantanea comunicazione globale e d’interdipendenza economica. Entro le nazioni, I sistemi di norme e d’ istruzione cambiano molto lentamente, benché I pericoli attuali esigano rapide rivoluzioni di prospettiva e stile di vita.

Il fallimento delle recenti conferenze climatiche di produrre forti documenti finali può essere attribuita al fatto che le nazioni che vi hanno partecipato si sentivano in competizione fra loro, quando di fatto avrebbero dovuto cooperare in risposta a un pericolo comune. Alle conferenze s’è anche fatta sentire la mano greve dell’industria dei combustibili fossili.

Fino allo sviluppo delle machine a vapore alimentate dal carbone nel 19° secolo, gli umani vivevano più o meno in armonia col proprio ambiente. Poi, i combustibili fossili, equivalenti a molti milioni di anni di luce solare immagazzinata, sono stati estratti e bruciati in due secoli, azionando una frenesia di crescita di popolazione e d’industria durata fin ad ora. Ma oggi la festa è finita. Carbone, petrolio e gas sono quasi esauriti e quanto ne resta dev’essere lasciato nel terreno per evitare minacce esistenziali agli umani e alla biosfera.

Le grosse aziende del carbone e del petrolio basano il valore delle proprie azioni sulla proprietà delle risorse restanti ancora sepolte, e si può contare sul loro ricorso ad ogni trucco, ammissibile o meno, per trasformare quelle risorse in denaro. In generale le grosse aziende rappresentano una gran forza di resistenza al cambiamento. Per legge, i loro direttori sono obbligati a mettere I profitti degli azionisti al di sopra di qualunque altra considerazione. Non viene lasciato spazio di sorta a una coscienza ecologica o sociale. Sempre più le mega-aziende hanno assunto il controllo dei nostri mass media e del nostro sistema politico, intervenendo in modo tale da diventare sempre più ricchi, così aumentando il proprio controllo sul sistema.

Conversazione garbata e inerzia culturale

Ogni giorno, le convenzioni della conversazione beneducata contribuiscono alla nostra sensazione che tutto è com’è sempre stato. La buona educazione richiede che non si parli di argomenti che potrebbero essere contrari alle credenze altrui. Così la conversazione garbata è dominata da banalità, intrattenimento, sport, il tempo, pettegolezzo, cibo, e così via. Le preoccupazioni per un futuro distante, il pericolo di guerra nucleare, di un cambiamento climatico incontrollabile, o di carestia diffusa appaiono di rado nelle conversazioni a tavola, per un caffè o al bar. Nelle conversazioni fra gente educata, la situazione è esattamente la stessa che nei mass media: otteniamo la falsa impressione che al mondo tutto vada bene; ma di fatto non va tutto bene. Dobbiamo anzi agire prontamente e adeguatamente per salvare il futuro.

Sparare a Babbo Natale

Nessuno vuole sparare a Babbo Natale, non c’è bisogno di dirlo! Chi vorrebbe mai nuocere a quell vecchio gaio con slitta e renne e officina al polo Nord? E impedirgli di recare felicità a tutti e accendere come stelle gli occhi dei bambini? Davvero nessuno! Ma la triste verità oggi è che dobbiamo liberarcene in qualche modo, prima che si liberi lui di noi, e di gran parte delle piante e degli animali che condividono il nostro mondo. Magari no, non sparargli, solo dimenticarlo, lui e tutto ciò che rappresenta, cominciando dal suo abito rosso, inventato dal servizio pubblicitario della Coca-Cola.

Ecco quello che B.N. diffonde: il cliente ha sempre ragione; ogni suo desiderio è un ordine; si ha diritto a tutto quel che si desidera. Se si ha voglia di farsi una vacanza dall’altra parte del mondo, non si esiti, lo si faccia e basta; se si ha voglia di comprarsi un SUV, idem. L’auto-appagamento è diritto dalla nascita. Spendere fa crescere l’economia, e la crescita è cosa buona. Non è giusto così?

Purtroppo non è giusto. Dobbiamo affrontare il fatto che una crescita infinita su un pianeta finito è una impossibilità logica, e che abbiamo raggiunto o sorpassato i limiti sostenibili alla crescita.

Nel mondo d’oggi stiamo premendo contro i limiti assoluti della capacità di sostentamento della Terra e un’ulteriore crescita porta con sé il pericolo di crollo futuro. Alla lunga la crescita né dell’industria né della popolazione è sostenibile; abbiamo proprio raggiunto o superato I limiti sostenibili.

La dimensione dell’economia umana è ovviamente il prodotto di due fattori: il numero totale di umani e il consumo pro-capite. Consideriamo prima il problema di ridurre il consumo pro-capite nei paesi industrializzati. L’intera struttura della società occidentale sembra progettata per spingere I propri cittadini in direzione opposta, verso livelli di consumo sempre crescenti. I mass media ci prospettano continuamente l’ideale di un’utopia personale, colmata di beni materiali.

Ogni giovane in una moderna società industrial si sente un fallito a meno che non combatta per giungere in “cima”; e in anni recenti, sono state tirate nella gara anche le donne. Ovviamente, non tutti possono raggiungere la cima; non ci sarebbe posto per tutti; ma la società ci sollecita a provarci, e proviamo un senso di fallimento se non raggiungiamo l’obiettivo. Così la vita moderna è diventata una competizione di tutti contro tutti per il potere e i possedimenti.

Quando questi ultimi si usano allo scopo della gara sociale, l’esigenza non ha limiti superiori naturali, ma solo la dimensione del proprio ego, che, come noto, è illimitato. Il che sarebbe decisamente bene se fosse desiderabile una crescita industrial illimitata; ma oggi, con la crescita che implica un futuro collasso la società occidentale ha urgente bisogno di trovare nuovi valori sostitutivi della nostra adorazione del potere, della nostra caccia instancabile di qualcosa di eccitante e la nostra ammirazione per il consumo eccessivo. Accendendo il televisore, non ci sarà manco un cenno al reale stato del mondo nella stramaggioranza dei programmi, né dei pericoli in agguato in futuro. In parte il motivo di questa cecità intenzionale è che nessuno vuol sciupare la fiducia dei consumatori; nessuno vuole provocare una recessione. Nessuno vuol far fuori Babbo Natale.

Ma prima o poi arriverà una grave recessione, in barba alla nostra riluttanza a rendercene conto. Forse dovremmo prepararci riordinando l’economia e le infrastrutture mondiali per raggiungere una sostenibilità a lungo termine, vale a dire una economia stabile, solida, la stabilizzazione della popolazione, ed energia rinnovabile [commisurata].

La nostra responsabilità verso le generazioni future e la biosfera

Tutta quanta la tecnologia necessaria alla sostituzione dei combustibili fossili è già disponibile. Le fonti rinnovabili ne forniscono adesso solo il 19% del fabbisogno mondiale, ma crescono in fretta. Per esempio, l’energia eolica sta crescendo al tasso del 30% annuo. Per le notevoli proprietà della crescita esponenziale, ciò vuol dire che il vento diventerà presto un importante fonte del fabbisogno energetico mondiale, nonostante un’aspra opposizione dell’industria dei combustibili fossili.

Energia eolica e solare sono ora in grado di competere economicamente con i combustibili fossili, cosa atta a diventare ancor più pronunciata se altri paesi – oltre a Finlandia, Paesi Bassi, Norvegia, Costa Rica, Regno Unito e Irlanda – mettono una tassa sulle emissioni di carbonio.

Si è dedicate anche molta ricerca e riflessione al concetto di economia allo stato solido. L’unica cosa che manca è la volontà politica. Tocca alla gente del mondo far sentire la propria volontà collettiva.

La storia ha dato alla nostra generazione un’enorme responsabilità verso le future generazioni. Dobbiamo arrivare a un nuovo genere di economia, allo stato solido, appunto. Dobbiamo stabilizzare la popolazione globale. Dobbiamo sostituire i combustibili fossili con fonti d’energia rinnovabile. Dobbiamo abolire le armi nucleari. Dobbiamo por fine all’istituzione della guerra. Dobbiamo recuperare democrazia nei nostri paesi quando si sia persa. Dobbiamo sostituire il nazionalismo con un Sistema giusto di diritto internazionale. Dobbiamo prevenire il degrado dell’ambiente terrestre. Dobbiamo agire con dedizione e intrepidità per salvare il futuro della terra alla civiltà umana e alle piante e agli animali coi quali condividiamo il dono della vita.

 

EDITORIAL, 17 Dec 2018

#565 | John Scales Avery – TRANSCEND Media Service

Titolo originale: Institutional and Cultural Inertia
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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