Lezioni sulla costruzione della democrazia dopo rivoluzioni nonviolente | Jonathan Pinckney

Nel 2011, l’Egitto iniziò una transizione politica dopo una rivoluzione nonviolenta. Sia all’interno del Paese sia all’estero, ci fu grande ottimismo riguardo al fatto che la transizione avrebbe avuto, molto probabilmente, un esito democratico. Nel 2014, anche il Burkina Faso iniziò una transizione politica, dopo che una rivoluzione nonviolenta aveva rovesciato l’autoritario presidente Blaise Compaoré, al potere da lungo tempo. Mentre molti ammirarono questa rivoluzione, le condizioni sfavorevoli – bassi livelli di sviluppo economico e una regione meno propensa alla democrazia – rendevano meno ottimistiche le prospettive di sviluppo democratico. Eppure, oggi l’Egitto è ancora un volta sotto un regime autocratico, in seguito al colpo di stato del 2013 da parte del generale Abdel-Fatah al-Sissi. La mobilitazione popolare sconfisse nel 2015 un simile colpo di stato in Burkina Faso e si sono ora svolte elezioni democratiche nel paese, ponendolo sulla via di una democrazia sostenibile nel tempo.

Che cosa spiega queste differenze? Perché alcune rivoluzioni nonviolente portano alla democrazia mentre altre no? E la resistenza nonviolenta è veramente un fattore determinante nel promuovere in primo luogo la democrazia? Queste sono le domande che considero in una nuova monografia di ICNC press: When Civil Resistance Succeeds: Building Democracy after Nonviolent Uprisings (Quando la resistenza civile ha successo: la costruzione della democrazia dopo insurrezioni nonviolente). La monografia è basata su ricerche statistiche su 78 transizioni politiche avviate dalla resistenza nonviolenta nel periodo dal 1945 al 2011; fanno parte del lavoro anche interviste e lo studio approfondito di tre specifiche transizioni: quella del Brasile dal regime militare negli anni ’80, quella dello Zambia dal governo del partito unico negli anni ’90 e quella del Nepal dalla monarchia negli anni 2000. Il libro, in primo luogo, si propone di porre le basi per la nostra comprensione di tali domande, usando i migliori strumenti di ricerca delle scienze sociali; in secondo luogo, si focalizza sull’individuazione di lezioni pratiche, che possano essere applicate nelle varie situazioni da attivisti, leader politici e attori esterni, interessati alla promozione della democrazia dopo rivoluzioni nonviolente.

Il primo importante risultato della ricerca è che la resistenza nonviolenta incoraggia il progresso democratico, anche in circostanze molto sfavorevoli. Su 78 transizioni politiche iniziate dalla resistenza nonviolenta, 60 hanno portato almeno a un minimo livello di democrazia. Si tratta di una proporzione molto più ampia rispetto a transizioni politiche iniziate con qualsiasi altro mezzo. Ciò rafforza i risultati di ricerche precedenti che hanno scoperto che la resistenza nonviolenta ha condotto a più democrazia rispetto alla resistenza violenta.

Il secondo risultato importante è che, quando le rivoluzioni nonviolente non riescono a condurre alla democrazia, ciò accade tipicamente a causa di due sfide specifiche, che ho chiamato le sfide della mobilitazione temporanea e del radicalismo di piazza. Se queste sfide sono affrontate con successo, allora gli esiti democratici sono molto più probabili. Se non sono risolte, i paesi tendono a ritornare a regimi non democratici, o a giungere a regimi ibridi, che combinano alcuni elementi di democrazia e di autocrazia.

La prima sfida è la mobilitazione temporanea. Le rivoluzioni non violente comportano tipicamente livelli di mobilitazione sociale molto alti, con tantissime persone di tutte le estrazioni che premono per un cambiamento positivo. Eppure, spesso, dopo un primo passo in avanti verso la democrazia, questa mobilitazione diminuisce in modo significativo. Ciò costituisce un problema, perché stabilire una democrazia richiede molto più della semplice rimozione di un dittatore. Ci sono molte più tappe sulla via della democrazia, e se non c’è pressione popolare per ognuna di esse, le transizioni possono facilmente deragliare.

Evidenzio tre lezioni per mantenere la mobilitazione durante le transizioni dopo rivoluzioni nonviolente. La prima è favorire fonti indipendenti di pressione da parte dei cittadini. Durante una transizione politica, è difficile mantenere gruppi indipendenti della società civile vivi e attenti ai bisogni della gente comune. Spesso, gruppi, che prima erano indipendenti dallo stato, durante la transizione entrano in politica in massa, indebolendo la loro voce indipendente e diventando troppo occupati nel conquistare il potere. Oppure diventano troppo professionalizzati, spesso a causa del collegamento con donatori internazionali, e perdono così il carattere di “movimento” e il contatto con la gente comune. Né l’ingresso in politica né la professionalizzazione sono, di per sé, negative, e spesso possono essere entrambe molto utili. Tuttavia, è cruciale mantenere alcune voci indipendenti, che possano sostenere o aumentare la pressione per il bene del cambiamento democratico.

La seconda lezione per mantenere la mobilitazione è di non riporre troppa fede nei leader. In molti movimenti, c’è una forte tendenza a rappresentare i propri oppositori come totalmente cattivi e i propri leader come completamente buoni. Questa tendenza può portare a credere che, se solo i propri leader fossero al potere, allora il progresso democratico seguirebbe naturalmente. Ma la triste verità è che anche le persone migliori, che hanno sopportato grandi sacrifici quando erano parte di un movimento, possono essere corrotte dal potere. Perciò, durante le transizioni politiche, quando i leader del movimento possono assumere per la prima volta posizioni di potere politico, è di cruciale importanza che essi siano giudicati sulla base delle loro azioni e non della loro storia.

La terza lezione è costruire e mantenere una visione positiva del futuro. I movimenti in favore della democrazia spesso si focalizzano su aspetti negativi per mobilitare il popolo contro i dittatori.Può essere più facile unire una coalizione variegata per sbarazzarsi di un governante particolarmente odiato, piuttosto che discutere con difficoltà di come sarà il futuro una volta che questo governante sarà stato scacciato. Ma avere queste difficili discussioni è di cruciale importanza, perché, una volta che l’odiato leader o regime se ne sarà andato, il popolo avrà bisogno di un motivo per continuare ad impegnarsi nell’attivismo.

La seconda sfida è prevenire quello che chiamo “radicalismo di piazza”. Questa sfida, in certo qual modo, fa da specchio alla precedente. Le rivoluzioni nonviolente possono fornire segnali forti che gli strumenti dell’azione politica nonviolenta possono essere molto potenti per ottenere specifici scopi politici. Nell’incertezza di una transizione politica, questo spesso porta sia problemi nella costruzione di vie nuove e regolari per la politica sia un ritorno generale nelle piazze. Le nuove istituzioni sono delegittimate e le fazioni pensano soprattutto a usare le tattiche più estreme di resistenza nonviolenta (e talvolta anche violenta) per guadagnare vantaggi di potere di breve termine.

Il radicalismo di piazza durante le transizioni può impedire la formazione di nuove istituzioni, ostacolare lo stabilirsi di una normale vita politica e condurre spesso a rinascite autoritarie, poiché la gente comune si stanca dei travagli e dell’incertezza della politica. Per esempio, nel 2006, un movimento di resistenza essenzialmente nonviolento scacciò il primo ministro thailandese Thaksin Shinawatra. Negli anni seguenti, le alterne campagne delle “camicie rosse”, sostenitori di Shinawatra, e delle “camicie gialle”, suoi oppositori, indebolirono fortemente l’economia e la stabilità politica della Thailandia e condussero al colpo di stato militare del 2014, che pose fine alla democrazia nel paese e portò alla dittatura dell’ex generale Prayut Chanocha.

La prima lezione nel prevenire il radicalismo di piazza è fare attenzione nell’uso di tattiche di protesta molto dirompenti. La resistenza nonviolenta ha molte “armi” importanti nel suo arsenale, che possono essere molto efficaci nel disgregare la vita sociale, economica e politica. È questo che la rende un modo potente di combattere l’ingiustizia e l’oppressione, ma questi strumenti, quando sono usati per scopi egoistici o troppo presto, quando le nuove istituzioni politiche sono ancora deboli, possono ottenere l’effetto contrario. Vantaggi di breve termine, ottenuti con la destabilizzazione, spesso si ritorcono contro gli attivisti che li ottengono, perché viene destabilizzata  la vita della gente comune.

La seconda lezione è concentrare la mobilitazione in nuovi canali istituzionali. I regimi politici, per essere stabili nel tempo, devono sviluppare norme regolari di interazione e partecipazione. I movimenti possono aiutare a guidare queste norme verso una direzione democratica, concentrando l’attivismo nei canali istituzionali. Per esempio, una delle principali caratteristiche di molte transizioni politiche è la stesura di una nuova costituzione. L’attivismo può concentrarsi sul guidare le regole di tale costituzione verso l’espansione delle libertà e la protezione dei diritti umani, creando un ambiente istituzionale che possa proteggere la democrazia a lungo nel futuro.

La terza lezione è non scacciare tutti coloro che erano coinvolti col vecchio regime. Accertare le responsabilità dei crimini passati, specialmente i dolorosi abusi dei diritti umani, è centrale in qualsiasi tradizione democratica importante. Tuttavia, nelle transizioni politiche spesso si va oltre l’accertamento delle responsabilità, fino alla punizione e alla vendetta verso tutti coloro che erano associati al vecchio regime. Si crea così un’intera classe di politici, che hanno competenze politiche ma nessun modo di esercitarle e nessuna ragione di appoggiare la nuova politica democratica. Così essi spesso possono trasformarsi in una forza potente che cerca di indebolire la nuova politica democratica e di impedire la creazione di nuove istituzioni.

Mantenere la mobilitazione e prevenire il radicalismo di piazza non sono, certamente, le uniche sfide che le transizioni politiche dopo rivoluzioni nonviolente devono affrontare. Ogni paese ha le sue sfide specifiche, correlate a diversi aspetti del progresso democratico. Mi sono concentrato su queste sfide per due motivi. In primo luogo, si può osservare la loro dinamica in diversi contesti. In secondo luogo, esse sono le caratteristiche delle transizioni politiche più suscettibili di essere cambiate da parte di chi vuol promuovere la democrazia.

È anche importante sottolineare che le lezioni qui esposte intendono informare, piuttosto che limitare, le scelte operate da attivisti e politici durante le transizioni politiche. Non c’è una ricetta semplice per creare la democrazia dopo una rivoluzione nonviolenta e i modi in cui queste sfide di carattere generale si evolvono nel tempo nei diversi paesi varieranno ampiamente.

Nemmeno risolvere con successo queste sfide garantisce necessariamente che un paese rimarrà una solida democrazia indefinitamente nel futuro. Per esempio, mentre la transizione del Brasile negli anni ’80 fu un buon esempio sia di elevata mobilitazione sia di basso radicalismo di piazza, gli ultimi anni hanno portato sfide significative alla democrazia di questo Paese, evidenziate recentemente dall’elezione alla presidenza del populista di estrema destra Jair Bolsonaro. Tuttavia, condurre un Paese attraverso le incertezze di una transizione politica tramite un’alta mobilitazione e un basso radicalismo di piazza tende a metterlo sulla buona strada verso un futuro più libero e più democratico.


Jonathan Pinckney è un ricercatore post-dottorato in Scienze Politiche all’Università Norvegese di Tecnologia e Scienza (NTNU). I suoi studi riguardano la resistenza nonviolenta, le transizioni democratiche e la violenza politica.

, November 13, 2018
Titolo originale: Lessons on building democracy after nonviolent revolutions
Traduzione di Franco Malpeli per il Centro Studi Sereno Regis

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