Lotta nonviolenta nel Congo. Tra gli orrori, una speranza | Dario Oitana

Sono finiti i massacri che hanno insanguinato il Congo (La Repubblica Democratica [?] del Congo) negli ultimi vent’anni? il foglio, nei numeri 435, 436, 437, 438 aveva pubblicato notizie relative alla tragica storia recente del Congo. Una serie di guerre, milioni di vittime. Il tutto nel silenzio dei nostri media. Tutto finito? Le notizie degli ultimi anni non parlano più di centinaia di migliaia di morti ma “solo” di qualche centinaio ogni tanto. E le conseguenze delle guerre passate si fanno ancora sentire nella povertà estrema della gente, nella fragilità delle strutture che si dicono democratiche.
In questi ultimi anni sono sorti in Congo partiti di opposizione e movimenti nonviolenti. Tra questi ultimi ci trasmette sollievo e speranza quello denominato lucha, acronimo di Lutte pour le Changement. Alcune centinaia di giovani sono stati in grado di farsi conoscere in tutto il mondo tramite una lunga serie di bellissimi disegni con alcune spiegazioni e riflessioni. Le parti virgolettate sono citazioni dal commento che accompagna le illustrazioni.
Per me è stata una gioiosa scoperta. Per imparare quanto ci trasmette lucha si può cercare su internet jeune afrique lucha.

Senza armi, senza gerarchia, senza fretta, senza odio.

«La violenza ha un immenso potere. Ci sono morti. La gente è impressionata e ne ricava la convinzione che è la violenza che fa la storia…La pratica della nonviolenza richiede invece tempo e perseveranza. Ma noi sappiamo che la guerra, a lungo andare, porta a un disastro. Abbiamo dietro vent’anni di guerra e ne subiamo le conseguenze ogni giorno. Ci ispiriamo a Gandhi, a Martin Luther King. Ma ci muoviamo nella realtà congolese. Ed è dalla realtà, anche dai nostri fallimenti, che dobbiamo imparare».
Ad esempio i militanti di lucha, i “luchéens” sono colpiti dal fatto che a Goma (Congo orientale) l’80% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile. Eppure Goma ha «i piedi nell’acqua», è sulle sponde del lago Kivu, immenso serbatoio di acqua dolce. Dapprima i luchéens aiutano gli abitanti ad attingere l’acqua, quindi mobilitano la gente. Si fanno sit in, si distribuiscono Tshirt, si rivolgono petizioni all’assemblea provinciale. L’acqua diventa la rivendicazione di tutti gli abitanti di Goma. Promesse: «Tra tre mesi l’acqua scorrerà dai rubinetti». Ma dopo tre mesi…«non una goccia!».
Un fallimento dunque? «No, non abbiamo vinto ma qualcosa abbiamo imparato. Occorre cominciare da qualche parte, si inizia nel silenzio. Sono i piccoli gruppi che scrivono la storia. Nei primi sit in eravamo meno di dieci. Occorre determinazione senza esitazioni. Azione dopo azione, vittorie dopo scacchi». E non bisogna accettare l’inaccettabile! Questo è vero per quanto riguarda l’acqua, come per quel che riguarda la guerra. «Se tu cresci nella guerra e sai che c’è sempre da qualche parte qualcuno che ammazza un altro…tu non riesci a concepire che il fatto che gente sia uccisa costituisca un problema. Allora bisogna dire: “Non è possibile! Non bisogna accettare l’inaccettabile, non bisogna che l’inaccettabile diventi la quotidianità”».
Un aspetto fondamentale di lucha è costituito dalla sua struttura, dalla sua organizzazione, cioè dalla mancanza di una vera organizzazione. La mancanza di gerarchia è di per sé un eloquente messaggio nonviolento. «Gerarchia? Chi sono i “capi”? Nessuno: il Congo è stato fin troppo dominato dal culto della personalità. Redigere uno statuto ? No, restare informali, questa è la nostra forza». Ai poliziotti che li interrogavano «Chi vi manda? Chi vi finanzia? Siete riconosciuti da chi?», rispondevano : «Siamo “riconosciuti” dallo Stato, siamo semplicemente cittadini congolesi».
Il fatto di essere senza capi permette ai luchéens di destabilizzare chi è abituato ad obbedire ai capi e a farsi rispettare non solo «con la forza e con l’arbitrio ma anche mediante il clientelismo, la corruzione. Lucha non ha capi che possano essere corrotti, non ha elettori da accontentare».
Un aspetto sconvolgente, direi “evangelico”, dell’azione di lucha è la mancanza di odio nei confronti del “nemico”. Ci si sforza di comprenderne le ragioni. «Le persone che accettano di morire nei gruppi armati non sono idioti o manipolati. Ma la nonviolenza difende la sua causa rispettando le persone». Dopo essere stata alcuni mesi in prigione, una militante di lucha esprime un desiderio: «Io non condanno coloro che mi hanno imprigionato. Vorrei parlare a loro, convincerli, farli cambiare».

«Ma chi glielo fa fare?»

«Coloro che appartengono a un sistema in cui ciascuno viene retribuito e obbedisce al suo capo non riescono a capire. Secondo loro, se noi ci rivoltiamo dobbiamo per forza essere pagati da qualcuno. Oppure siamo burattini manovrati da stranieri. Ci deve essere una ragione per cui ci diamo da fare correndo dei rischi. Non possono neppure immaginare che noi, semplicemente, “non ne possiamo più”». Alcuni esponenti del potere assumono un tono più “paternalistico”: «I luchéens dovrebbero piantarla coi loro discorsi appassionati, dal tono ideologico e moralizzante. Dovrebbero essere più pragmatici, più propositivi».
Quali le fonti dei finanziamenti di lucha? «Avocats sans frontières e Amnesty International ci aiutano quando qualcuno viene arrestato. Per il resto, le poche spese riguardano volantini, pennarelli, striscioni…».
Ogni tanto un militante di lucha viene incarcerato. Secondo John Mpaliza, il congolese che compie lunghe marce fino a Bruxelles per sensibilizzare noi “occidentali” (più volte è stato a Torino) «i luchéens hanno coraggio da vendere, ce ne è sempre qualcuno in prigione».
«Fred Bauma e Yves Makwambala rimangono in carcere a Kinshasa dal marzo 2015 all’agosto 2016, senza processo. Per una settimana Fred attua lo sciopero della fame. A Goma Rebecca Kabugho (con altri 5) viene arrestata per incitazione alla rivolta. Chi intende farle visita è costretto a pagare una tariffa alle guardie».
Questi casi citati ottengono (dall’estero!) un significativo riconoscimento. «Fred Bauma il 29 novembre 2016 si reca al Congresso americano, presentato dal rappresentante del partito democratico presso la Commissione dei Diritti dell’Uomo. Ha perciò la possibilità di invitare i rappresentanti delle istituzioni a “prendere provvedimenti contro i dirigenti congolesi implicati in violazioni dei diritti dell’uomo e responsabili di malversazioni per avere stornato fondi a proprio vantaggio». Quattro mesi dopo «Rebecca Kabugho viene insignita del titolo di “donna coraggiosa”, premio che viene conferito ogni anno».
Ma non si tratta solo di militanti imprigionati. Dal momento che i militanti sono passati da poche decine a circa 400 distribuiti in 20 città, i militanti più anziani devono farsi carico dei nuovi membri, con determinazione e con cautela, anche per il fatto che i servizi segreti cercano di infiltrare agenti tra i luchéens, nella speranza di fare implodere il movimento. Per quanto riguarda il rapporto coi partiti di opposizione, «abbiamo imparato a prendere le distanze dalla classe politica dopo un primo deludente tentativo».
Anche negli ultimi anni (dal 2014 al 2017), sanguinosi combattimenti hanno scosso le regioni di Beni e del Kasai. Atrocità da parte di bande armate (con bambini soldato) con coinvolgimento anche di reparti dell’esercito congolese. Un migliaio di morti, decine di fosse comuni, più di un milione di sfollati. Il fatto che anche l’esercito sia responsabile di tali massacri porta a esercitare pressioni per ridurre al silenzio i luchéens. «Hai toccato argomenti sensibili, bada che non ti accada “qualcosa”».
Certamente lucha non può fermare i massacri, ma continua a denunciare ogni tipo di impunità da parte di chi dovrebbe intervenire. Si lamenta anche l’impotenza dei reparti dell’ ONU, pure presenti in varie regioni. E per sensibilizzare la gente, occorre «una dose di immaginazione. Si lavora nelle strade con cartelli “Je suis Beni”. Si organizzano cortei funebri con foto di cadaveri».
Ci si rivolge all’Onu, si chiede una commissione di inchiesta. Perché non istituire un processo in Congo? Risponde Fred Bauma: «La magistratura non è indipendente. Quando ero detenuto i magistrati mi dicevano in “off” che subivano pressioni: la mia liberazione non dipendeva da loro».

Portatori di speranza.

Coloro che, attraverso scritti e immagini, hanno divulgato le azioni di lucha ammettono di non avere redatto una storia puramente “fattuale”, un elenco di informazioni. Intendono invece parlare di emozioni, di speranze, di coraggio «per poter dare un piccolo tocco alla storia, proprio nel momento in cui la si scrive».
E soggiungono: «avremmo potuto anche avanzare qualche riserva. Per esempio dire: “Sì, bravissimi, ma sono capaci di mobilitare più di 50 persone per una manifestazione?”; e ancora: “Hanno un vero sostegno nelle campagne?”; e ancora: “Sono della classe media, mai veramente classe popolare”. Ma in fondo non siamo sicuri che quello conti, dal momento che le rivoluzioni raramente hanno avuto inizio da parte dei più poveri tra i poveri; e mai sono iniziate con centinaia di migliaia di manifestanti».
Ma anche a me viene da avanzare qualche perplessità. Non si parla dello sfruttamento delle ricchissime miniere nel Congo orientale, sfruttamento di cui siamo in qualche modo responsabili anche noi, abitanti dei paesi ricchi. Forse per i luchéens non è stato possibile recarsi nelle miniere al confine col Ruanda. O forse questi giovani, più che combattere contro un nemico esterno e lontano, hanno scelto di lavorare tra i loro compatrioti al fine di scuoterli dalla loro indifferenza.
E che cosa dunque “conta”? La scrittrice e giornalista Justine Brabant, curatrice dei commenti alle imprese dei luchéens, così si esprime: «Nei cinque anni che ho dedicato a lavorare sul Congo, non avevo mai provato la speranza che sperimento ascoltando e osservando i luchéens».
Nessuno sa se continueranno, se terranno duro. Ma, qualunque cosa capiti, bisognerà tenere a mente che in Congo, in mezzo a guerre, malattie, corruzione e ingiustizie, un gruppo di giovani uomini e donne rivolge il seguente appello.
«Ogni secondo milioni di congolesi sono vittime di ingiustizie, altri milioni si limitano a osservare. Così si perpetua il crimine. Col nostro silenzio noi legittimiamo il crimine, lo nutriamo, lo ingrassiamo. Noi siamo i soli che possono fermarlo, uno per uno, così da poter uscire dalla sua presa. Nel posto in cui ci troviamo, noi denunciamo la piccola corruzione e l’ingiustizia, anche la più banale. La storia del Congo è quella della nostra vita quotidiana, la storia del nuovo Congo. Il potere è nelle nostre mani, la speranza siamo noi».
E’ un appello che possiamo immaginare essere rivolto anche a noi, in questa Europa ricca e indifferente.

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