Cosa raccontano le Mappe dei Gruppi di Odio | Wyatt Massey

Una nuova ricerca suggerisce come fermare la diffusione di gruppi di odio organizzati negli Stati Uniti

Gruppi di odio organizzati sono diffusi ovunque negli Stati Uniti: dai nazionalisti bianchi dello stato di Washington ai neo-nazisti dell’Alabama fino ai cattolici tradizionalisti radicali del New Hampshire. Se è vero che persecuzioni di categorie sociali avvengono dappertutto, le ragioni che spingono alcune persone a unirsi ai gruppi d’odio cambiano di luogo in luogo. In questo senso, analizzare la distribuzione dell’odio può somigliare a una ricerca di geografia.

Un nuovo modello di mappatura dei gruppi di odio mette in discussione la visione semplicistica, ma radicata, che attribuiva una responsabilità generalizzata all’educazione o all’immigrazione, assumendo ad esempio che il livello di istruzione di un individuo fosse da solo un indicatore sufficiente della probabilità che quell’individuo potesse entrare in un gruppo d’odio.

Una recente ricerca della University of Utah delinea un quadro più dettagliato delle ragioni alla base della nascita di gruppi d’odio, un quadro che può essere molto utile a coloro che lavorano per contrastarli. Negli Stati Uniti medio occidentali, le condizioni economiche sono un fattore più determinante rispetto all’immigrazione. Negli stati lungo la costa est, il numero di gruppi d’odio pro capite aumenta in corrispondenza delle aree dove la popolazione è più religiosa, mentre non correla con dati relativi all’educazione.

Richard Medina, professore associato di geografia alla University of Utah e primo autore della ricerca, afferma che la percezione comune dell’odio e delle sue cause è spesso riduttiva. “I fattori che scatenano odio dipendono dalla ragione geografica, dalla cultura e da tutte le cose che osserviamo e studiamo in geografia. È più complicato di quel che appare: non si odia per una sola ragione.”

Il gruppo guidato da Medina stava già lavorando alla ricerca quando, nell’agosto del 2017, una donna è rimasta uccisa durante la manifestazione dei suprematisti bianchi a Charlottesville, Virginia. Emily Nicolosi, laureata alla University of Utah e co-autrice dell’articolo, sostiene che i fatti di Charlottesville hanno contribuito ad avviare un dibattito a livello nazionale a cui la ricerca può contribuire.

“Gli elementi che scatenano odio sono molto diversi in diversi luoghi” racconta Nicolosi. “Se guardi alle mappe, puoi notare che queste aree [dove l’odio è più concentrato, NdT] emergono dove le diverse variabili svolgono il medesimo ruolo.”

La ricerca ha individuato, tramite dati demografici, variabili socioeconomiche specifiche come le variazioni nella popolazione negli ultimi cinque anni, la povertà, l’educazione. Gli studiosi hanno mappato la diffusione di popolazione bianca non latina, perché c’è un’alta probabilità che le aree con una forte omogeneità etnica reagiscano negativamente ad eventuali cambiamenti nella distribuzione della popolazione. La povertà può essere un fattore di impulso all’odio quando i gruppi estremisti promettono ai più poveri una via d’uscita dalle difficoltà, oppure offrono qualcuno con cui prendersela. I ricercatori hanno inoltre preso in considerazione la diffusione di ideologie politiche e religiose conservative.

Le mappe di questi fattori socioeconomici sono poi state confrontato con una mappa di 784 gruppi d’odio organizzati in tutto il Paese, elaborata nel 2014 dal Southern Poverty Law Center. I gruppi d’odio sono stati localizzati in ogni stato, contea per contea. Gli stati con il maggior numero di gruppi ogni milione di abitanti sono risultati Montana, Mississippi, Arkansas e Vermont. Sovrapponendo la mappa dei fattori socioeconomici con quella dell’odio sono emersi i fattori più rilevanti in ciascuna area.

Da cosa nasce l’odio?

In linea generale, la ricerca rivela che meno diversità, una povertà più incisiva, un minor ricambio di popolazione e un’educazione mediamente più bassa sono tutti fattori che correlano con l’aumento di gruppi d’odio. Ma il peso di ciascuno di questi elementi dipende da zona a zona.

Sulla costa ovest, i fattori più influenti sono la povertà estrema e la grande concentrazione di popolazione bianca. Anche se una regione tende ad avere una certa diversità etnica, quando dei gruppi non bianchi si spostano nella regione e provocano un rapido cambiamento nell’assetto demografico, possono diventare bersaglio di odio, spiega Medina. Nelle aree meridionali della California e dell’Arizona, gli elementi che giocano il ruolo più importante sono il basso livello di istruzione e l’alto tasso di povertà.

Negli Stati Uniti centrali sono i fattori economici – come povertà e disoccupazione – a portare più persone verso i gruppi d’odio. L’immigrazione qui è un fenomeno meno intenso rispetto agli stati costieri e pertanto ha un ruolo secondario.

Gli spostamenti di popolazione sono il fattore maggiormente predittivo per quanto riguarda la costa est. Le regioni dove sono più le persone che se ne vanno di quelle che arrivano hanno un maggior numero di gruppi d’odio. È una tendenza comune a tutto il Paese, ma più accentuata negli stati della costa orientale, dove invece educazione, povertà e diversità hanno meno influenza.

Le rilevazioni sulle ideologie – attraverso la concentrazione di fedeli religiosi e di repubblicani – hanno prodotto delle mappe diverse. Contee con una maggiore presenza di solide comunità religiose hanno meno gruppi d’odio sulla costa ovest e in alcune aree centroccidentali e sudorientali. Al contrario, in buona parte delle aree centroccidentali e della costa est il numero di gruppi d’odio è direttamente proporzionale alla presenza religiosa nella contea. Tendenze simili si evidenziano misurando le correlazioni tra gruppi d’odio e repubblicani.

Secondo Nicolosi queste mappe gettano luce sui fattori che alimentano diversi pregiudizi. Coloro che lavorano per la giustizia sociale devono conoscere gli elementi tipici del loro territorio se vogliono innescare un cambiamento positivo. Sono anche uno strumento utile per i politici, come aggiunge Medina, per conoscere meglio il proprio elettorato e il suo retroterra culturale.

Come cambiare le menti

Secondo Medina creare interazione con persone di diversa etnia, religione e provenienza è una delle strategie più efficaci per contrastare l’odio organizzato.

Proprio questo è l’obiettivo di Peace Catalyst International, che crea opportunità di relazione tra cristiani e musulmani sia negli Stati Uniti che in Indonesia. Città dopo città il gruppo riunisce persone di fedi diverse, organizzando pasti comunitari e gruppi di discussione. Ogni luogo funziona con dinamiche differenti e gli organizzatori locali devono regolarsi di conseguenza.

Rebecca Brown, tesoriera di Peace Catalyst International, racconta come le comunità cristiane faticano a lasciarsi alle spalle preconcetti e paure sui musulmani ereditate dalla cultura americana. Nei media americani l’islam tende ad essere rappresentato come una religione violenta. Secondo il Pew Research Center gli americani non musulmani tendono ad avere un attitudine più positiva verso i musulmani se ne conoscono uno di persona. Secondo diversi studi però ci sono più probabilità che un americano non musulmano conosca persone atee, ebree o mormoni piuttosto che musulmane.

Una singola relazione può essere sufficiente a cambiare le persone. “La minaccia xenofoba e islamofoba è una minaccia reale e in continua crescita nella nostra comunità” – racconta Brown. La sua organizzazione vorrebbe “mostrare alle persone dei percorsi teologici e ideologici che li portino verso la pace piuttosto che verso la paura.”

Life After Hate svolge un lavoro simile a quello di Peace Catalyst International, aiutando a costruire relazioni che siano come ponti sopra divisioni ideologiche. Christian Picciolini ha contribuito a fondare l’organizzazione con l’obiettivo di studiare i movimenti estremisti e aiutare le persone radicalizzate a uscire dalla spirale dell’odio.

Nel suo TEDx Talk del 2017, Picciolini racconta come, all’età di 14 anni, il senso di abbandono e la rabbia che provava verso persone che gli sembravano diverse lo portò ad entrare in un gruppo neonazista.

La nascita del suo primo figlio e le conversazioni che intratteneva con i clienti del suo negozio di dischi spinsero Picciolini ad allontanarsi dal gruppo. “Era entrata una coppia gay con il figlio, e io non potevo non riconoscere che quella coppia amava il proprio figlio con lo stesso amore profondo che io avevo per il mio,” racconta nel TEDx Talk. “Improvvisamente non sapevo più come giustificare in maniera razionale il mio pregiudizio.”

Picciolini sottolinea l’importanza dei risultati della ricerca. La strategia più efficace per cambiare la visione di una persona radicalizzata – racconta in un’intervista al Southern Poverty Law Center – è comprendere da dove arriva il suo pregiudizio. “Basta cambiare di poco la loro prospettiva per permettere loro di vedere le incongruenze dell’ideologia in cui credono.”

Lo studio degli estremismi e lo sforzo di comprendere e contrastare i gruppi di odio organizzati avvengono in un momento storico in cui la tecnologia può fornire gli strumenti per rivolgersi a potenziali reclute. I gruppi d’odio usano strategie simili a quelle di Al Qaeda e dell’ISIS, andando a cercare individui che si sentono isolati o vittime di ingiustizie. I gruppi d’odio marciano sulla convinzione qualche gruppo etnico o religioso stia attaccando la popolazione bianca, come dimostrato da un volantino del Ku Klux Klan distribuito fuori da una scuola superiore del North Carolina nel 2017. In questo stato gli appelli al conservatorismo religioso sono strategie efficaci, sostiene Medina, ma ovunque nel Paese si tende a sfruttare la paura di perdere la propria cultura di origine.

I primi risultati della ricerca già offrono un quadro consistente riguardo a quali strategie di comunicazione funzionano meglio in diverse aree del Paese per conquistare nuovi seguaci. Medina vorrebbe approfondire, tra le altre cose, il ruolo che hanno specifici credi religiosi; finora lo studio ha considerato tutte le religioni insieme. Nei suoi progetti c’è anche la collaborazione con altri ricercatori per un’indagine qualitativa che apprenda le motivazioni direttamente dai cittadini.

“[L’odio] non è uniforme, ma molti pensano che sia lo stesso odio ovunque nel Paese. Purtroppo la questione non è così semplice.”


Wyatt Massey ha scritto questo articolo per The Mental Health Issue, il numero di YES dell’autunno 2018. Wyatt è un giornalista che si occupa di giustizia sociale e religione. Seguilo su Twitter @News4Mass


Oct 01, 2018 | Titolo originale: What the Maps of Hate Groups Reveal

https://www.yesmagazine.org/issues/mental-health/what-the-maps-of-hate-groups-reveal-20181001
Traduzione di Fabio Poletto per il Centro Studi Sereno Regis

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *