Il maggior bisogno del mondo arabo è la libertà d’espressione | Jamal Khashoggi

Una nota di Karen Attiah, redattrice di Global Opinions:

Ho ricevuto quest’articolo dal traduttore e assistente di Jamal Khashoggi il giorno dopo che Jamal è stato denunciato come disperso a Istanbul. Il [W.] Post ne ha rimandata la pubblicazione perché speravamo che Jamal tornasse e io e lui potessimo redigerlo compiutamente insieme. Adesso devo accettare che ciò non succederà. Questo è l’ultimo suo pezzo di cui curerò l’edizione per il Post. Questo articolo cattura perfettamente il suo impegno e la sua passione per la libertà nel mondo arabo. Una libertà per cui ha evidentemente dato la vita. Sarò sempre grata che abbia scelto il Post come sua definitive casa giornalistica un anno fa e ci abbia dato l’occasione di lavorare insieme.

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Stavo recentemente guardando online il Rapporto 2018 “Freedom in the World” [Libertà nel mondo] edito dalla Freedom House e sono giunto a rendermi conto di qualcosa di grave. C’è solo un paese nel mondo arabo classificato come “libero”, ed è la Tunisia. Giordania, Marocco e Kuwait vengono per secondi, classificati “parzialmente liberi”. Il resto dei paesi nel mondo arabo sono classificati come “non liberi”.

Ne risulta che gli arabi che vivono in questi paesi sono uniformati o mal-informati. Non sono in grado di trattare adeguatamente, e tanto meno discutere pubblicamente, faccende che riguardano la regione e la loro vita quotidiana. Una narrazione gestita dallo stato domina la psiche pubblica, e pur non essendo creduta da molti , una vasta maggioranza della popolazione cade vittima di questa falsa narrazione. Purtroppo non è probabile che questa situazione cambi.

Il mondo arabo era mature di speranza durante la primavera del 2011. Giornalisti, accademici e la popolazione in generale traboccavano di aspettative di una società araba radiosa e libera nei rispettivi paesi. Si aspettavano di emanciparsi dall’egemonia dei propri governi e dai conseguenti interventi e censure d’informazione. Aspettative ben presto in frantumi; queste società sono ricadute nelle condizioni precedenti o addirittura peggiori.

Il mio caro amico, eminente scrittore saudita Saleh al-Shehi, ha scritto uno degli articoli più famosi mai pubblicati nella stampa saudita; sta scontando una sentenza arbitraria a cinque anni di prigione per presunti commenti contrari all’establishment saudita. L’essersi impossessato dell’intero processo di stampa di un giornale da parte del governo egiziano, al-Masry al Youm, non ha infuriato né provocato una reazione dei colleghi. Queste azioni non comportano più la conseguenza di una rappresaglia da parte della comunità internazionale; piuttosto possono provocare una condanna prontamente seguita dal silenzio.

Pertanto ai governi arabi è stata data mano libera per continuare a zittire sempre più i media. Ci fu un tempo in cui i giornalisti credevano che Internet avrebbe liberato l’informazione dalla censura e dal controllo associato con i media stampati. Ma questi governi, la cui stessa esistenza dipende dal controllo dell’informazione, hanno aggressivamente bloccato Internet; e hanno anche arrestato reporter e fatto pressione sugli inserzionisti perché nuocessero agli incassi di specifiche pubblicazioni.

Ci sono alcune oasi che continuano ad incarnare lo spirito della Primavera Araba. Il governo del Qatar continua a sostenere la trattazione di notizie internazionali, in contrasto on gli sforzi dei suoi vicini di confermare il controllo dell’informazione a sostegni dell’ “antico ordine arabo”.Perfino in Tunisia e Kuwait, dove la stampa è considerata almeno “parzialmente libera”, i media si concentrano su tematiche interne ma non quelle di fronte al mondo arabo più vasto. Esitano a fornire una piattaforma a giornalisti dell’Arabia Saudita, dell’Egitto e dello Yemen. Anche il Libano, gioiello della corona in quanto a libertà di stampa del mondo arabo, è caduto vittima della polarizzazione e dell’influenza del Hezbollah pro-Iran.

Il mondo arabo è di fronte alla propria versione della Cortina di Ferro, imposta non da attori esterni bensì da forze interne in competizione per il potere. Durante la Guerra Fredda, Radio Europa Libera, che crebbe con gli anni in una istituzione critica, ebbe un ruolo importante nel promuovere e sostenere la speranza di libertà. Gli arabi hanno bisogno di qualcosa di simile. Nel 1967, il New York Times e il [W.] Post assunsero la proprietà congiunta del quotidiano International Herald Tribune, che proseguì fino a diventare una piattaforma per le voci da qua e là nel mondo.

La mia pubblicazione, il [W.] Post, ha preso l’iniziativa di tradurre molti miei pezzi e di pubblicarli in arabo. Gliene sono grato. Gli arabi hanno bisogno di leggere nella propria lingua in modo da poter capire e discutere i vari aspetti e le varie complicazioni della democrazia negli Stati Uniti e in Occidente. Se un egiziano legge un articolo che evidenzia l’effettivo costo di un progetto di costruzione a Washington, sarà in grado di capire meglio le implicazioni di progetti analoghi nella sua comunità.

Il mondo arabo ha bisogno di una versione moderna dei vecchi media transnazionali in modo che i cittadini possano essere informati sugli avvenimenti globali. Ancor più importante, abbiamo bisogno di fornire una piattaforma alle voci arabe. Soffriamo di povertà, mala gestione e scarsa istruzione. Mediante la creazione di un forum internazionale indipendente, isolato dall’influenza dei governi nazionalisti che diffondono l’odio con la propria propaganda, la gente comune del mondo arabo sarebbe in grado di affrontare i problemi strutturali che le loro società hanno di fronte.


SPOTLIGHT, 22 Oct 2018 | Jamal Khashoggi – The Washington Post
Titolo originale: Jamal Khashoggi: What the Arab World Needs Most Is Free Expression
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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