Non ne parliamo di questa guerra

Mario Brenta

No, non ne parliamo di questa guerra; non ne parliamo a parole ma ne facciamo un concerto. Questo è il titolo e la postilla al titolo del nuovo film di Fredo Valla [In proiezione lunedì 29 ottobre alle ore 17.30 presso il Polo del ‘900, ndr]. Film-concerto su soldati e ufficiali, su disertori, ammutinati ed esecuzioni sommarie, su eroismi e follie durante la Grande Guerra. Film storico ma anche – se non soprattutto – film etico, come è costume nel cinema di Fredo Valla.

Non ne parliamo di questa guerraUn concerto di canzoni che si trasforma presto in una messa da requiem, da requiem inquieta che diventa a sua volta atto d’accusa, processo.

Processo alla Storia e, soprattutto, a chi in realtà non l’ha fatta ma l’ha soltanto scritta. La Storia la scrivono sempre i vincitori; non l’hanno fatta ma l’hanno fatta fare, senza coinvolgimento diretto, senza prendere troppi rischi, sulla pelle degli altri.

Un processo che diventa un procedimento, non penale ma forse ancor più duro, inappellabile perché storico. Un procedimento di decostruzione del monumento, del mito. Il mito in quanto menzogna. Di riscrittura della “Storia” attraverso la “storia”, con la “s” minuscola, quella vissuta e purtroppo mai scritta da chi la guerra l’ha fatta sul serio e non da chi l’ha soltanto vissuta e interpretata come rituale, come gioco come un’assurda partita scacchi dove la vera posta in gioco era soltanto il proprio sfrenato narcisismo.

Giocata, da chi l’aveva voluta e ne aveva il comando, secondo la tattica del “sacrifcio” ben nota agli scacchisti. Secondo il principio per cui non importa quanti pezzi si perdano purché si arrivi a dare scaccomatto all’avversario anche se l’avversario può contare su forze numeriche superiori. Una corsa al sacrifcio e alla morte, non di pedine ma di gente vera trattata come pedine. Come oggetti, strumenti e non persone su cui si può esercitare ogni diritto, ogni potere. Partita giocata in un contesto dove avere il vantaggio del tratto iniziale non è più un vantaggio, dove vince chi gioca di rimessa. Dove ha buon gioco chi attende in trincea l’attacco dell’avversario.

Guerra di trincea, di attesa. Guerra di transizione per quanto riguarda le tecnologie e le strategie di impiego. Dove passato e futuro si incontrano e si scontrano senza nessuna logica, senza nessuna consapevolezza. Guerra di artiglierie che mirano a far attaccare l’avversario, snidandolo dalle trincee e farlo correre incontro alla morte sotto il tiro delle armi automatiche ben protette in postazione a cui non può rispondere che con vecchi fucili e misere baionette. Assalti incontro al suicidio, non voluto ma forzato. Senza possibilità di scelta: o morire andando all’assalto o per mano del plotone di esecuzione.

Tattiche superate, da guerre d’altri tempi, dove si avanzava a ranghi serrati a massa, verso la morte in massa da una parte come dall’altra. Dove la quantità valeva più della qualità.

Concerto-messa-da-requiem, si è detto, dove la memoria rivive attraverso le forme fantasmatiche dei filmati di allora e si incontra con la visione di oggi dando vita ad una sorta di ipotetico, accorato ma implacabile, Giorno del Giudizio. Processo postumo, in contumacia, per una società elitaria decrepita che si stava spegnendo e dava la morte per incapacità di guardare al presente – e tantomeno al futuro – immobile e caparbia nel suo anacronismo di vedute e valori.

Cancellare i nomi di quei militari e politici complici di quel massacro, non solo da piazze, strade, viali, monumenti e quant’altro e sostituirli con quelli delle vittime di quella scelleratezza sarebbe il più dovuto ed elementare atto di giustizia.

Ma forse è troppo tardi perché ormai, secondo il buon italico costume, per quei crimini è scattata la prescrizione, ma non è certo troppo tardi per dare una scossa alle coscienze per quanto riguarda il rispetto della memoria e soprattutto della verità.


 

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