E’ il liberalismo che ha contribuito a seminare i semi dell’illiberalismo | Mike Wayne

Il liberalismo ha perso la propria strada perché ha dimenticato la propria storia, e la sinistra sembra altrettanto accecata.

Oggi i valori cui il liberalismo tiene sono sotto massima minaccia.  Mercati aperti, tolleranza di differenze culturali, scambi multi-nazionali e disposizioni di sicurezza, per non parlare dei valori illuministici quali l’importanza dei fatti, della verità e della perizia; tutti assaliti dalla minaccia di guerre commerciali, Brexit, nazionalismo risorgente e crescente ostilità verso la pluralità culturale.  La fonte di queste minacce al liberalismo è una frammentazione di quel che Gramsci avrebbe chiamato il ‘blocco storico’ di alleanze politiche, culturali e di classe che mantengono in funzione l’economia politica del capitalismo in qualunque era data. Con questo frammentarsi del blocco, si è separato un conservatorismo di destra dal consenso liberal-conservatore che ha dominato la politica in Europa, nel Regno Unito a negli USA dagli anni 1990.

Ma anziché una valutazione onesta della sua complicità nell’attuale crisi, il liberalismo rischia di raddoppiare il proprio impegno verso un modello economico che genera illiberalismo. Si può imparare molto sul liberalismo osservandone lo sviluppo storico in modo da capire dove si situi oggi e le possibilità e anzi la necessità di cercare di trascinare il liberalismo verso sinistra; perché il liberalismo in sé, la capacità d’imparare dalle proprie esperienze storiche, è una pressante priorità se si deve evitare la tragedia o la farsa.

Violenza economica

Il liberalismo ha iniziato sostanzialmente la propria esistenza come cultura politica del liberismo economico sul finire del diciottesimo secolo. Richard Arkwright e soci e sostenitori commerciali svilupparono I filatoi di cotone azionati ad acqua che aumentarono massicciamente la produttività all’incirca allo stesso tempo in cui Adam Smith scrisse La ricchezza delle nazioni (1776). Mercato, capitale, tecnologia, scienza, progresso, razionalità – tutto ciò sembrava impastarsi insieme senza discontinuità nel linguaggio del liberalismo. Il suo principale antagonista era lo stato, la base di potere del conservatorismo, con le sue reti corrotte di patronato e la sua ricchezza ereditaria.

Ne I principi dell’economia politica e della tassazione(1819) Ricardo seppe riconoscere che quando il prezzo di mercato per la manodopera cala al di sotto del valore che le occorre in salario per sopravvivere, ne conseguono gravi ristrettezze. Eppure la miseria umana non poteva aver la meglio sulle leggi razionali del mercato. ‘Come tutti gli altri contratti’ scrisse ‘I salari dovrebbero essere lasciati all’equa e libera competizione del mercato e mai essere controllati dall’interferenza della legislazione’. Ricardo raccomandava che ciò che serviva ai poveri fosse imparare I valori della ‘indipendenza’ e ‘prudenza’. Questa brutale indifferenza alla violenza economica voleva dire che non poteva esserci alcuna alleanza sostanziale fra la classe lavoratrice e il liberalismo.

Non prima che negli anni 1840 una riforma progressista del mercato parve al liberalismo essere un’alleata naturale. A quel tempo I proprietari delle filande di cotone stavano invocando l’abbandono delle tariffe sul grano estero che proteggevano i proprietari terrieri ma spingevano al rialzo i salari che gli industriali dovevano pagare ai propri operai. La stampa cartista [del movimento riformista operaio “Lo Statuto del Popolo”] non restò impressionata dagli appelli dei liberali ad unire le rispettive forze. The Northern Stardefinì “rissatori da quattro soldi e cercatori di manodopera a buon mercato” Richard Cobden e John Bright, che avevano messo su la Lega Anti-Legge del Grano per conto della Camera di Commercio di Manchester.

Il liberalismo rischia di raddoppiare il proprio impegno verso un modello economico che genera illiberalismo.

Tuttavia una ‘manodopera a buon mercato’ non era necessariamente strutturale nel liberalismo classico. Adam Smith si rendeva ben conto che gli operai avevano un ruolo piuttosto significativo nella produzione di ricchezza, e questo lasciava un ponte filosofico aperto fra il liberalismo e il movimento operaio in crescita del tardo diciannovesimo secolo, con l’idea che il contributo della manodopera devesse essere ‘equamente’ retribuito (non qualcosa che l’odierno Adam Smith Institute verosimilmente raccomanderebbe).

Libertà positiva e benessere collettivo

Con l’ultimo quarto dell’Ottocento il liberalismo, in teoria come in pratica, si separava dalle proprie origini nel liberismo economico. Come sindaco di Birmingham, Joseph Chamberlain, ex manifatturiero e ora figura chiave del Partito Liberale, nazionalizzò gas e acqua. Lo  stato veniva gradualmente riabilitato nella dottrina liberale come garante essenziale del bene comune e dei servizi universali. Il liberalismo aveva imparato che le riforme sociali che desiderava non scaturivano dal mercato.

Il filosofo liberale T.H. Green (1836-1882) distingueva fra libertà negativa e libertà positiva. La prima significava libertà dalle costrizioni (per esempio dallo stato) ma la libertà positiva la definiva come ‘la liberazione dei poteri di tutti gli uomini in misura uguale per contribuire al bene comune’.  Il mercato non era più considerato capace di garantire questa libertà positive in sé e per sé.

Il liberalismo non abbandonò il proprio investimento nell’autonomia morale dell’individuo, ma ciò fu allora combinato con una valutazione più realistica delle condizioni sociali che rendevano realizzabile l’autonomia morale. Gradualmente altri filosofi liberali, come L.T. Hobhouse (1864-1929) riabilitarono il ruolo dello stato nel pensiero liberale e nella prassi politica.

Il tardo secolo diciannovesimo e i primi decenni del ventesimo furono un periodo in cui il liberalismo ebbe il coraggio di riconoscere che taluni dei valori e delle ipotesi cui era in precedenza tanto affezionato erano inadeguati, che mezzi e fini sociali desiderati non ingranavano gli uni con gli altri. Il liberalismo scoprì che il mercato capitalista nelle forze di manodopera e nelle merci era per molti versi profondamente irrazionale e pericoloso al benessere collettivo.

Dov’è oggi quella capacità di riflettere sulle esperienze storiche per cambiar rotta? Dov’è l’immaginazione politica di fare di più che trastullarsi con il liberismo economico? Nella scia della Brexit, limitarsi a incolpare I suoi antagonisti conservatori e di sinistra dell’attuale crisi, come nel denigrare il ‘populismo’, è ben meno dell’introspezione critica e del cambiamento che serve al liberalismo.

Dieci anni dopo il crollo, l’economia politica del capitalismo dimostra ogni giorno che non riesce a soddisfare i bisogni della maggioranza. Il liberalismo deve ancora capire la lezione basilare che la pluralità culturale e la tolleranza non possono essere sostenute quando è assente la sicurezza materiale ontologica per la maggioranza. Né pare accorgersi che trasversalmente allo spettro conservator-liberale c’è da parte dei leader politici un cero zelo nell’attizzare paure a livello interno e aderire ai meriti della guerra all’etero, due atteggiamenti non particolarmente atti alla ‘tolleranza’.

Cambiare rotta e la redistribuzione della ricchezza

Il liberalismo non è comunque scolpito nella pietra, come dimostra la sua precedente oscillazione di allontanamento dal liberismo economico. Neppure è fissato in una versione  paternalistica di destra (fabiana) che rende la gente ricettori passivi di riforma sociale dall’alto.

Il filosofo liberale J.A. Hobson, il cui libro del 1902 Imperialismo, uno studiofu influente su Lenin, accoglieva ampiamente il volgere assertività economica in potere politico della classe operaia industriale. Hobson finì nel Partito Laburista Indipendente nell’ambito di uno spostamento più ampio fra il ceto medio britannico degli anni 1930. Sarebbe d’aiuto se avessimo di nuovo una simile metamorfosi dovuta al clima che si vive.

Però se la sinistra deve esercitare pressione sul liberalismo a tal fine, deve prima interrogarsi criticamente sul grado di effettiva introiezione a sinistra di un liberalismo malamente deformato dal liberismo economico.

Si prenda ad esempio la questione della UE. Ampi settori di persone che si credono di sinistra non sembrano avere un’analisi politica del proprio oggetto del desiderio (davvero èun’organizzazione neoliberista non-democratica), il buonsenso tattico di capire a che cosa mira un voto per sovvertire il risultato del referendum del 2016 (staccare una parte della classe lavoratrice dal Partito Laburista dando una possibilità di rientro al ‘centro’) o la priorizzazione dell’obiettivo strategico chiave (redistribuzione della ricchezza, senza considerare il nostro futuro rapporto con l’UE). Sembra che il destino della sinistra e del liberalismo sia congiunto e che la ricostruzione del secondo faccia parte del rendere il primo uno sfidante più robusto dello status quo.

Mike Wayne è Professore di Studi Culturaio alla Brunel University e autore di England’s Discontents: Political Cultures and National Identities[Le insoddisfazioni dell’Inghilterra: culture politiche e identità nazionali] (Pluto Press) appena pubblicato. Quisi può trovare un breve saggio video su England’s Discontents.


8 Oct 2018  | Mike Wayne | Open Democracy – TRANSCEND Media Service
Titolo originale: It Is Liberalism That Has Helped Sow the Seeds of Illiberalism
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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