Resistenza civile e legittimità morale | Erica Chenoweth 

Oggi [02.10.18] è il compleanno di Gandhi, che le Nazioni Unite ora celebrano annualmente come “Giornata Internazionale della Nonviolenza”. Oggi di primo mattino l’ONU ha diffuso in un tweet una delle più note citazioni tratte dall’autobiografia di Gandhi:

“Ci sono molte cause per cui sono disposto a morire ma nessuna causa per cui sono disposto a uccidere”.

In questa semplice espressione, Gandhi coglie uno dei principali vantaggi della resistenza nonviolenta allorché si tratta di mobilitazione di massa — cioè che come lui quasi tutti siano disposti a diventare vittime o martiri anziché diventare autori di violenza offensiva. In effetti, la chiarezza morale riguardo a vittime e aguzzini può essere un possente meccanismo d’inquadramento nel contesto dei movimenti di massa — sia in termini di partecipazione individuale sia di capacità di ottenere legittimità.

Riguardo la partecipazione individuale, Wendy Pearlman mostra il potere duraturo dell’ “identità morale” nel creare cascate di proteste durante i primi tempi delle insurrezioni siriane, nonostante (e/o a causa di) la brutalità rampante contro i manifestanti nonviolenti da parte del regime di Assad. Lei trova che i primi fra gli insorti siriani evocarono ideali morali per motivare la gente a partecipare per una questione di auto-rispetto e attivazione personale. Trova inoltre che la disponibilità a sacrificarsi attivò il senso di obbligo a continuare la lotta fra altri siriani.

Studi recenti ci dicono qualcosa di più su quando i primi insorti siano in grado di fare tali pressanti appelli morali, e sulla loro disponibilità chiave ad aderire a metodi nonviolenti. Effettivamente, la barriera morale inferiore alla resistenza nonviolenta è una delle ragioni principali per cui Maria Stephan e io osserviamo un tasso più alto di partecipazione di massa nei movimenti nonviolenti rispetto ai violenti. Quando i movimenti restano nonviolenti più in generale, gli osservatori sono meglio in grado di giungere alla chiarezza morale sull’ingiustizia.

Gandhi conosceva questo schema coerente basato sui suoi stessi “esperimenti” in fase di organizzazione, mobilitazione, e pianificazione della disobbedienza civile di massa in SudAfrica e India. E per dare risalto a questa dinamica, coniò il termine “resistenza civile” — un concetto oggi ampiamente utilizzato. Altri emuli ed estensori dei suoi metodi negli Stati Uniti, in SudAfrica e altrove, riconobbero pure essi il potere di drammatizzare l’ingiustizia in modo tale da provocare una crisi morale nella comunità politica.

La ricerca recente conferma questo modello con studi sul campo e ricerche quasi-sperimentali. Quando la gente osserva dissenso e repressione, tende a empatizzare con la resistenza non-violenta in proporzioni molto maggiori che per quella violenta esplicata in uguali circostanze. E questa empatia fra gli osservatori sovente si traduce in cambiamenti d’atteggiamento e di credenze fra i gruppi di minoranza e nell’opinione pubblica verso i diritti di protesta e di libertà d’espressione, nel comportamento dei legislatori, nei risultati elettorali, e nella partecipazione diretta alla resistenza nonviolenta. Tali cambiamenti, a loro volta, possono risultare in profondi benefici a lungo termine per il benessere economico, l’uguaglianza, la giustizia, e la costruzione di istituzioni democratiche.

Ovviamente, le crisi morali (e le azioni nonviolente che spesso le provocano) non sono sempre sufficienti a produrre una mobilitazione di massa, o un cambiamento significativo per le popolazioni afflitte, specialmente in società profondamente divise. I sistemi di potere e di oppressione, come la supremazia Bianca e il razzismo, il patriarcato, e l’imperialismo, sono strutture notevolmente durature che giustificano anche le proprie posizioni con asserzioni morali. Per esempio, un recente studio di Christian Davenport, Rose McDermott, e David Armstrong mostra che la differenza razziale fra manifestanti e polizia può portare a un’ambivalenza morale riguardo alla giustificabilità della protesta fra coloro con affinità razziale alla polizia. Omar Wasow analogamente trova che la razza influisce sugli atteggiamenti di base circa se istanze morali superiori siano i diritti civili o la “legge e l’ordine”.

Pur non essendo garanzia di successo, la capacità di vincere la battaglia per la legittimità mediante appelli morali più pressanti è cionondimeno necessaria per conseguire cambiamenti significativi e superare i sistemi d’oppressione. Tali risultanze esprimono la necessità di espandere la partecipazione nei movimenti includendovi una base trasversale di sostenitori, il che crea divisioni entro il sistema o il gruppo oppressivo. E, come mostra un corpus crescente di letteratura in merito, un impegno a metodi nonviolenti sovente rende più facile l’aggregazione alla lotta di una base trasversale di sostenitori.

Non è un caso che molti autori di violenza si diano un gran da fare nel descriversi come vittime, e che tendano a caratterizzare la propria violenza come autodifesa da gravi minacce. E‘ perché sanno qual è il potere dell’argomento morale. Molta letteratura attuale sulla resistenza nonviolenta — particolarmente quella con prospettive più razionaliste o strategiche sulla resistenza civile, come gli eccellenti articoli in questa sezione specialein un numero recente del Bollettino degli Studi Globali sulla Sicurezza — restano deliberatamente staccati dalla dimensione morale della tecnica di resistenza civile. Ma vale sempre la pena rievocare la nozione semplice ma molto efficace che il fondamento base della strategia della resistenza civile è spesso morale.

Nel giorno ispirato dall’uomo [M.Gandhi] che diede il suo nome alla resistenza civile, questa è una lezione cruciale altrettanto per gli studiosi che per i praticanti della resistenza.


October 2, 2018| Erica Chenoweth for Denver Dialogues.
Titolo originale: Self-Sacrifice, Moral Crisis, and Legitimacy in Mass Mobilization against Oppression
http://politicalviolenceataglance.org/2018/10/02/civil-resistance-and-moral-legitimacy/
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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