Come la repressione può alimentare un movimento | Lester Kurtz and Lee Smithey

Testo adattato da Lester Kurtz e Lee Smithey da “The Paradox of Repression and Nonviolent Movements“- Syracuse University Press – 29.07.18

Dai cani di Bull Connor e gli idranti all’attacco dei manifestanti per I diritti civili USA al massacro di Amritsar nell’India coloniale, l’uso della forza coercitiva contro i dissidenti sovente sortisce l’effetto inverso, diventando un evento trasformativo che può cambiare il corso di un conflitto. Anziché smobilitare un movimento, la repressione alimenta spesso ironicamente la resistenza riducendo da sotto la legittimità dell’élite al potere. Sebbene una lunga tradizione dotta esplori le conseguenze accidentali del martirio e d’altri atti di violenza, si potrebbe prestare più attenzione a quel che si chiama il paradosso della repression — cioè, quando la repressione crea conseguenze impreviste sgradite alle autorità. Gli sforzi delle élite al potere di opprimere i movimenti [sociali] sovente sono controproducenti, mobilitando il sostegno popolare ai movimenti e minando le autorità, potenzialmente portando a significative riforme o addirittura al rovesciamento di un regime.

Da attivista dei diritti civili, pastore ecclesiale e autore, Will Campbell scrive: “Di una cosa sono certo: [il movimento per I diritti civili] non è stato distrutto da vigilantes incappucciati e croco fiammeggianti.; né dalle catene usate su scolari, dal far saltare chiese e abitazioni con la dinamite, dalle carcerazioni di massa. Tutte cose che invece sono state d’impulso al movimento e spunto di determinazione per le vittime”. La coercizione repressiva può indebolire l’autorità di un regime, volgendole contro la pubblica opinione. Paradossalmente, più un’élite al potere ricorre alla forza, più è probabile che i cittadini e terze parti le diventino ostili, talvolta inducendo il regime a disintegrarsi per dissenso interno.

Secondo il politologo Christian Davenport, la repressione si definisce spesso come “uso effettivo o minacciato di sanzioni fisiche contro un individuo o un’organizzazione, entro la giurisdizione territorial di uno stato, allo scopo di imporre un costo al destinatario delle stesse come pure dissuadere da attività e/o credenze specifiche percepite come sfida al personale, alle pratiche o istituzioni del governo”. Noi preferiamo considerare la repressione un fenomeno molto più complesso che va ben oltre le minacce o sanzioni fisiche. Troviamo utile concettualmente situare questi metodi lungo un continuum teso fra la violenza manifesta, da una parte, e l’egemonia, dall’altra. Contemplare la repressione da quest’ampia prospettiva aiuta a correggere parte dell’angustia della ricerca precedente.

La violenza aperta comprende le azioni cui di solito pensiamo prendendo in considerazione la repressione, come le percosse, la tortura, lo sparare a dimostranti disarmati e gli arresti. Che sono le tattiche repressive più inclini a destare indignazione nella popolazione più vasta e quindi più probabilmente atte a precipitare un effetto contrario. Poiché le autorità sono talvolta consapevoli dei rischi coinvolti nell’uso di forza bruta, possono impiegare metodi meno letali come gli spruzzi urticanti o “sistemi di rifiuto attivo” o semplicemente intimidire gli attivisti con minacce indirette, molestie o sorveglianza. La repressione morbida, un concetto sviluppato da Myra Marx Ferree, comprende azioni come la stigmatizzazione dei manifestanti e dei loro movimenti, proporre contesti implausibili, e tentativi manipolatori di dividere, distogliere o distrarre le organizzazioni del movimento sociale o il loro bacino potenziale di sostenitori. “Il criterio distintivo della repressione morbida”, spiega Marx Ferree, “è la mobilitazione collettiva del potere seppure in forme nonviolente e spesso in modi del tutto informali, per limitare ed escludere idee ed identità dal forum pubblico”. Benché lei sviluppi il concetto per spiegare movimenti basati sul genere, si tratta di una strategia ampiamente usata dale élite al potere per minimizzare la partecipazione di movimenti e dissidenti. Infine, la tecnica più efficace di smobilitazione usata dalle autorità è la promozione dell’egemonia, in cui i dissidenti si auto-censurano.

La nonviolenza e il paradosso della repressione

Come asserisce eloquentemente Jonathan Schell in “The Unconquerable World” [Il mondo inconquistabile], una delle eredità più profonde nell’ambito della modernità è stata la realizzazione del potere popolare nonviolento. Il secolo scorso ha prodotto un’ondata di innovazione nelle strategie e nei metodi del conflitto nonviolento, molti dei quali hanno fatto uso efficace del paradosso della repressione. (Anche le insurrezioni violente possono talora beneficiare del paradosso della repressione, ma il loro ricorso alla violenza può eroderee diminuire il sostegno fra le loro stesse comunità e specialmente fra terze parti).

A dispetto della sua ubiquità, l’oscurità del paradosso della tepressione non dovrdbbe risultare particolarmente sorprendente. E’ quanto mai evidente in conflitti in cui uno dei contendenti impiega una strategia nonviolenta; però solo nel 20° secolo abbiamo assistito alla prodigiosa espansione della nonviolenza in corrispondenza con la globalizzazione e lo sviluppo tecnologico in accelerazione. In un mondo in via di globalizzazione dove le comunicazioni, i viaggi e le tecnologie armiere si sono resi ampiamente disponibili, anche piccole sacche di resistenza hanno sviluppato la capacità di sfidare istituzioni tradizionalmente più potenti, come le mega-aziende e gli stati.

Una maggior interdipendenza internazionale richiede una cooperazione economica e politica attraverso una rete sempre più complessa di alleanze intersecantisi. L’uso della forza coercitiva in questo ambiente può offendere o rendere sconvenienti alleati e vicini reciproci e lasciare isolato un aggressore. Gli Stati Uniti hanno vissuto questo dilemma in connessione con l’invasione dell’Iraq. Nonostnte un notevole sostegno del Regno Unito, l’amministrazione Bush ha incontrato ostacoli non da poco per mettere assieme una coalizione di stati minori, meno influenti. Stati più importanti al Consiglio di Sucurezza ONU, come la Francia, la Germania e la Russia, han declinato la loro partecipazione probabilmente in parte per i loro notevoli interessi economici nella regione, ma anche perché sotto pressione dai loro cittadini che simpatizzavano per il popolo irakeno e consideravano l’invasione un’ingiustificata aggressione.

La struttura dei gruppi di insorgenti è anche mutata per approfittare delle tecnologie comunicative elettroniche in rapido sorpasso, quali il fax, l’internet, i cellulari e l’invio istantaneo di messaggi, che invece limitano la possibilità delle autorità di reprimere la resistenza. L’azione diretta nonviolenta talvolta assume la forma cellulare o di gruppi d’affinità  sviluppata dalle organizzazioni terroristiche non-statuali per evitare la repressione, il che però può diminuire il paradosso (controproducente] della repressione; che, come spiegato più avanti nel libro, si basa perlopiù non sull’evitare la repressione ma nel patirla e talvolta nel provocarla. Per attirare la simpatia agli insorti e l’indignazione da parte del pubblico non direttamente coinvolto, bisogna che esso si rapporti a e s’identifichi con il bersaglio della repressione. Sebbene i gruppi d’affinità possano far apparire indistinto e irriconoscibile il movimento, molto lavoro organizzativo per campagne nonviolente ha avuto luogo in clandestinità. Questo approccio ha più probabilità di mostrarsi efficace in scenari molto asimmetrici, dove c’è poca ambiguità sulle simpatie pubbliche e sull’illegittimità di un regime.

Il paradosso della repression è giusto una manifestazione di quel che il preminente studioso della nonviolenza Gene Sharp chiama “jiu-jitsu politico”, usando appunto il peso e lo slancio dell’avversario per ritorcerglielo contro. Analogamente, nell’azione strategica nonviolenta, ci si può avvalere delle risorse , dei bisogni e della cultura dell’avversario per avvantaggiarsene. Così’, ad esempio, arresti e carcerazioni sonosempre stati uno strumento primario ddlle autorità governative contro gli agenti del cambiamento sociale. Ma gli attivisti nonviolenti sis ono sovente predisposti all’arresto accettando spontaneamnete o addirittura cercndo l’ incarcerazione per sovraccaricare le prigioni e mettere in affanno le burocrazie governative. La stessa dinamica può valere per l’uso delle risorse culturali al fine d’innescare il paradosso repressivo. Il filosofo sociale Richard Gregg ne ha scritto per primo, definendo la dinamica “jiu-jitsu morale”, attingendo all’idea di Gandhi che l’auto-sofferenza indurrebbe la conversione di un avversario, che, avendo di fronte un resistente nonviolento, perderebbe “il sostegno morale che gli verrebbe dalla resistenza violenta di gran parte delle vittime”.

Come capiscono student e attivisti della nonviolenza, il paradosso della repressione può essere coltivato. Sì, in certi casi, come la pulizia ernica dei nativi americani, la repressione è stata così completa da sopraffare quasi tutta la resistenza. In altri casi però, dove il rapporto fra avversari è stato meglio integrato e dove coloro considerati tradizionalmente meno potenti hanno sviluppato metodi efficaci di resistenza (come le strutture a cellula e le tecniche d’azione collettiva nonviolenta), stati imperiali e autoritari si sono trovati incapaci di contesa con l’opposizione di base, sovente perché il movimento è stato capace di sfilare al regime parte della sua legittimità. Seppure l’uso apertamente sistematico della teoria di azione collettiva nonviolenta varii molto da caso a caso, la formazione e la programmazione strategica continua a diffondersi. I casi illustrativi che offriamo non sempre documentano una preparazione intenzionale (peraltro comune, come esposto in seguito) al paradosso repressive, ma indicano come gli sfidanti adottassero tattiche d’azione collettiva che spesso amplificavano e sovvertivano i tentativi di reprimere e intimidire gli attivisti nonviolenti.

Una panoramica del libro

I capitoli di questo libro hanno due obiettivi principali: ottenere una comprensione più attenta alle nuancedi come funzioni il paradosso della repressione e quando sia accaduto, ed esaminare come l’abbiano gestito gli attivisti nonviolenti, e d’altro canto sottolineare quanto  rafforzi i movimenti ed esautori i sistemi ingiusti. Speriamo che questo libro sia prezioso per gli studiosi come per gli attivisti, e abbiamo ingaggiato sia studiosi sia attivisti come autori dei capitol (compresi alcuni che hanno ambo I ruoli). Primo loro compito è guardare ai vari aspetti e casi del paradosso della repressione pe acquisire un miglior senso della sua topografia aldilà dei casi aneddotici isolati diffusi con la letteratura erudita e il patrimonio esperienziale degli attivisti. Forniamo una panoramica concettuale ed empirica conciliando erudizione quantitative e qualitativa con attivisti che hanno provato la repressione e sperimentato la sua gestione. Cominciamo con la visuale a volo d’uccello di Erica Chenoweth sul fenomeno a livello globale nello scorso mezzo secolo. Capitolo due: “Effetto contrario al previsto nell’azione: intuizioni da campagne nonviolente 1945–2006”; vi si analizza il suo vasto archivio dati comparando 323 campagne violente e nonviolente per cambiamenti importanti, per valutare come funziona l’effetto contraccolpoe quali caratteristiche del movimento lo provochino più verosimilmente.  Chenoweth identifica tre fattori critici che facilitino un risultato positive alla repressione: (1) livelli parteciparivi alla campagna alti e sostenuti, (2) slittamenti di lealtà fra le forze di sicurezza e I capi civili, e (3) il ritiro del sostegno da parte dei suoi alleati stranieri.

Il capitolo concettuale di Doron Shultziner tratta un aspetto chiave del paradosso della repressione frugando in due casi storici.  Nel capitolo 3, “Avvenimenti trasformativi, repressione, e cambio di regime”, ci si concentra sulla tensione centrale fra i parametri delle strutture d’opportunità e il titolare dell’azione collettiva. Si esplora l’impatto psicologico sociale degli “avvenimenti trasformativi”, che possono talora sospendere le abitudini e le ipotesi che normalmente sostengono lo status quo politico aprendo nuove opportunità di resistenza. Gli avvenimenti trasformativi che coinvolgono la repression possono in tal modo agire da meccanismo causale di o sentiero verso un cambiamento di regime e risultati democratici. Shultziner si concentra su casi come l’insurrezione di Soweto in Sud-Africa e il boicottaggio dei bus a Montgomery (Alabama) per illustrare il rapporto fra repressione ed effetto avverso come avvenimenti trasformativi.

La defezione dell’élite è stata identificata come fattore importante nella riuscita o meno delle campagne di resistenza civile nonviolenta, che richiedono che s’indaghi fra i modi in cui gli agenti della repressione vivano la repressione che attuano. Nella sua esplorazione delle rivoluzioni nonviolente riuscite, Sharon Erickson Nepstad ha trovato che le defezioni delle forze di sicurezza erano un importante fattore strategico. La resistenza nonviolenta ha un vantaggio nel gestire e formulare la repressione perché può creare dilemmi ai repressori.

Rachel MacNair ci ricorda nel capitolo # 4 – “La psicologia degli agenti della repressione: il paradosso della repressione”- che aggressione e paura non sono proprietà fisiche che si tengano in mano ma esperienze psicologiche. Gli agenti della repressione non seguono semplicemente ordini; vengono coinvolti in complesse dinamiche psicologiche e rischiano quel che lei definisce uno stresstraumatico indotto da perpetrazione(azione comunemente trasgressiva).

In anni recenti, la natura della resistenza civile è cambiata con il ruolo accresciuto dell’ internet e dei media sociali nei processi politici. Jessica Beyer e Jennifer Earl fanno uso della loro ampia perizia in questo campo emergente nel capitolo # 5 – Contraccolpo online: Studio delle reazioni alla repressione dell’attivismo via internet”. E’ cruciale capire i modi in cui l’attivismo online e gli attivisti dietro di esso interagiscano con lo stato e altre entità interessate a zittirli. Attingendo a recenti casi di studio, Beyer and Earl presentano sistematicamente varie forme di repressione online mostrando come abbia sortito un effetto inverso sulle élite. Esse esplorano le affinità fra differenti tipi di attivismo internet e le tattiche repressive, identificando livelli multipli d’analisi di come contraccolpi e deterrenza possano differenziarsi secondo gli attori coinvolti (individuali vs di gruppo e pubblici vs privati).

Un secondo aspetto importante del libro si dedica alla gestione della repressione — cioè, come i resistenti nonviolenti, ma anche i repressori, hanno tentato di plasmare il risultato della repressione a proprio beneficio. Si comincia con l’esperienza diretta di Jenni Williams, fondatrice del movimento Women of Zimbabwe Arise, ossia WOZA [Donne dello Z., sveglia!]. Nel capitolo # 6 – “Superare la paura di superare la repressione”- Williams enfatizza l’importanza di istituire una cultura di movimento che priorizzi la nonviolenza e incoraggi l’empowermentmediante una leadershipcondivisa e l’uso creativo di temi culturali tradizionali per resistere alla repressione e smorzarla. Quando WOZA trasformò il ruolo tradizionale della maternità per rimproverare e sfidare la dittatura di Robert Mugabe, le attiviste si scontrarono con una brutale repressione del loro movimento. Accettando e addirittura invitando l’arresto, sostiene Williams, le attiviste privarono il regime dell’arma principale di repressione, mutandola invece in una fonte di empowermentper il movimento e le singole partecipanti, aumentando così i costi dei tentativi del regime di contrastarle. Esse mobilitarono una campagna di “aspro affetto”, trasformando una cultura di paura in una cultura di resistenza e costruendo una struttura dirigenziale creativa che permise loro di essere più flessibile nelle proprie tattiche che la rigida polizia autoritaria costretta nel suo repertorio limitato.

Il capitolo # 7 – “Cultura e gestione della repressione”- si focalizza sugli aspetti simbolici della repressione e il suo subire un contraccolpo. Noi concettualizziamo la lotta nonviolenta come una danza fra un establishment (assetto di potere) e i suoi dissidenti, un regime e i suoi ribelli, nel loro contestare gli schemi usati per dare significato agli avvenimenti repressivi. Questo capitolo esplora gli sforzi proattivi degli attivisti nonviolenti per coreografare le azioni in modi che contribuiscano ad assicurare quel contraccolpo alla repressione dimostrando chiaramente l’aggressione degli agenti repressori. Nel capitolo # 8 – “Repressione accorta” – trattiamo gli sforzi crescenti delle élite d’essere più strategiche in come usano la repressione, al fine di mitigare gli effetti del suo eventuale volgerglisi contro. Il capitolo esamina un aspetto relativamente trascurato della repressione, il ricorso a tattiche espressamente calibrate per smobilitare i movimenti e mitigare o eliminare un effetto controproducente.

Dalia Ziada ci offre una visione partecipata della rivoluzione egiziana del 2011 nel capitolo # 9 – “Egitto: strategia militare e rivoluzione del 2011”, quantunque sia anche ferrata nella letteratura sull’azione strategica nonviolenta. Quel che ha trovato molto notevole era la scelta dell’esercito in alcuni casi di non ricorrere alla violenza durante l’insurrezione dei cittadini e di finire per collaborare con gli attivisti per cacciare il presidente Hosni Mubarak, pur tornado al solito modus operandi militare dopo aver preso il potere a Mohamed Morsi e alla Fratellanza Musulmana nel 2014. Ziada fornisce un resoconto di prima mano degli avvenimenti del 2011 in base alla propria partecipazione alla rivoluzione e attinge alle sue interviste a personale militare egiziano e americano.

Nel capitolo # 10 – “Repressione che genera una creativa azione nonviolenta in Thailandia”- Chaiwat Satha-Anand esplora la creatività degli attivisti in seguito alla repressione in Thailandia; sostiene che la repressione, come le violente azioni del governo thai nel 2010 contro i manifestanti  del movimento Camicie Rosse, abbia fatto spazio a una nuova dirigenza del movimento e all’introduzione di una resistenza nonviolenta creativa, definendo questa dinamica “l’effetto detergente della repressione violenta”. In questo caso thai, Sombat Boonngamanong sviluppò una serie di azioni flash mobmolto simboliche e creative che si appoggiavano a una storia di resistenza nonviolenta nella società thai.

Infine, l’attivista veterano, studioso e formatore George Lakey conclude il volume fornendo indicazioni tratte da decenni di esperienza pratica e di riflessione nel capitolo # 11 – “Dare senso al dolore e alla paura: attuare il paradosso della repressione”. Secondo Lakey, gli attivisti nonviolenti creano narrazioni che forniscono un significato ai propri rischi, alle lesioni, le sofferenze e le perdite, che li aiutano a trasformare dolore e paura in opportunità di mobilitazione. Queste storie a loro volta hanno conseguenze per le tattiche e le strategie che scelgono e contribuiscono a far scattare il paradosso della repressione. Gli attivisti usano queste storie per prepararsi in anticipo agli avvenimenti repressive, addestrandosi e plasmando i confronti.

Tessendo insieme questi casi di studio, l’analisi erudita e la riflessione degli attivisti, miriamo a far luce su come funzioni il paradosso della repressione in contesti multipli e come gli attivisti hanno gestito la repressione per accentuarne il potenziale di effetto inverso e dare potere alla resistenza.

Repressione come conflitto relazionale

La resistenza nonviolenta si basa in gran parte sullo sfruttare strategicamente il potere relazionale. Ci concentriamo su un sottomodulo di questo volume: la coltivazione strategica del paradosso della repressione. Talvolta, quando un contendente intraprende azioni coercitive in violazione di norme basilari, la sua capacità di assiemare sostegno e cooperazione — la sua legittimità — ne è minata, minacciando la sua capacità di raggiungere i propri obiettivi. I co-autori di questo volume presentano casi in cui autorità o élite han fatto uso di intimidazione, coercizione e talora violenza in tentativi di schiacciare movimenti dissidenti. Tuttavia, in ciascun caso, l’intimidazione e la forza fisica sono state considerate violare norme di risposta proporzionata e hanno contribuito a mobilitare nuovi adepti nei movimenti. Gli sforzi delle élite sono rimbalzati su di esse, minando la loro legittimità e diminuendo la loro possibilità di governare come volevano.

Inoltre gli attivisti possono formulare retoricamente le azioni dei loro avversari o coreografare le proprie azioni in modi da attirare l’attenzione sulla repressione degli avversari. Adottando tattiche nonviolente, gli attivisti possono generare uno stridente contrasto fra le proprie azioni e le tattiche “scorrette” dei propri avversari. La dissonanza che tale divario crea può a sua volta provocare un’indignazione morale che aumenta il sostegno e il coinvolgimento di parti  locali e terze. Tale contrasto può anche far sì che si producano fazioni fra gli avversari di un movimento col ritiro della cooperazione da parte di alcuni e il rifiuto a prender parte a un’ulteriore repressione. Quando avviene una repressione contro civili nonviolenti, può servire da deterrente per altri regimi, come quando Gorbaciov prese nota delle conseguenze negative a livello mondiale del massacro di piazza Tiananmen e decise di non appoggiare gli stati comunisti dell’Europa dell’est con la forza quando affrontarono sollevazioni nonviolente pochi mesi dopo.

Gli attivisti possono anche appoggiarsi a risorse culturali indigene locali per sensibilizzare potenziali nuovi adepti e settori di pubblico simpatizzanti ad atti di repressione. Si possono modulare retaggi che perpetuano il paradosso della repressione molto tempo dopo che sia passata la crisi immediata. I dissidenti in Cecoslovacchia nel 1989 commemorarono la morte di un giovane studente, Jan Palach, che s’immolò per reazione all’invasione nel 1968 delle truppe del Patto di Varsavia vent’anni prima. Analogamente, il retaggio dell’uccisione di civili da parte dell’esercito britannico nella Domenica di Sangue del 1972 continua a influenzare la politica odierna dell’Irlanda del Nord, a oltre 40 anni dall’avvenimento. Immaginare come sfruttare le risorse culturali richiede una creatività indigena o quel che il sociologo James Jasper ha chiamato “scaltrezza” nello sviluppo di tattiche efficaci. La capacità degli attivisti di progettare creativamente un’azione collettiva efficace che mitighi la repression o l’induca a sortire un effetto inverso può essere frutto di un seguire una strategia razionale, ma emergerà spesso istintivamente dall’habitus, la percezione intima, tacita e inarticolabile delle relazioni che è unicamente locale. Questa creatività è la fonte dell’agire, il che complica i paradigm costi-benefici perché è elusive e difficile da misurare, eppure può significativamente esaltare il potenziale d’intervento di gruppi che altrimenti potrebbero essere considerati suscettibili alla repressione.

In breve, benché il paradosso della repressione sia un fenomeno ampiamente trascurato nei circoli sia decisionali sia accademici, sembra un fatto ovvio e ubiquo nella cultura del 21° secolo e un elemento chiave nella storia dei movimenti nonviolenti di successo. Speriamo che questa collezione di studi accentuerà la comprensione riconcettualizzando la repressione quale interazione fra parti in conflitto, espandendo il nostro raggio di àmbiti in cui avviene la repressione, indagando nelle dimensioni sociali, psicologiche e culturali della repressione, pensando più da vicino ai costi della repressione fra gli agenti che la attuano, e introducendo la gestione della repressione per esplorare i modi in cui attivisti nonviolenti strategici diventano agenti potenti in contesti repressivi.


Lester R. Kurtz è professore di sociologia alla George Mason University. È l’editore di “Enciclopedia della violenza, pace e conflitti” in tre volumi. Lee A. Smithey è professore associato di studi sulla pace e sui conflitti allo Swarthmore College. È l’autore di “Unionisti, lealisti e trasformazione dei conflitti nell’Irlanda del Nord”


Lester Kurtz and Lee Smithey, July 29, 2018

Titolo originale: How repression can fuel a movement
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

 

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