Yemen: stallo politico, prosperano i mercenari, popolazione in sfaldamento, aiuti umanitari bloccati | Rene Wadlow

Un incontro il 27 giugno 2018 della Segreteria ONU e di esperti governativi di vari paesi sullo Yemen a Parigi ha di nuovo richiamato l’attenzione alla profonda crisi umanitaria in Yemen con la città portuale di Hadeida sotto attacco da parte della coalizione militare saudita, lì dove arriva normalmente oltre 70% delle provviste alimentari e mediche delle agenzie di soccorso ONU e Ong per la popolazione yemenita. Il porto è ora chiuso causa i combattimenti, e molte organizzazioni umanitarie hanno ritirato il proprio personale per sua sicurezza.

Benché tutti i partecipanti fossero consci della necessità di un compromesso politico per por fine al conflitto armato, non sembra essere stato fatto alcun progresso in merito. Attori cruciali come l’Iran e i dirigenti Huthi non sono stati invitati a Parigi, sicché l’incontro è parso favorire l’aggressione saudita.

I sauditi e I loro alleati degli Emirati Arabi Uniti hanno lanciato il 13 giugno un attacco che continua al porto di Hodeidah sul mar Rosso, città di circa 600.000 persone, alcune delle quali residenti recenti sfollati dai combattimenti in altre parti dello Yemen.

La popolazione di Hodeidah ha di fronte una diffusa ondata di colera, carenza di scorte mediche, di alimentari e di acqua potabile. La situazione peggiora quotidianamente con il perdurare di grevi bombardamenti dell’aviazione saudita sulle infrastrutture civili ancora esistenti.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha trattato la situazione in incontri sia pubblici sia privati, senza effetti visibili. Il nuovo inviato OMU in Yemen, Martin Griffith, inizialmente ha proposto che un teaminternazionale o una parte terza potesse assumere l’amministrazione della città; caduta però fra “orecchie da mercante”. Allora ha proposto l’ovvio: una tregua fra sauditi ed Emirati Arabi Uniti da un lato e le forze di Ansar Allah, più comunemente note come gli Huth, ignorata come prima; e i combattimenti continuano. Gli unici ad approfittare dei combattimenti sono, letteralmente, i mercenari, USA e australiani ai livelli superiori delle forze alleate e sudanesi ai livelli inferiori.

Ci sono discussioni in àmbito ONU dagli anni 1960, allorché c’erano mercenari europei attivi nei conflitti dell’ex-Congo belga, sui modi per fermare o limitare l’utilizzo di mercenari; anchìesse finite su orecchie da mercante. In pratica, benché meno sovente definita mercenaria, tale prassi è venuta crescendo e probabilmente continuerà a crescere.

Il conflitto in Yemen può perfino complicarsi ancora. L’Iran ha appena inviato in zona due navi da guerra, una porta-elicotteri e un cacciatorpediniere, non abbastanza per smuovere il blocco saudita, ma di grado in solito d’intensificare i guai.

La dirigenza saudita s’era aspettata una rapida vittoria lanciando nel marzo 2015 l’operazione allora detta “Tempesta decisiva”. Nonostante armamento illimitato da USA e Gran Bretagna, comprese le bombe a grappolo USA ora bandite dal diritto di guerra mondiale, la coalizione a guida saudita ha fatto relativamente pochi guadagni territoriali aldilà delle zone tribali yemenite già favorevoli ai sauditi, tribù sovente collocate a cavallo del confine.

Arabia saudita e Iran stanno entrambi sostenendo fazioni separate e opposte. La mancanza di progresso come pure I costi delle operazioni military posono creare un clima favorevole a cessare I combattimenti. Però, posto che l’Arabia saudita e la sua coalizione sono direttamente coinvolti nei combattimenti mentre l’Iran fornisce solo qualche arma e sostegno politico ai propri alleati, la responsabilità principale fra gli attori esterni per un cambiamento è sulle spalle deli decisori sauditi. Ci sono due tematiche principali a plasmare il futuro.

La prima è la possibilità o meno di formare un governo centrale decentralizzato ma relativamente inclusivo. Lo Yemen rimane perlopiù una società tribale con le decisioni politiche prese dal capo-tribù. Le tribù hanno di solito una specifica base geografica. Così un governo centrale ha bisogno di partecipazione dei membri dei maggiori gruppi tribali. Tuttavia, con lo sviluppo economico la gente di tribù differenti ora vive nelle grandi e medie città; questa popolazione più urbanizzata non dipende tanto dalle decisioni o opinion dei capi tribali. La relativa forza del governo centralesi è basata su strategie di patronato, offrendo ai principali capi tribali qualche vantaggio economico. Fino al marzo 2011, quasi tutti avevano poco da dire sulla politica del governo, allorché nello spirit delle “Primavere arabe” ci furono manifestazioni popolari per tutto il paese con la richiesta di posti di lavoro, della fine della corruzione, e di un certo rispetto per tutti i cittadini. Entro la fine del 2011 Ali Abdullah Saleh, al potere da 33 years, fu spinto fuori e sostituito dal suo vice-presidente Abdu Rabbu Mansur Hadi, con lo stesso stile di governo ma considerate di cambiamento senza vero stravolgimento dello schema di governo. Saleh, però non accettò mai davvero l’idea di cedere il potere e i suoi benefici materiali; formò un’alleanza con un movimento religioso – Huthi – che attingeva i propri membri dalla stessa regione geografica, e che pur aveva combattuto da presidente, anche con le armi. Ma per un po’ l’alleanza parve essere di mutuo vantaggio. Poi si ruppe nettamente lo scorso novembre 2017, quando scoppiarono combattimenti fra le forze huthi e quelle leali a Saleh nella capital Sana’a: il 4 dicembre truppe huthi colpirono [a morte] Saleh nella sua auto mentre cercava di lasciare la città.

La seconda tematica principale riguarda la capacità dello Yemen di rimanere uno stato unitario o di spaccarsi di nuovo in due, con Sana’a capitale di uno stato a nord e Aden di un altro stato a sud. I due stati erano la struttura politica esistente fino al 1990, quando la Repubblica Popolare dello Yemen, centrata su Aden, si combinò con la Repubblica Araba dello Yemen nel nord, formando la Repubblica dello Yemen. Nel procedimento del 1990 c’era diffusa speranza che l’unione dei due stati avrebbe condotto a un miglioramento del benessere economico, ma in pratica c’è stato poco progresso. E, se c’è stato è a causa di fattori economici esterni e non direttamente dovuta all’unione. Il mancato progresso nel sud ha condotto a un risentimento locale e da parte di alcuni al desiderio di separazione economica e alla formazione di milizie. Difficile sapere qianto a fondo spingeranno per la separazione e la creazione di uno stato indipendente. Già nel 1994 c’erano stati attacchi armati per spingere a un ritorno a uno stato imperniato su Aden.

L’Associazione dei Cittadini del Mondo si occupa di tre problematiche del conflitto in Yemen:

  • La violazione del diritto umanitario internazionale, con attacchi a strutture mediche, a personale medico, e l’utilizzo di armi bandite da trattati internazionali, specialmente munizioni a grappolo. L’Associazione dei Cittadini del Mondo è stata particolarmente attiva nel promuovere un trattato per la proibizione di munizioni a grappolo.
  • Soccorso umanitario, specialmente aiuto alimentare. Con il blocco a guida saudita dei porti e dei campi di volo, è stato difficile per l’ONU o le organizzazioni di soccorso far arrivare scorte di derrate. Si stima che circa 8 milioni di persone patiscano condizioni di fame acuta e che circa 17 milioni di altre sia in condizioni di precarietà alimentare. I combattimenti rendono insicure certe strade, impedendo la consegna di forniture alimentari e d’altro materiale di soccorso.
  • La creazione di una confederazione yemenita. Pur dipendendo la forma della struttura statuale dal volere degli yemeniti (sempreché gli sia permesso di esprimersi liberamente), l’Associazione dei Cittadini del Mondo propone forme confederali di governo che mantengano la cooperazione entro una struttura decentrata, in alternativa alla creazione di nuovi stati indipendenti.  Nel 2014, un comitato nominato dall’allora presidente Abu Hadi propose una federazione di sei regioni quale struttura politica per lo Yemen. L’Associazione ritiene che questa proposta meriti attenzione ravvicinata e che possa servire da base d’un rinnovamento per un governo yemenita inclusivo.

Oggi, la scelta fra la fine del conflitto armato con negoziati per un rinnovamento di uno stato yemenita sulla base del sistema confederale proposto e continui combattimenti nella speranza che una delle fazioni diventi un vincitore “pigliatutto” è relativamente chiara. L’Associazione dei Cittadini del Mondo è risolutamente per una fine del conflitto armato con seri negoziati sulla struttura di un futuro Stato.

 

29 juin 2018 | René Wadlow – Foreign Policy News/IFOR
Titolo originale:Yemen: Political Stalemate, Mercenaries Prosper, the Population Disintegrates, and Humanitarian Relief Blocked


Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

 

_______________________________________

René Wadlow è membro della task forceIFOR sul Medio Oriente, presidente e delegato ONU (a Ginevra) dell’Associazione dei Cittadini del Mondo, e capo-redattore di Transnational Perspectives.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *