L’ombra dorata della Vulnerabilità nel lavoro con i giovani | Ilaria Zomer

VULNERABILITY: An Alternative Approach to Prevent Radicalisation Among Young People

21 operatori giovanili fra il 3 e il 9 giugno scorsi si sono incontrati a Molenbeek, il quartiere di Bruxelles tristemente celebre per il numero di persone coinvolte in attentati terroristici che lì hanno vissuto o lì si sono radicalizzate e organizzate, per confrontarsi proprio su approcci alternativi per il lavoro giovanile utili a prevenire il fenomeno della radicalizzazione giovanile. Il racconto di un’esperienza.  

Avevo scelto di non leggere nulla su Moleenbeek, non volevo essere influenzata da pregiudizi altrui, pregiudizi che, però, correvano già per conto loro, la verità è che mi aspettavo un ghetto, grandi palazzoni popolari, diffidenza verso persone da “fuori”, periferia geografica e culturale.

Arrivo a Molenbeek in una giornata di sole, qualcosa mi sorprende: 5 minuti di metro dalla stazione centrale, ovvero 20 minuti a piedi dal centro storico e turistico della città, spazi pedonali ricchi di fioriere e panchine, ragazzini che giocano a pallone davanti alle loro case ci indicano la strada “Rue des Maroquins”, il quartiere si affaccia su un canale dove molti edifici sono di recente costruzione, è ancora pieno Ramadan, regna l’indolenza, cartelloni pubblicizzano concerti e attività culturali, casette a un piano dalle cui finestre si affacciano bambini piccoli, un quartiere sicuro, gradevole.

100.000 abitanti in 6 chilometri quadrati, di cui oltre 30.000 di età inferiore ai 18 anni. La gran parte della popolazione del quartiere ha un background migratorio ma allo stesso tempo la grande maggioranza ha la nazionalità belga.

Ci troviamo negli spazi in cui verrà realizzato il training, un ostello giovanile attrezzato con sale e luoghi per svolgere attività formative, ma soprattutto uno spazio di aggregazione giovanile qualificata, al suo interno c’è una palestra, attrezzata nello specifico per svolgere lavori di teambuilding, una struttura in ferro con percorsi acrobatici in altezza, un bar, una mensa popolare in cui imparano a cucinare giovani disoccupati, una falegnameria, una sala prove e uno spazio informativo e di orientamento dei giovani. Fanno base nella struttura anche i cosiddetti “Social Worker Corner”, operatori sociali che entrano nel tessuto sociale del quartiere, vivendo nelle strade dove la gente vive e portando i servizi sociali direttamente dalle persone, alcuni elementi comuni con i nostri educatori di strada ma con la differenza che in Bruxelles non si dedicano solo a giovani e giovanissimi ma anche agli adulti in difficoltà e alle famiglie.

Il centro in cui svolgiamo le attività durante il training racconta bene una scelta politica che gli amministratori di Bruxelles hanno fatto dopo il 2015, dopo gli attentati, e dopo che il quartiere è salito all’onore delle cronache per essere una fucina di terroristi, davanti a loro un bivio: militarizzare permanentemente l’area e attivare delle politiche securitarie, soprattutto nei confronti della popolazione giovanile, o investire fortemente nell’ambito sociale, educativo, occupazionale. La seconda opzione è stata quella maggiormente praticata, non senza ombre e incongruenze.

Il training ruota attorno a tre pilastri: uno contenutistico, ovvero la comprensione di un processo quello della radicalizzazione, una prospettiva, quella della prevenzione, generale, caratteristico del lavoro giovanile, e infine su un approccio, quello della vulnerABILITY, un concetto di vulnerabilità come risorsa, come abilità appunto, se accolta e valorizzata.

Sulla radicalizzazione e sulla prevenzione…

Per quanto riguarda l’aspetto contenutistico, la prevenzione della radicalizzazione è un filo rosso che ci accompagna tutta la settimana, particolarmente interessante l’input teorico che invita gli operatori giovani ad una riflessione sul livello del proprio intervento. Abbiamo infatti distinto tre livelli a cui il lavoro giovanile può intervenire in relazione al fenomeno della radicalizzazione giovanile:

  • La prevenzione generica: il lavoro giovanile ha il compito di capacitare i giovani e promuovere la loro cittadinanza attiva mettendoli nelle condizioni di affrontare la società moderna con le sue complessità. La prevenzione generica lavora con tutti i giovani indirettamente, equipaggiandoli con life skills che contribuiscano al rafforzamento in loro di valori democratici e rafforzino la loro resilienza. Un aspetto importante è quello di rafforzare la capacità di prendere le proprie decisioni. L’operatore giovanile a livello di prevenzione generica deve essere in grado di mettersi in discussione e farsi mediatore rispetto a temi taboo, garantire un contesto accogliente quando vengono discussi argomenti difficili, conoscere le tendenze del mondo giovanile ed essere disponibili a confrontarsi con esse, incoraggiare la conoscenza interculturale e il confronto interreligioso finalizzato a scoprire i valori comuni
  • La prevenzione targetizzata: finalizzata a raggiungere i giovani che mostrano interesse verso ideologie estremiste o antidemocratiche e alla loro propaganda, sono vicini a gruppi estremisti o sono già in contatto con questi. Chi opera in questo ambito fa attenzione se il giovane trancia i suoi legami sociali e identifica gli eventuali segnali di rischio correttamente. Costruisce una relazione di fiducia con i giovani prima di confrontarsi su questioni politiche e ideologiche. Si mette in discussione su un piano dialogica e mostra sempre un punto di visto umanistico e democratico. Costruisce una rete di cooperazione con altri attori del territorio.
  • La prevenzione individualizzata si concentra su giovani che sono già coinvolti in gruppi estremisti e vogliono uscirne o hanno mostrato segni di apertura nel ricevere supporto per l’uscita da questi gruppi. Gli operatori giovanili che lavorano in questo ambito costruiscono in primo luogo un legame forte di fiducia con il giovani, comprendono il processo, lavorano sulle cause e sviluppano alternative, entrano in contatto con la famiglia, ne comprendono le dinamiche e ricercano la persona al suo interno giusta per facilitare l’intervento, costruiscono alleanze con figure chiave della comunità, sviluppano protocolli di sicurezza per il giovane coinvolto, collaborano con esperti da diversi settore come organizzazioni del privato sociale, scuole, giustizia e sicurezza, servizi sociali ecc…

Sistematizzare la riflessione di ciascuno sul livello di intervento in cui si concentrava il proprio lavoro quotidiano ha aiutato il gruppo a comprendere il lavoro svolto da ciascuno, comprendere i limiti e le opportunità della propria tipologia di intervento e di quella degli altri.

Interessante la visita al quartiere di Molenbeek e ai suoi diversi progetti di prevenzione generica della radicalizzazione nonché di costruzione di percorsi di resilienza personali e comunitari.

Nella foto il gruppo si trova all’interno del bar, proprietà di due fratelli che nel 2015 hanno fatto parte del commando che ha compiuto gli attentati a Parigi. Il bar ora è stato acquisito da una cordata di associazioni che con un crowdfunding lo stanno ristrutturando, lo spazio è dedicato al co-working, al doposcuola, all’organizzazione di momenti di conoscenza e feste del vicinato.

Lo sport può essere un strumento di prevenzione della radicalizzazione? A Molenbeek credono di sì, un grande campo in erba sintetica, con due cartelloni che enunciano le regole dello sport sano e collaborativo e allenatori che tutti i pomeriggi vengono qua a insegnare ai bambini e ai ragazzini uno sport ma anche a stare insieme, il valore delle regole, l’autostima e l’aiuto reciproco.

Molenbeek è un quartiere che sta vivendo una profonda trasformazione urbanistica, le fabbriche stanno chiudendo lasciando il posto a musei di arte contemporanea, poco conosciuti, compresi e vissuti dalla popolazione del quartiere, nuove palazzine e locali di lusso sorgono a cui la popolazione del posto non accede. Alcuni spazi sono lasciati all’abbandono al degrado, per questo un’associazione cittadina li ha presi in gestione, attrezzandoli e vivendoli all’insegna del riciclo, del riuso, della cooperazione. Lo spazio che vedete nella foto sotto sembra vissuto, ricco, in grado di generare molte potenzialità a livello sociale, unica ma importante pecca: è temporaneo. Quando anche l’area recuperata sarà oggetto di interventi e speculazioni edilizie, il centro sparirà facendo sprofondare le relazioni sociali intessute fino a quel momento e lasciando ancora una volta le persone orfane di uno spazio di socialità importante.

La VulnerABILITA’ come approccio…

Che forma ha la nostra vulnerabilità?

Ogni volta che incontriamo un giovane nelle nostre attività educative, ci mettiamo in discussione in una nuova relazione e in questa dinamica portiamo il nostro modo di essere, spontanei o protetti dietro un ruolo professionale, vicini o alla giusta distanza, accoglienti, provocatori, portati per le relazioni duali o facilitatori di gruppi, protagonisti o secondari. Quanto portiamo però le nostre vulnerabilità nella relazione educativa? Quanto in realtà ci fermiamo a riflettere sulla nostra vulnerabilità? In alcuni casi portiamo le nostre esperienze di difficoltà per mostrare vicinanza con i giovani, per mostrare che si può essere resilienti ma quanto realmente mostriamo le nostre sconfitte, le nostre difficoltà, le nostre vulnerabilità?

Raramente, e lo facciamo raramente perché alla vulnerabilità attribuiamo un significato negativo, non è bello essere vulnerabili, ci fa sentire “meno”, indifesi, colpibili.

E’ molto importante però riprendere il contatto con la propria vulnerabilità perché è proprio il fatto di nasconderla che ci provoca sofferenza, che provoca sofferenza nei nostri giovani e alimenta dinamiche estreme come appunto quella dell’estremismo violento.

Alcune maschere di vulnerabilità costruite dai partecipanti.

Spesso ci troviamo a definire i giovani con cui lavoriamo giovani vulnerabili, il significato comune è negativo, sinonimo di fragilità, debolezza, rischio. Cosa succede se ci sfidiamo a trovare l’ombra dorata della vulnerABILITA’?

E’ quello che ci invita a fare Brené Brown che nella vulnerabilità trova la vera essenza dell’umanità in questo video che vi invito a guardare.

Cosa succede se socializziamo la paura, la vergogna, il bisogno di sentirsi parte, se tolleriamo, in un gesto che è di base pura generosità, perché non ci si può aspettare né che l’altro trovi una soluzione alla nostra vulnerabilità né che a sua volta socializzi le proprie, questo stato d’animo, scoprendosi coraggiosi e scoprendo la profonda connessione che abbiamo gli uni con gli altri?

Può il concetto di vulnerabilità, vista come potenzialità, non come limite, improntare il nostro lavoro con i giovani aiutandoci a prevenire fenomeni come la radicalizzazione violenta?

Può la vulnerABILITA’ aiutarci a vedere i giovani non solo come beneficiari dei nostri interventi educativi, come a rischio, come borderline, come vittime, come esseri in potenza ma invece come creature potenti qui e ora di dare il loro contributo positivo per il cambiamento.

Io mi occupo quotidianamente di educazione alla pace e quotidianamente sfido me stessa nel guardare ai conflitti che ci circondano come ad una relazione non necessariamente negativa, la violenza è negativa, ma la violenza è solo una delle possibili evoluzioni di una situazione conflittuale. Ecco, la vulnerABILITA’ mi sfida allo stesso modo come persona e come operatore giovanile a ex-pormi, a uscire da me stessa, a riconoscere le mie potenzialità e a accettare i miei limiti sicura che la condivisione di questi ci rende tutti più umani.

Il training è stato un forte percorso personale, mi aspettavo di lavorare su strumenti e indicatori che mi permettessero di misurare la vulnerabilità dei giovani, che mi dicessero quanto questi fossero “a rischio” e invece mi sono ritrovata a lavorare su di me, sui miei elementi di rischio, riconoscendoli e amandoli un po’ di più. In ogni attività che svolgiamo con giovani e giovanissimi, in tutti gli occhi che guardiamo specchiamo noi stessi, per questo è da noi che dobbiamo partire.

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