Mentre Gaza sprofonda nella disperazione, un nuovo libro dimostra la fondatezza della brutalità d’Israele | Charles Glass

Israele celebra un doppio anniversario il 15 maggio p. v., la Fondazione dello stato e la formale istituzione delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), il nome dato dallo stato alla forza congiunta di esercito, aeronautica e marina militari. La statualità armata adempì il sogno politico sionista di raccogliere gli ebrei dell’antica diaspora sotto il proprio governo nel territorio da essi dichiarato propria “terra promessa.” Durante la battaglia per tale terra fra il 1947 e il 1949, le IDF espulsero tre quarti della popolazione indigena. Dei 750.000 arabi palestinesi profughi, 250. Si rifugiarono a Gaza, una minuscola sacca nella Palestina di sudovest allora occupata dall’esercito egiziano. I miseri e traumatizzati profughi erano tre volte più numerosi degli 80.000 gazani che li accolsero.

Le Nazioni Unite emanarono ma non attuarono risoluzioni annue richiedenti il ritorno dei profughi. Israele invase il territorio nel 1956, ritirandosi su pressione Americana nel 1957, e l’invasero di nuovo nel 1967. Col crescere della propria popolazione a quasi 2 milioni d’anime costrette in una striscia larga 8 km e lunga 64, Gaza è diventata un sinonimo di miseria. L’ex primo ministro britannico David Cameron, non un difensore della causa palestinese, la chiamava “una prigione all’aperto”.

Nel suo nuovo libro “Gaza: An Inquest Into Its Martyrdom” [Gaza: un’inchiesta sul suo martirio] Norman Finkelstein presenta il caso di Gaza come un navigato procuratore di un processo per omicidio. “Questo libro non è su Gaza”, scrive, “ma su quel che è stato fattoa Gaza”. Chiede al lettore di decidere “se l’autore è un partigiano per Gaza o se ne sono partigiani i fatti”. Analizza tre azioni militari principali israeliane contro Gaza – l’Operazione Piombo Fuso nel dicembre 2008, l’Operazione Pilastro di Difesa nel novembre 2012, e l’ Operazione Margine Protettivo nel luglio 2014 – nonché l’incursione armata su una flottiglia di soccorso turca nel maggio 2010. La sua critica aspra comprende la risposta internazionale a tali avvenimenti d il prolungato assedio a Gaza d’Israele ed Egitto. Il libro procura una lettura straziante, densa di reperti esaurienti e analisi dettagliate esplicativi degli obiettivi israeliani su Gaza. Riassumendo l’impiego delle IDF a Gaza, iI giornalista israeliano Gideon Levy lo scorso aprile lo definisce sul New York Times “il campo d’addestramento [d’Israele], un gigantesco laboratorio — per misurare le reazioni dei quasi due milioni di persone che ci tiene sotto assedio, e per verificare le proprie armi innovative nonché i limiti di ciò con cui il mondo gli permetterà di cavarsela”.

La storia recente indica che Israele può “cavarsela” con un bel po’ di arbitrio. Ha chiuso molto tempo fa il porto, l’aeroporto e il confine terrestre di Gaza. I sostenitori tradizionali dei palestinesi nel mondo arabo, specialmente Arabia Saudita ed Egitto, li ignorano. Russia e Cina esprimono solidarietà facendo nulla. Un aiuto nominali arriva dall’Iran sotto forma perlopiù di armi inefficaci per Hamas, caso raro di teocrati sciiti che armano  fondamentalisti sunniti. L’ex primo ministro Yitzhak Rabin parlava per quasi tutti I suoi connazionali quando diceva di Gaza “se solo sprofondasse in mare”.

Gaza sta sprofondando, se non in mare, nella disperazione. L’embargo israeliano ha reso disoccupati il 65% dei gazani sotto i 30 anni. La sanità soffre della mancanza di attrezzature e medicine. Non si può uscire a cercare lavoro fuori, e I bambini vivono col trauma di non sapere mai quando sarà bombardata casa loro. Quand’ero là nel 2002, il dr. Eyad Sarraj del Programma di Salute Mentale della Comunità di mi ha detto che quasi la metà dei bambini sotto i 16 anni bagna il letto per la paura costante. Questo prima delle invasioni militari degli ultimi 10 anni.

Finkelstein elenca il tributo di siti distrutti o gravemente danneggiati con Piombo Fuso: 58.000 abitazioni; 28 scuole comprese le materne; 1.500 fabbriche e officine; 190 serre; 30 moschee; centri mediatici (con sei giornalisti uccisi); e 80% del raccolto agricolo. Il rapporto di civili palestinesi rispetto a quelli israeliani era di 400 a 1. Oltre 300 dei 1.400 morti palestinesi erano bambini. L’aggressione ha compreso l’utilizzo di fosforo bianco, agente chimico illegale che carbonizza la pelle con temperature fino a 816°C (1.500° Fahrenheit).

“Che cosa sta cercando di compiere Israele?” chiede Finkelstein. Per la risposta si è rivolto a Anthony Cordesman, accademico americano normalmente coscienzioso, il cui rapporto, basato interamente su dati IDF, asserisce che obiettivo di Piombo Fuso era “ristabilire la deterrenza d’Israele e mostrare a Hezbollah, Iran, e Siria che era troppo pericoloso sfidare Israele”. Il che non è la stessa cosa che l’auto-difesa, la solita giustificazione legale per la guerra.

L’enormità di Piombo Fuso è emersa nel meticoloso rapporto commissionato dal consiglio sui Diritti Umani dell’ONU nell’aprile 2009 sotto l’eminente giurista sudafricano pro-sionista Richard Goldstone, che accettò di presiedere una commissione d’inchiesta a condizione che scrutinasse i crimini di ambo le parti, Hamas compresa. Il suo rapporto, scrive Finkelstein, risultò essere “un esauriente, chiaro atto d’accusa del trattamento dei palestinesi da arte d’Israele durante l’occupazione”. Le prove dibattimentali e testimoniali di Goldstone, molte delle quali da combattenti israeliani, sono state inoppugnabili; ma le sue conclusioni — che le forze israeliane avevano violato il diritto internazionale ed erano passibili di prosecuzione giudiziaria — attrassero immediatamente la veemente reazione degli israeliani che si erano aspettati un’ovvia assoluzione. L’ex-presidente Shimon Peres definì Goldstone “un tecnocrate senza alcuna reale comprensione della giurisprudenza”. “Il professor Gerald Steinberg della Bar Ilan University dichiarò che ‘Israele aveva il diritto morale di spianare tutta quanta Gaza’” scrive Finkelstein. In una beffarda nota, fra molte del libro, precisa che “Steinberg fondò il programma dell’università sulla risoluzione e gestione dei conflitti”.

L’assalto hasbara, ossia propagandistico, d’Israele fu così feroce che Goldstone ritrattò sul  Washington Post il giorno del Pesce d’Aprile del 2011. Ma non s’era consultato con i membri della sua commissione, che continuarono a difendere l’integrità del proprio resoconto. L’effetto conclusivo della campagna contro Goldstone, Human Rights Watch, Amnesty International, e alcune delle stesse associazioni per I diritti umani israeliane fu tale da intimidire i critici delle politiche d’Israele su Gaza fino a un virtuale silenzio. Seguirono le operazioni Pilastro di Difesa e Margine Protettivo; che probabilmente non saranno le ultime fintanto che i gazani richiedono la fine all’assedio che gli mutila la vita, e Hamas rifiuta di disarmarsi insistendo sul proprio diritto a resistere all’occupazione militare secondo il diritto internazionale.

Nessuno che azzardi un’opinione su Gaza — che l’ONU predice essere “invivibile” entro il 2020 — ha diritto di farlo senza tener conto dell’evidenza offerta in questo libro. Per il quale, almeno, la gente di Gaza ha un debito verso Norman Finkelstein.

 

14.05.18 – Charles Glass (The Intercept)
Titolo originale: As Gaza Sinks into Desperation, a New Book Makes the Case against Israeli Brutality

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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