Scrivere sulla frontiera. Ricordo di Alessandro Leogrande | Albana Muco

Il salone del libro di Torino appena terminato ha ricordato sabato scorso 12 maggio 2018 un caro amico saggista, giornalista e scrittore, Alessandro Leogrande, scomparso troppo giovane, che – come recitava la locandina di invito – ha sempre scritto per abbattere le frontiere, raccontare i naufragi, denunciare i caporalati, l’ignoranza e le ingiustizie. L’occasione è stata la pubblicazione di una raccolta di scritti intitolata Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale (Feltrinelli, 2018) dopo Un mare nascosto (L’ancora del Mediterraneo, 2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (L’ancora del Mediterraneo, 2003 – Fandango, 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (L’ancora del Mediterraneo, 2006), Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud(Mondadori, 2008 – Feltrinelli, 2016), Il naufragio. Morte nel Mediterraneo(Feltrinelli, 2011), Adriatico(Feltrinelli, 2011), Fumo sulla città(Fandango, 2013), Katër i Radës(Feltrinelli, 2014), La frontiera(Feltrinelli, 2015), Haye. Le parole, la notte(Feltrinelli, 2017).

Al di là di ogni retorica, come si intuisce dai titoli dei suoi scritti, Alessandro Leogrande era ancora capace di andare oltre i confini per testimoniare le storie degli ultimi. Così scriveva in “La Frontiera”:

C’è una linea immaginaria eppure realissima, una ferita non chiusa, un luogo di tutti e di nessuno di cui ognuno, invisibilmente, è parte: è la frontiera che separa e insieme unisce il Nord del mondo, democratico, liberale e civilizzato, e il Sud, povero, morso dalla guerra, arretrato e antidemocratico. È sul margine di questa frontiera che si gioca il Grande gioco del mondo contemporaneo. Questa soglia è inafferrabile, indefinibile, non-materiale: la scrittura vi si avvicina per approssimazioni, tentativi, muovendosi nell’inesplorato, là dove si consumano le migrazioni e i respingimenti, là dove si combatte per vivere o per morire. Leogrande ci porta a bordo delle navi dell’operazione Mare Nostrum e pesca le parole dai fondali marini in cui stanno incastrate e nascoste. Ci porta a conoscere trafficanti e baby-scafisti, insieme alle storie dei sopravvissuti ai naufragi del Mediterraneo al largo di Lampedusa; ricostruisce la storia degli eritrei, popolo tra i popoli forzati alla migrazione da una feroce dittatura, causata anche dal colonialismo italiano; ci racconta l’altra frontiera, quella greca, quella di Alba Dorata e di Patrasso, e poi l’altra ancora, quella dei Balcani; ci introduce in una Libia esplosa e devastata, ci fa entrare dentro i Cie italiani e i loro soprusi, nella violenza della periferia romana e in quella nascosta nelle nostre anime: così si dà parola all’innominabile buco nero in cui ogni giorno sprofondano il diritto comunitario e le nostre coscienze. Quanta sofferenza. Quanto caos. Quanta indifferenza. Da qualche parte nel futuro, i nostri discendenti si chiederanno come abbiamo potuto lasciare che tutto ciò accadesse.

Quella parola indica una linea lunga chilometri e spessa anni. Un solco che attraversa la materia e il tempo, le notti e i giorni, le generazioni e le stesse voci che ne parlano, si inseguono, si accavallano, si contraddicono, si comprimono, si dilatano.

È la frontiera.

Questa capacità di guardare oltre ogni apparenza, che era la forza del suo lavoro, diventa ora un’eredità da raccogliere e mettere a frutto per le nuove generazioni e per chiunque voglia raccogliere il suo scomodo testimone e continuare la sfida a tutte le frontiere. Albana Muco ha trascritto gli interventi tenuti l’11 aprile 2018, nella giornata di apertura del Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia, durante un incontro in ricordo di Alessandro Leogrande. Emiliano Morreale (Università La Sapienza di Roma), Nicola Lagioia (scrittore e direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino), Lorenzo Pavolini (Radio 3), Mario Desiati (scrittore) hanno parlato della sua figura e del suo lascito. I quattro racconti personali che sono qui riportati integralmente per conservarne la densità emotiva, testimoniano l’attività d’intellettuale e di attivista di Leogrande, un unicum nel panorama italiano contemporaneo.

Perugia 11 aprile 2018 – Festival Internazionale del Giornalismo/ Scrivere Sulla Frontiera in ricordo di Alessandro Leogrande

Il primo a intervenire, presente virtualmente, è Nicola Lagioia: Alessandro era un suo coetaneo di grandissimo valore e spessore intellettuale e morale, di grande importanza culturale sono tutta la sua attività e i libri che ha scritto, per le cose che è riuscito ad animare attorno a sé. Basti pensare alla rivista Lo Straniero, di cui è stato vicedirettore e uno dei principali artefici per anni. Questa è stata una rivista seminale centrale, forse non per diffusione ma sicuramente per importanza nel dibattito pubblico italiano.

Alessandro Leogrande è stato tante cose, è stato per esempio un gradissimo meridionalista del XXI secolo, uno che aveva capito che chi non comprende il sud non comprende il resto d’Italia e il resto d’Europa. Davvero il sud raccontato da Leogrande era la parte per il tutto. Sciascia diceva che la Sicilia era una metafora dell’Italia, e Leogrande ha fatto lo stesso con la sua regione, la Puglia, che fino a qualche anno fa non era una regione avvezza all’autorappresentazione. Eppure, lì sono successe cose che Alessandro ha documentato benissimo. Anche perché, qual è il centro dell’Europa? È Francoforte e Parigi oppure Lesbo, Lampedusa e Taranto? Ecco quest’ultime lo sono di più. Non perché siano dei centri di potere ovviamente, ma perché il centro è lì dove c’è la contraddizione, dove un problema che riguarda tutti viene al pettine ed esplode in certi casi con la sua drammatica forza, anche contradditoria. Quella è la cartina di tornasole che ti racconterà anche tutto il resto. Basti pensare a come Alessandro Leogrande raccontava Taranto. Lui non si limitava solo a questo, ma per esempio il disastro dell’Ilva era emblematico di un problema che riguarda ormai tutto l’occidente, perché è quello il luogo dove siamo costretti a scegliere fra salute e lavoro: se c’è l’una non c’è l’altro e se c’è l’altro non c’è l’una. Questo è un dramma del XXI secolo che in una città come Taranto si è presentato in una maniera enorme, invisibile soltanto per chi ha l’abitudine alla rimozione che non è tipica di Alessandro. Oppure quando con i reportage bellissimi raccontava Cito, un sindaco assai discutibile di Taranto che aveva anticipato per i suoi metodi Berlusconi. Cito era un fenomeno dei primi anni ’90, questo perché il sud riesce a essere al tempo stesso da una parte arretrato e dall’altra avanzatissimo. Da una parte sta qualche passo indietro rispetto al paese, dall’altra lì al sud succedono cose che nel resto del paese accadranno più tardi.

Alessandro Leogrande ha anche raccontato meglio di altri, con profondità senza mai cedere né a populismi né a retoriche insulse, i migranti. I migranti come li ha raccontati lui, li hanno raccontati in pochi, non soltanto perché Alessandro aveva una grande capacità di scrittura e documentazione, ma perché andava sui posti, parlava con le persone, s’immergeva nel paese reale, che è un luogo sempre meno frequentato anche dagli intellettuali. Utilizzava tra l’altro una forma-racconto che in Italia, e non soltanto in Italia, è diventata quella tra le più interessanti negli ultimi anni. Vale a dire il reportage letterario. Da questo punto di vista i maestri di Alessandro Leogrande sono state persone della levatura di Ryszard Kapuscinski, e infatti Alessandro ha vinto il premio Kapuscinski, o di Svetlana Aleksievic. Quest’ultima, così come faceva Alessandro, si è occupata di come gli scrittori devono raccontare la storia. Chi sono i veri testimoni della storia? Coloro che ne portano le stimmate, le vittime del tempo perché sono un sintomo del tempo in cui sono state vittime. Questo lo diceva Primo Levi, pensiero acquisito da Alessandro, che i testimoni di Auschwitz erano coloro che sono tornati muti, coloro che sono morti. Coloro che non possono raccontare e quindi la letteratura ha uno splendido ruolo, raccontare per chi non poteva farlo. Ecco, Alessandro raccontava per chi non poteva farlo ed era anche di una generosità incredibile. Era un connettore, metteva insieme persone ed esperienze diverse. Non era soltanto la sua grandezza sulla pagina, ma proprio nella vita reale, nella vita intellettuale.

I buoni esempi si danno con i comportamenti, non soltanto con la dichiarazione di principi e Alessandro univa a dichiarazione di principi una linea teorica, che era saldissima, interessante, complessa, profonda anche, una pratica della vita culturale, che faceva benissimo a chi gli stava intorno. Forse faceva meno bene alla sua salute, perché bisognava fare molta fatica per vivere il ruolo di intellettuale come lo faceva lui, ma è anche il motivo per cui ci manca così tanto, per cui mancherà alla culturale italiana. Aveva tutta la vita davanti a sé, avrebbe potuto fare tanto, avrebbe potuto farci capire tante cose. Sarà impossibile interiorizzare la sua presenza viva nelle nostre vite private, perché quella è veramente insostituibile, però dovremmo abituarci, ed è difficile, a interiorizzare la voce di Alessandro sulle cose del mondo. Leggete, fate conoscere Alessandro Leogrande, e onoratene, onoriamone la memoria.

Emiliano Morreale, ha conosciuto Leogrande da ragazzo, ai tempi dell’università a Roma. Racconta di essere addolorato per la scomparsa prematura dell’amico scrittore tarantino e afferma che in questo momento storico Alessandro era un intellettuale unico, che stava svolgendo un lavoro preciso e quotidiano. Morto purtroppo nel suo momento di massima creatività, di massima apertura e ricerca delle cose che voleva fare e dire. La sua unicità era dovuta al fatto di essere una persona che cercava nello stesso tempo di capire e di fare, non era solo un giornalista o solo uno scrittore, lo era diventato per necessità, per raccontare. Ha avuto l’amara fortuna di trovarsi a vivere in un momento in cui gli sono passate accanto delle cose che lui ha intercettato e seguito e che lo hanno portato lontanissimo. Si è trovato di fronte, quando andava al liceo, l’elezione di Giancarlo Cito come sindaco di Taranto, poi gli sbarchi degli albanesi e il naufragio della Katër i Radës, una crisi enorme della sinistra e del mondo dell’informazione, la guerra del Kosovo e il culmine della nostra crisi con il G8 a Genova.

Costruiva le sue storie poco a poco con un lavoro quotidiano, che era un lavoro di confronto continuo con chi quelle storie le viveva. Non era solo un mestiere il suo, era una curiosità. Lui si svegliava la mattina ed era curioso di andare a vedere le cose del mondo per provare a capire cosa si poteva fare.

Questo non era e non è così facile oggi, mentre un tempo c’erano dei canali di possibile reazione come il sindacato, i partiti, le associazioni all’interno della scuola o degli ospedali. Tutte queste strutture quando lui ha cominciato a lavorare erano dissolte. Così lui ha iniziato in maniera individuale, quasi individualista, all’interno di quel gruppetto che ruotava intorno alla rivista Lo Straniero. La rivista aveva due anime, l’attenzione al sociale e la figura dell’intellettuale vero e proprio. Alessandro è riuscito a unire queste due cose, questa è la cosa veramente prodigiosa nell’Italia degli ultimi 10-15 anni, dovuta alla sua forza di volontà, a un’apertura straordinaria alla vita e anche alla sua matrice cristiana. Lui veniva da una famiglia del cattolicesimo migliore. Pur essendo Alessandro assolutamente laico, aveva questa attenzione verso il prossimo proprio evidente. Non era un attivista, ma a un certo punto si è reso conto che c’era un deficit di racconto, di conoscenza, di empatia negli scrittori e nella sinistra. Perciò è diventato scrittore e ha scritto alcuni dei libri più importanti della letteratura italiana degli ultimi 10 anni, ovvero Uomini e caporali(2008),Il naufragio(2011) eLa frontiera(2015). Libri straordinari, di grande comunicativa. Alessandro era uno che dialogava moltissimo, riusciva non solo ad ascoltare ma a parlare con persone diversissime da lui senza essere compiacente, senza arretrare dalle sue posizioni. Così riusciva a raccontare, a tirare le fila del discorso e a guardare al di là della cronaca. Lui ci ha ricordato con i suoi libri l’enorme distesa di dolore e sofferenza che noi rimuoviamo, noi abbiamo i campi di concentramento sotto casa, i profughi che bussano alle nostre porte, questo siamo. Lui non ha mai raccontato tutto questo in maniera ricattatoria, ma con lucidità e partecipazione, facendo vedere quanto queste cose c’entrassero con noi. Alessandro rimane un esempio e una speranza.

Toccante, intima e affettuosa la testimonianza di Mario Desiati. Nella vita si fanno degli incontri fondamentali, – racconta – incontri che ti offrono le chiavi per aprire delle porte chiuse. Ho fatto un piccolo inventario delle chiavi che mi ha lasciato Alessandro Leogrande, una sorta di alfabeto che comincia con la lettera “a” e finisce con la lettera “t” di “Taranto”, perché credo che la prima frontiera di Alessandro sia stata la sua città.

Quando penso alla lettera “a” per me è l’“Albania”, perché lui fu il primo tanti anni fa a dirmi che tutto ciò che sta succedendo in Puglia, tutto ciò che sta succedendo in Italia è cominciato nel 1991, perché l’arrivo dell’enorme nave Vlora con 20.000 albanesi a bordo ha cambiato per sempre il nostro sguardo, che si traduce poi oggi nella politica di tutti i giorni. Lui lo ha raccontato nel suo bellissimo libro Il naufragio.

“B” di “bontà” e “bene”, perché lui era dalla parte del pensar bene, del partire senza alcun pregiudizio. C di contrabbando, perché con il libro Le male vite(2003) è stato uno dei primi a raccontare in una maniera innovativa il mondo criminale italiano.

“E” di empatia, un aspetto importante di Alessandro. Non c’è storia, non c’è narrazione senza l’empatia, senza la voglia di ascoltare e di avere un po’ di solidarietà nel condividere una storia che si è ascoltata.

Vi racconto un piccolo episodio personale per “h” di “hotel” e “d” di “dedizione”, perché lui era molto preciso anche quando raccontava un aneddoto, apriva tante parentesi, era bellissimo perché anche se doveva dare un’informazione minima a un certo punto si spalancava il mondo. E mi ricordo di occasioni come questa, di festival, dove si rimaneva in albergo a chiacchierare nel corso della sera, e a un certo punto si voleva andare a letto, ma c’era Alessandro che continuava a lanciare le sue straordinarie mine di parole. Ecco, mi mancano da morire le sue parentesi.

Sulla figura dell’intellettuale Emiliano ha già detto cose importanti. Lui non si vergognava di essere associato alla migliore tradizione nobile del pensiero meridionale, che va da Salvemini a Fortunati.

“K” di “kufiri”che significa frontiera in albanese, è il limite, il confine. Alessandro è uno scrittore che ha edificato la sua opera proprio lì, nel confine. Confine significa anche dubbio, essere appunto in una zona grigia dove le cose si mischiano, com’era lo stile di Alessandro che mischiava reportage e narrazione, che raccontava tramite quello che alcuni hanno definito documentario narrativo.

La lettera “m” di Maiellaro, calciatore talentuosissimo che ha giocato con la maglia del Taranto e del Bari, il più forte degli anni ’80 per il Bari e per il Taranto. Era un’ossessione di Alessandro il calcio, un buon modo per raccontare alcuni aspetti della nostra contemporaneità, sapeva delle cose pazzesche sugli ultrà del Taranto. Tra l’altro, a vederlo, Alessandro era compitissimo, ma diventava un’altra persona quando parlava di calcio e del Taranto.

“N” di “neoborbonismo”, una delle sue ultime battaglie. Alessandro ha scritto un libretto su una figura bella del Risorgimento, Carlo Pisacane. Tra l’altro ha preso una posizione molto forte sull’idea che questi fossero dei fenomeni di subcultura in un anno in cui c’è stata molta polemica in seguito alla decisione del Consiglio regionale di istituire in Puglia una giornata in memoria delle vittime dell’Unità d’Italia. Alessandro su questo era molto critico.

Ovviamente “p” di “politica” e di “primavera pugliese”. Lui è stato in prima linea negli anni come produzione di pensiero critico e idee, lottava affinché il momento fosse più prolifico di quello che si realizzava in quel certo tipo di politica che si è fatta in Puglia e che corrisponde agli anni di Nicky Vendola. Penso che Alessandro appartenesse un po’ a quella vecchia scuola per cui il politico non deve essere come il popolo, ma un po’ meglio del popolo. Infatti, mi spavento quando sento qualcuno che dice “io sono il popolo”, mi fa paura, penso subito alla ghigliottina. La scomparsa di Alessandro è una grande perdita non soltanto per la nostra narrativa, ma anche per la politica. Immagino quanti suggerimenti avrebbe potuto offrire a chi fa politica a livello locale e nazionale. Alessandro aveva disciplina, curiosità, anche un po’ di vocazione alle cause perse. Faceva le riviste letterarie e la vocazione alla causa persa per eccellenza in Italia è la rivista letteraria.

Sono arrivato alla lettera “s” di “scocciatori”, perché chiunque lavori in una rivista sa che ci sono le figure di scocciatori seriali, degli stalkerche minacciano anche l’incolumità delle nostre vite private. Alessandro era il domatore degli stalker, era un addestratore che li rendeva mansueti.

Chiudo con la lettera “t” di “Taranto”. Alessandro è nato e cresciuto avendo un orizzonte diverso da quello di molti italiani, perché il cielo che ha Taranto è diverso dal cielo del resto d’Italia. È un cielo color ruggine certi giorni, un cielo che diventa marrone chiaro o viola, dipende dal vento, dipende se c’è il maestrale o la tramontana. E uscendo sul terrazzo della sua casa nel rione Italia la prima cosa che vedevi era la cortina dell’Ilva di Taranto. Penso che uno cresciuto di fronte a quell’orizzonte non poteva che essere un artista, uno scrittore. E di fronte a quella nebbia, come tutti gli scrittori, lui ha lanciato la sua sfida che era quella di diradarla e, quindi, di rendere più visibile la realtà a tutti noi.

Infine, interviene Lorenzo Pavolini collega di Alessandro a Radio 3. Stiamo registrando un vuoto, una perdita grandissima, per noi e per chi avrebbe potuto continuare a leggere ciò che scriveva Alessandro Leogrande. Il titolo dell’incontro di oggi “Scrivere sulla frontiera” si attaglia moto a lui perché stava sempre su questa frontiera possibile che rende possibile anche l’empatia umana. Senza mai far calare le sue idee dall’alto, non era mai ricattatorio nella sua enorme disponibilità. Credo di essere stato un committente per Alessandro, quando lui nel 2000 quasi laureato pubblicava il suo primo libro e cominciava a formarsi il gruppo de Lo Straniero, Goffredo Fofi me l’aveva consigliato come collaboratore per la radio. Mi sono accorto da subito che la sua età anagrafica era sorprendente, totalmente spiazzante per me, che ero una quindicina di anni più grande di lui, da come conoscesse la storia culturale del paese. Mi sembrava che lui a vent’anni avesse nel suo bagaglio già tutto Gramsci, Salvemini, Croce. Non capivo come fosse possibile perché io non li conoscevo così bene, li ho imparati a conoscere negli ultimi due decenni certi autori. Odio gli indifferentidi Gramsci del 1917 era stampato nel DNA di Alessandro con una forza che uno si chiede come abbia fatto un ventenne a essere così parallelamente convinto della necessità di un lavoro di rappresentazione e di uno fattivo, concreto di militanza.

Emiliano Morreale l’ha incrociato in quei primi tempi in cui lavorava insieme a Marco Carsetti, facevano questa scuola di lingue per stranieri a Roma, in periferia, improvvisandosi educatori sulla base di quello che avevano letto. Alessandro non era neanche romano e faceva un qualcosa che un giovane romano della sua età, o anche un giovane romano più grande di lui, non faceva. Mentre doveva ancora formarsi, studiare, scrivere, cercare lavori, metteva già a disposizione il suo tempo per dei giovani migranti, per le persone che arrivavano. Vediamo benissimo come quell’esperienza gli permette l’empatia necessaria che si trova nel libro La frontiera, senza quell’effetto di “vado a fare questa cosa che poi ve la racconto”. Di solito il giornalista-reporter è condannato a questa situazione che è pure scomoda: vado in un posto perché voglio raccontare una cosa, mi succede una cosa e divento un eroe. Le storie, raccontate nel libro, Alessandro le ha raccolte naturalmente. Non ho mai avuto l’impressione che lui facesse qualcosa perché poi ne avrebbe dovuto scrivere. Lui trasformava anche le occasioni giornalistiche in un incontro umano.

Va sottolineata l’unicità della figura di Alessandro perché va capita storicamente. Anche all’epoca dei fatti del G8, aveva 22 anni, era studente universitario, le sue corrispondenze dal fronte erano affidabili, testimone e osservatore preciso anche dei fatti della Diaz. Era questo che stupiva, con lui avevi la sicurezza che non sarebbe stato un intervento fazioso, che ci sarebbe stato un dialogo anche con chi non la pensava come lui. Alessandro aveva la capacità della visione, l’immagine della frontiera che attraversa da est a ovest il Mediterraneo, questa linea di fratture costellata di naufragi, questa linea che restituisce eternamente al Mediterraneo l’identità del suo nome, questo “stare in mezzo” è un’immagine fortissima.

Oggi sembra semplicissima e banale, ma l’ha trovata lui, l’ha trovata nel tempo continuando a fare questa assurda storiografia dei naufragi, delle storie delle persone – dico assurda per drammaticità, – con la capacità di tornare sempre vicino all’umano e alla pietas, questo era un tratto suo personale, probabilmente contava anche la fede. Credo che lui non si vergognasse di essere un intellettuale, usava questa parola senza le ipocrisie di adesso, riusciva a non fare letteratura del diverso livello di dolore delle persone, cioè riusciva a fermarsi di fronte al momento in cui si rischierebbe di farne letteratura ma negativamente. La scrittura di Alessandro sapeva stare su questa frontiera ed è un esempio di empatia, che servirebbe a tutti, alla politica, al giornalismo, a tutti coloro che sono chiamati a rappresentare un mondo.

Una replica a “Scrivere sulla frontiera. Ricordo di Alessandro Leogrande | Albana Muco”

  1. …quando ho incontrato la notizia che Alessandro Leogrande era morto, ho avuto un vuoto, non conoscevo Alessandro, forse mi era sembrato di sentir nominare qualche volta, ma non riuscivo a staccarmi dalla notizia triste, oggi aggiungo molto triste!, e così comincio a leggere del dolore e del vuoto che ha lasciato, pensieri scritti da persone che ho avuto modo di conoscere, apprezzare, stimare e ho cominciato a realizzare della gravità di quella scomparsa e così ho cominciato a recuperare la conoscenza di Alessandro, oggi manca anche a me! continuo a cercare i suoi scritti, a comprare i suoi libri o prenderli in prestito in biblioteca, e soprattutto chiedo alle persone che frequento di conoscere Alessandro. Il modo migliore per sentire meno la sua mancanza è farlo conoscere. Prendo spunto da cosa dice Desiati, nella vita si fanno tanti incontri, incontrare Alessandro è tra quelli fondamentali, raccoglieva in sé tante qualità.
    Peppe

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