Solo per un secondo | Alessandro Ciquera

La tenda è logora, come tante in questo campo dimenticato nell’Akkar.

Le famiglie vivono una in fila all’altra, in questo cunicolo di esistenze schiacciate ma non sconfitte dalla guerra.

Questo insediamento è diverso da altri, qui c’è un finanziamento di uno sceicco saudita che da anni fornisce la possibilità a 350 persone divise in una cinquantina di famiglie di vivere senza pagare l’affitto della terra, a differenza della maggior parte dei profughi.

L’altro rovescio della medaglia consiste nel fatto che nel campo ci sono regole ferree, incluso l’obbligo della preghiera cinque volte al giorno nella moschea, pena l’esclusione dalla “comunità”, non si parla di politica e non sono ammesse critiche all’opera di chi gestisce, ogni nucleo deve fondamentalmente farsi gli affari propri se non vuole avere problemi.

Le famiglie sono obbligate a fare la spesa nel negozi dei libanesi locali, propietari della terra, e chi non si allinea viene minacciato e in alcuni casi aggredito fisicamente. Lo sceicco si mormora che abbia in passato anche utilizzato questo serbatoio di anime per trovare mogli per la sua corte. Vittime tra vittime.

In questo angolo di disperazione si inserisce Abu Daud, arrivato da Homs per fuggire alla violenza e alla distruzione del suo quartiere, non è assolutamente lo stereotipo di un eroe contemporaneo. Ha una personalità molto semplice e timida, i forti traumi della guerra gli hanno probabilmente procurato dei disturbi mentali, e passa le giornate lavoricchiando nella tenda e muovendosi in maniera inconsulta.

“Quando finirà la guerra?”, gli chiedo mentre sediamo davanti a lui sorseggiando te’, si dice che chi è considerato matto dica sempre la verità, Abu Daud scuote la testa velocemente e con la mano mi fa segno negativo, “Non finirà, non c’è ritorno”.

I suoi bambini ci guardano, in questi giorni li accompagneremo in ospedale per una operazione alle mani di cui hanno bisogno, per una disabilità di cui soffrono.

Mentre chiacchieriamo noto una gabbietta vuota appesa a una parete, incuriosito chiedo, “Di chi era?”, Abu Daud si illumina un po’ e dice, “Mia”. Con un gesto fa portare dai figli l’altra gabbia, tenuta all’interno della tenda, dove ci sono due canarini, uno giallo e uno rosso con striature gialle, sembra un punk modello anni 80’. Mi fa simpatia.

Prima che possa fare qualche domanda ulteriore Abu Daud dice, “Guardarli mi aiuta a liberare la testa”. Poi si chiude nuovamente nel suo silenzio, rotto ogni tanto da un sorriso alla vista dei piccoli volatili. Ripenso alle poche parole che mi ha detto, “Mi aiuta a liberare la testa”, in sei parole c’è tutto. La guerra, la fuga, la fame, la marginalizzazione, la libertà. Come se il senso di una vita si potesse trovare in un essere volante, indifeso e splendido. Il prendersi cura di qualcuno, come una protezione dalla disumanità.

In uno dei campi profughi più poveri dell’Akkar, in uno dei distretti più frontalieri del Libano, c’è un uomo, la sua famiglia e due canarini.

Torniamo in tenda, ricomincia a piovere,  Lewis Carrol e il suo paese delle meraviglie mi risuona lontano nella testa.

“Alice:

Quanto tempo è per sempre?”

Bianconiglio:

A volte cara, solo per un secondo”.

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