Guerre civili. Una storia attraverso le idee | Recensione di Amedeo Cottino

David Armitage, Guerre civili. Una storia attraverso le idee, Donzelli, Roma 2017, pp. 247, € 27,00

  La guerra civile – si chiede David Armitage – è un fenomeno connaturato alla natura umana? Dobbiamo cioè far fede ai miti, di Caino e Abele nella Bibbia, di Eteocle e Polinice nella cultura greca classica, di  Romolo e Remo in quella latina, per attribuire alla lotta intestina un ruolo fondativo? Malgrado autorevoli opinioni a favore di questa lettura, l’autore intende dimostrare che le guerre civili costituiscono un fenomeno contingente, che «non sono né eterne né inspiegabili». Armitage ritiene inoltre che esse abbiano svolto «una parte importante nel determinare il modo in cui noi pensiamo il mondo. […] Senza le sfide che esse hanno posto, i nostri concetti di democrazia, politica, autorità, rivoluzione, diritto internazionale […] sarebbero molto diversi, perfino più poveri».

Partiamo da una constatazione: la guerra civile costituisce il tipo di violenza interna agli Stati che ha «riempito i cimiteri più di ogni altra forma di conflitto». Soltanto nel periodo che va dal 1945 ad oggi i morti sono stati circa 25 milioni. È un computo basato su una definizione di guerra civile. Qualora se ne adottasse un’ altra, otterremmo sicuramente cifre diverse. Possiamo soltanto prendere atto che ne sono state date definizioni differenti nel corso della storia, essendo consapevoli di non possedere un meta-criterio che ci aiuti a decidere quale, tra le tante, sia la definizione, per così dire, giusta. Onde la costante attenzione alla mutevolezza dei significati attribuiti nel corso dei secoli a questo concetto, alle conseguenze derivanti dall’adozione di una definizione piuttosto che di un’altra e anche alla presenza di altre categorie concettuali alternative, come l’idea di rivoluzione o di terrorismo. E non è difficile dimostrare che l’adozione di una definizione piuttosto di un’altra non è indolore, poiché può essere in ballo il riconoscimento o meno di diritti fondamentali.

Un conto infatti è qualificare un conflitto in corso all’interno di un Stato come una guerra civile tra due fazioni, un altro conto è considerare una delle due formazioni in lotta come un gruppo terroristico. Nel secondo caso, le tutele del diritto internazionale, in particolare del diritto internazionale umanitario, vengono meno, e tutto un ventaglio di violenze si sottrae a qualsiasi giurisdizione. Pensiamo all’impunità delle cosiddette «esecuzioni mirate», vale a dire alla pratica di Israele e degli Stati Uniti dell’uccisione di presunti terroristi. 

Il volume, suddiviso  in tre Parti seguite da una Conclusione e una Postfazione, si apre con la ricostruzione della nozione di guerra civile così come è stata elaborata, per la prima volta, nella tradizione romana antica.  Questo è un punto centrale nella riflessione di Armitage a dimostrazione del fatto che non siamo di fronte a un evento naturale,  bensì al prodotto di una cultura umana che, per la prima volta nella storia, ha percepito un conflitto intestino nei termini appunto di una guerra civile. In tal senso, Armitage parla di un’invenzione, un’invenzione cioè che risale a poco più di duemila anni fa. 

Segue una Seconda Parte, dove lo sguardo si sposta al Seicento e al Settecento dell’Europa e dell’America latina. Secoli nel corso dei quali, a partire dall’idea secentesca dell’ineluttabilità della guerra civile intesa come «un tratto distintivo della civiltà», si sviluppa progressivamente una nuova visione della storia. È il momento in cui le rivoluzioni e non più le guerre civili vengono a «costituire la vicenda centrale non di una congenita lotta, ma della moderna emancipazione». Nella Terza Parte, con l’Ottocento, la nozione di guerra civile si trasforma per acquistare un nuovo significato: ora si sente il bisogno di un quadro teorico, soprattutto giuridico, al fine di limitarla. In buona sostanza, allo scopo di civilizzarla. E a questo compito cercano di provvedere (senza però mai giungere a un accordo sul significato del termine e soprattutto sulla differenza tra guerra civile e guerra tra Stati) i protagonisti a vario titolo della guerra civile americana.  

In sintesi, tre sono le svolte cruciali del significato di guerra civile: una prima, alla  fine del Settecento, quando si fa avanti l’esigenza di distinguerla dalla rivoluzione; una seconda con i vari tentativi di dare una definizione giuridica del termine; e una terza infine, «quando gli studiosi di scienze sociali decisero di definire il fenomeno per predisporre uno strumento di analisi dei conflitti in corso nel mondo». 

Con il Novecento, più che in tutti i secoli precedenti, la variabilità semantica del termine «guerra civile» diventa centrale. Definita ormai come «un conflitto armato che non presenta carattere internazionale», la nozione pone, con crescente insistenza, una questione di fondo e cioè l’applicabilità o meno delle Convenzioni di Ginevra a tutela della popolazione civile e dei membri delle forze armate non più combattenti. Sono appunto le Convenzioni che entrano in vigore nel caso di conflitti internazionali. Purtroppo – lamenta Armitage – «i recenti tentativi miranti a ricondurre la guerra civile all’interno delle regole della civiltà continuano ad essere sconfortanti e lacunosi» e, come ha rilevato il Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia, «non c’è stato un trapianto completo e “meccanico” delle leggi di guerra nei conflitti civili». 

Il quadro attuale della nozione presenta tre caratteristiche della guerra civile: l’essere sottoposta alla giurisdizione delle istituzioni internazionali; la sua ubiquità, nel senso che le guerre civili sono distribuite un po’ ovunque nel mondo; la crescente ampiezza delle comunità nelle quali  si ritiene che la guerra intestina abbia luogo. Si passa dall’idea della «guerra civile europea» a varie concezioni di «guerra civile globale». 

I pregi dello studio di Armitage sono molti, a partire dalla ricchezza della Bibliografia, divisa per fonti primarie e fonti secondarie, per un totale di 30 pagine a testimonianza del grande spessore dell’analisi. Per non parlare del respiro amplissimo di un lavoro che copre quasi due millenni di storia. 

L’aspetto forse più originale del suo contributo è senza dubbio la costante attenzione agli aspetti linguistici del fenomeno «guerra civile», a partire dall’assunto che essi «rivelano molto della maniera con la quale definiamo le nostre comunità, identifichiamo i nostri nemici, incoraggiamo i nostri alleati», perché – aggiunge Armitage – «le parole sono il modo in cui costruiamo il nostro mondo». 

Detto ciò, vorrei avanzare la possibilità di una lettura delle vicende della nozione di guerra civile non necessariamente alternativa ma diversa. Diversa nel senso di dare un’esplicita centralità a un quadro teorico che cogliesse tutte le dinamiche che, nei vari contesti storici, hanno portato ad una definizione «vincente» di guerra civile. Una definizione vincente nel senso di costituire l’esito dello scontro tra le varie forze in campo che, in quel contesto, si sono confrontate per imporre la propria definizione.  Forse un modo per valorizzare ulteriormente il fatto che l’emergere di una definizione piuttosto che di un’altra si gioca su chi, soggetto individuale ma più spesso collettivo (Stato, Organizzazione internazionale, gruppi di pressione e via discorrendo), detiene appunto il Potere di definire.  

Infine un dubbio. È un dato non controverso che la guerra civile l’hanno inventata i romani antichi. Ma hanno inventato la nozione o il «fenomeno»? 

 

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