Scenari di futuro | Enzo Ferrara intervista Luca Mercalli

Tentiamo un bilancio della crisi ambientale usando i più recenti dati sul clima forniti dall’Organizzazione Mondiale per la Meteorologia (WMO) e discutendo la situazione con il meteorologo valsusino Luca Mercalli che, assieme forse solo al geologo Mario Tozzi, è fra i pochi divulgatori scientifici del nostro paese ad affrontare di petto e con continuità sui giornali, in TV (ora su RaiNews24 con le sue “Pillole”) e su Internet gli scomodi temi delle variazioni climatiche, del dissesto idrogeologico e della necessità di abbandono delle fonti di energia fossili, anche raccontando in prima persona l’esperienza della sostenibilità individuale, nel best-seller “Prepariamoci” (Chiarelettere, 2013).  Abbiamo incontrato Luca Mercalli in occasione dell’apertura di un ciclo di incontri dedicati a possibili Scenari di futuro, organizzati a Torino da Convivium Decrescita con numerose associazioni locali.

Clima: i dati del 2017

Mentre l’amministrazione Trump negli USA spinge il negazionismo dell’alterazione climatica ai limiti del surreale forzando il linguaggio e la censura, lo scorso novembre 15mila scienziati hanno pubblicato sulla rivista Bioscience un secondo appello all’umanità, 25 anni dopo il primo, firmato nel 1992 da 1700 studiosi, per la messa in pratica di un modello di società alternativo all’attuale e ambientalmente sostenibile. “All’umanità viene dato ora un secondo avviso – hanno scritto nell’appello – (…) stiamo compromettendo il nostro futuro attraverso la sregolatezza del nostro consumo materiale intenso e geograficamente e demograficamente maldistribuito”. I grafici riportano le variazioni negli ultimi 25 anni dei dati di biodiversità, di desertificazione del suolo e dei mari, di deforestazione, amento di temperatura e aumento di popolazione. 

L’entità sempre più evidente delle variazioni climatiche è attestata dalle rilevazioni di temperatura e gas serra raccolte su scala mondiale dalla WMO nell’ultimo bollettino annuale, pubblicato lo scorso ottobre. In media, sull’intera superficie della Terra, le frazioni molari di biossido di carbonio (CO2), metano (CH4) e ossido di azoto (N2O) hanno raggiunto valori massimi mai osservati prima: la CO2 è arrivata a 403 parti per milione (ppm), il CH4 a 1853 parti per miliardo (ppb) e l’N2O a 329 ppb. Rispettivamente, il 145 %, 257 % e 122 % in più di CO2, CH4 e N2O rispetto all’età preindustriale. 

La crescita della popolazione, la pratiche agricole industriali, l’aumento di uso del suolo e la deforestazione, l’industrializzazione e l’uso associato di combustibili fossili hanno contribuito all’aumento dei gas serra fin dal 1750, data fissata come inizio dell’era industriale. I livelli di CO2 si erano mantenuti entro 280 ppm prima del 1750 e per tutti i cicli di glaciazione e interglaciali. Il 2015 è stato invece il primo di una lunga serie di anni che si protrarranno per generazioni con la concentrazione di CO2, misurata dall’osservatorio di Mauna Loa, nelle Hawaii al centro dell’oceano Pacifico, sopra 400 ppm. L’aumento annuo superiore a 3 ppm di CO2 del 2016 – quinto anno di una serie di aumenti progressiva – è più elevato del precedente record, registrato nel 2013. La contemporanea formazione di El Niño – la corrente calda che si forma ciclicamente nel Pacifico Equatoriale con aumento delle temperature sulla vastissima area tropicale di Sud America, Africa e Indonesia – nel 2015/2016 ha contribuito ad accelerare ulteriormente le emissioni serra attraverso l’interazione fra variazioni climatiche, ondate di calore, siccità e riduzione della capacità di riassorbimento della CO2 per fotosintesi attraverso il ciclo del carbonio.

L’aumento di CH4 è stato nel 2016 di poco inferiore a quello del 2015, ma più grande della media degli ultimi 10 anni; l’aumento di N2O, di poco inferiore a quello del 2015, è l’unico dato al di sotto della crescita media degli ultimi 10 anni. 

L’agenzia USA Nazionale per gli oceani e l’atmosfera (NOAA) nel suo ultimo annuario afferma che fra il 1990 e il 2016, l’intensità di energia radiante intrappolata da gas serra persistenti in atmosfera è aumentata del 40 %, con la CO2 responsabile di circa l’80% dell’incremento. Il tasso di crescita di CO2 negli ultimi 70 anni è stato quasi 1000 volte più elevato di quello registrato al termine dell’ultima era glaciale. Per quanto dicono i rilevamenti, non si sono mai verificati prima nell’atmosfera terrestre cambiamenti di tale entità. Associato a questi livelli di gas serra, l’innalzamento di temperatura osservato dal 1970 ha raggiunto un nuovo livello record, il più alto degli ultimi 800.000 anni. Questo rapido aumento dei livelli di CO2 e degli altri gas a effetto serra ha il potenziale per avviare variazioni imprevedibili nelle dinamiche del sistema climatico terrestre, a causa soprattutto di effetti di amplificazione per retroazione – come quelli dovuti a El Niño – con conseguenze dirompenti sull’ecosistema e sull’economia. 

Gli studi delle calotte polari mostrano che le variazioni di concentrazione della CO2 nelle minuscole bolle di gas intrappolato nei ghiacci non sono mai state così rapide come negli ultimi anni, e che quelle stesse variazioni hanno sempre anticipato importanti cambiamenti del clima. Le ricostruzioni geologiche mostrano che i livelli attuali di CO2 corrispondono a un “equilibrio” climatico osservato l’ultima volta nel medio Pliocene (3–5 milioni di anni fa), con condizioni di temperatura mediamente più elevate di 2–3 °C rispetto a oggi e con i ghiacci della Groenlandia e dell’Antartide parzialmente fusi, con conseguente innalzamento dei mari di 10–20 metri.

Comunicare il cambiamentoincontro con Luca Mercalli 

Enzo. Alla luce degli ultimi dati su clima e ambiente, i tecnici spingono per un modello di sviluppo alternativo e per la messa in atto degli accordi di Parigi. 15mila scienziati hanno firmato un appello avvisandoci che più tempo perdiamo e più disastrose e costose saranno le conseguenze e più drastiche le misure che dovranno essere prese per mantenere le variazioni del clima entro limiti critici.

Luca. Non possiamo aspettarci che le persone scelgano volontariamente di ridurre i consumi e il proprio stile di vita. Possiamo solo proporre loro, in modo appetibile, di cambiare qualche abitudine, di agire in modo un poco più sostenibile. Anche se prima o poi dovranno affrontare la realtà, perché le conseguenze colpiranno anche loro – e sarebbe bene poter scegliere prima a cosa possiamo rinunciare, invece di doverlo fare dopo tagliando con l’accetta. È chiaro che non c’è percezione diffusa di quanto sia grave la situazione. Il problema del riscaldamento climatico è emerso, ma l’impressione è che anch’esso sia “maneggiabile”, come tutti gli altri e ci si comporta come se non esistesse. 25 anni fa abbiamo avvisato che il problema era grave, oggi continuiamo, ma siamo al limite. Forse questa è una delle ultime volte in cui possiamo lanciare questo appello perché non faremo in tempo a farlo una terza volta.

Enzo. Parlando di informazione, è impressionante il numero di inviti che ricevi per seminari e conferenze: dall’elenco dei tuoi appuntamenti e dal numero delle persone che li seguono sembri avere più popolarità di una rockstar.

Luca. È vero. Ricevo un migliaio di richieste di interventi all’anno, ne accetto più di cento e le altre centinaia sono costretto a rifiutarle. Tutti contatti che varrebbe la pena, avendo il tempo, di sviluppare. Se qualcuno volesse riprendere le e-mail che ricevo verificherebbe l’esistenza di un potenziale in Italia di comitati, piccole associazioni, comuni o scuole, anche relativamente libero da etichette ma completamente frammentato, polverizzato e quindi foriero di nessun cambiamento globale. Forse un cambiamento ci sarà, ma di nicchia. In questo modo non si conclude nulla, l’abbiamo visto in 50 anni di ambientalismo. Questo bel potenziale, se fosse aggregato, potrebbe dare luogo a un impegno politico, penso al partito dei verdi, che è collassato ma potrebbe risorgere magari sotto altre forme, con altri nomi e con una esperienza completamente nuova. Mi sembra però che ci troviamo un po’ tutti senza forze, senza questa capacità di aggregazione. Io potrei dare un contributo a questa idea, forse, dal punto di vista della visibilità, ma non ho le forze per poterla realizzare.

Enzo. È certo che ci siano richieste di informazione e volontà di condivisione, però poi la parte di costruzione di un’alternativa, più complicata, rimane irrisolta. Mi chiedo cosa rimanga dopo, a te e a chi ascolta. Immagino anche frustrazione. Qual è la tua opinione su ciò che accade durante e alla fine dei tuoi interventi?

Luca. Durante, ti dirò che vale un grande senso di empatia, perché è frequente negli incontri la consonanza fra questo pubblico e le cose che io dico, direi anzi che è quasi totale. Ci sono ancora in alcuni casi personaggi che intervengono dicendo: “Ma io ho sentito che non è vero, che forse non è così grave”, però sono sempre più marginali. Le persone vengono ad ascoltare perché sono già sensibili e cercano un’interpretazione, una guida, cercano una chiave di lettura per questo futuro così incerto e caotico. Imparano dati nuovi e aggiornati e si rendono conto che ci sono ancora degli spazi di manovra, ma sono spazi ormai stretti e che si vanno chiudendo, perché abbiamo perso molto tempo. Faccio sempre notare che comunque ormai una serie di conseguenze ci sono già. Non è più possibile guarire da questa malattia del clima, è possibile contenerne i sintomi. Se avessimo voluto guarire, avremmo dovuto farlo molti anni fa.

Cosa resta alla fine, è più difficile dirlo, intanto perché io perdo il contatto con questi gruppi. Finita la serata, magari si approfondisce con alcuni che si attardano per una domanda, per cenare insieme, però quello che noto è che quasi mai c’è la ricaduta proattiva. In qualche raro caso, ma è un campione statistico piuttosto piccolo, nel corso degli anni mi arriva il messaggio di chi dice “Sa che dopo quella conferenza ho messo i pannelli solari”, oppure “Ho fatto l’orto, ho cambiato casa. Quella conferenza, oppure quell’articolo, quel libro mi ha cambiato la vita”. Questo me lo sono sentito dire ed è indubbiamente una gigantesca soddisfazione, però va relativizzata. A noi esseri umani basta poco per sentirci soddisfatti. Quando hai davanti a te una sala con centinaia di persone che ti approva, che sono con te, ti sembra di aver salvato il mondo. Non è così. Essendo abituato a giocare con le grandi cifre dell’informazione televisiva, mi rendo conto che i numeri di questa umanissima soddisfazione che abbiamo nel sentirci circondati da persone che ci approvano, sono estremamente al di sotto della soglia necessaria per un cambiamento effettivo. Quando si relativizza l’insieme delle migliaia persone che incontri rispetto ai 61 milioni di abitanti italiani, ci si accorge che sono nulla. Sai che è un bene che ci siano ed è sicuramente importante motivarli. Ti accorgi tuttavia che in molti casi, più che aprire un nuovo orizzonte, stai difendendo la motivazione di quelli che ce l’hanno già. Ma non riesci a prendere nuovi gruppi, non riesci a prendere quella parte di società distratta che è da un’altra parte e che non verrà alla conferenza, non leggerà un articolo, non vedrà un video e non guarderà nemmeno il programma televisivo, ammesso che uno potesse continuare a farlo.

Ecco che allora io vivo almeno due momenti: il momento della soddisfazione, sicuramente, sulla singola iniziativa, ma anche il momento della frustrazione che permane quando ti confronti sul livello in cui avremmo necessità di intervenire. Il livello che io chiamo delle reti unificate di “Radio Londra”, quando senti un annuncio che dice: “Interrompiamo le trasmissioni per una comunicazione di emergenza. 15mila scienziati hanno firmato l’ultimo appello per il clima”. Lo senti dire oggi e domani devi sentirlo di nuovo, esattamente come altri ci dicono che c’è la crescita, che sta ricominciando, che la crescita è arrivata allo 0,1 % o allo 0,2 %. Farei esattamente questo ribaltamento nella comunicazione per attivare un numero di persone sufficiente per fare massa critica.

Enzo. Qual è l’età media delle persone che incontri, ci sono giovani?

Luca. Il dato dei giovani è molto importante. Ce ne sono sempre pochi, non siamo mai al 10 percento dei partecipanti sotto i 30 anni. A parte quando vado nelle scuole, ma in quel caso sono costretti. Quando riesco a parlare con i più giovani, vedo che qualcuno si è convinto da solo della gravità della situazione, vedo che vengono colpiti da questi dati, soprattutto se gli spieghi che saranno loro i bersagli dei guasti ambientali di oggi e quindi la mobilitazione per la loro fascia generazionale è ancora più importante. Anzi, è un loro diritto, oltre che un dovere: se non vogliono rimanere del tutto defraudati domani, devono agitarsi oggi. Quando qualcuno arriva e chiede: “Ma cosa possiamo fare?” io rispondo che oggi, nell’era di Internet, il primo elemento è la discussione, ma tra di loro. “Non è una questione fra me e voi. – dico loro – Io faccio solo da tramite per informare, dopodiché la discussione dovete sbrigarvela fra di voi”. 

Deve esserci un’accensione di interesse autonoma su questi temi, una condivisione. Poi se occorre vengono a cercare le informazioni e gli aiuti, ma non possiamo essere noi cinquantenni a rompere le scatole ai ventenni pontificando su quello che devono fare. Si dovrebbe aprire il dibattito all’interno della loro fascia. Io offro qualche suggerimento su come aprire uno spazio su un social network e spiego che il processo può tranquillamente propagarsi proprio grazie a potenti mezzi di comunicazione che noi non avevamo. Nonostante questo, si è fatto più allora che adesso. L’ambientalismo degli anni ‘80 era immensamente più fecondo, concreto e battagliero di quello che abbiamo oggi. Nonostante le potenzialità enormi dei mezzi di comunicazione di cui disponiamo non mi è mai è arrivata una telefonata o un email, dopo una settimana o un mese, che annunciasse l’avvio di una qualunque nuova iniziativa collettiva. Qualche volta mi sono arrivate delle email ma da individui, qualcuno che mi chiede: “Cosa mi suggerisce di studiare”, oppure il classico consiglio perché “Vorrei lavorare in questo settore”, ma sempre come singoli, mai come gruppo. Il dato finale è che questa massa critica è ancora più difficile da generare nei giovani perché non c’è una risposta collettiva, sono tutte isole. 

Enzo. Torniamo sulla questione delle informazioni. Nimbus è il tuo sito di informazioni sugli eventi climatologici, molto seguito. Quali altri riferimenti consiglieresti per raccogliere informazioni sul clima?

Luca. Il problema è che i miei riferimenti sono tutti in inglese e questo è già un’enorme barriera. Seguo costantemente riviste come Science, Nature, Journal of Climatology, Journal of Atmospheric Research, The Cryosphere, Climate of the Past, Environmental Letters, Proceedings of the National Academy of Science. Poi oggi su internet ci sono dei magnifici servizi di alert, per cui se inserisci una parola-chiave regolarmente ti avvisano quando esce una notizia interessante. Questo è il lavoro che può fare un professionista, e già richiede ore e ore per leggere almeno i riassunti. Poi semmai il mio mestiere è quello di distillare le cinque o sei informazioni fondamentali della settimana, che poi diventeranno un commento su un articolo di giornale o un pezzetto per la TV. Quello che faccio esattamente è prendere quella informazione importante che finirebbe in un cassetto perché non se la fila nessuno e anche perché è in inglese e cerco di farla emergere, ma raramente succede. 

Le mie rubriche su La Stampa sono due alla settimana: quasi 100 articoli all’anno da più di nove anni. Sono quasi 1000 articoli nei quali ho elencato tutte le cose importanti che sono capitate in questi anni sul clima. Ogni tanto La Stampa mi chiede anche l’editoriale che va in prima pagina, ma ormai io mi sono persuaso che non è nemmeno più un problema di informazione. L’informazione c’è, è un po’ difficile da rintracciare, bisogna farsi dei percorsi, ma c’è. Il problema è che poi questa informazione – l’ho verificato molte volte – non ha effetto, se non soltanto su quelli che sono già abituati a leggerla. Anzi, perfino in questi ultimi c’è una componente importante, la motivazione, che rischia di perdersi. Per cui occorre tenere salda quella prima linea di persone sensibili, che altrimenti rischiano di perdersi e frustrarsi. Molti me lo hanno scritto: “Per fortuna che c’è lei che dice queste cose sul giornale, così mi accorgo che non sono completamente solo a pensare una cosa che non sta né in cielo né in terra”. Perché molte di queste persone intorno non hanno un contesto fecondo per discutere di queste cose. Alcuni mi hanno detto: “Io non ne parlo più. Le do regione. In casa mia cerco di fare ciò che è giusto, ma non ne parlo più perché se ne parlo al bar, sul tram o addirittura in famiglia vengo isolato, vengo rigettato con un ma non rompere le scatole”.

Enzo. Mi torna in mente La Ginestra di Leopardi che all’inizio cita il Vangelo di Giovanni: “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”.

Luca. C’era una vignetta abbastanza nota quando uscì il documentario di Al Gore nel 2006: ci sono due sale cinematografiche affiancate, in una si proietta “Una scomoda verità”, nell’altra “Una rassicurante bugia”. Dov’è la coda al botteghino? Non vogliamo guardare perché sappiamo che verrebbe alla luce la nostra responsabilità che non può essere messa in discussione. Finché la colpa è di un cattivone esterno, qualcuno te lo tiri dietro. Quando indichi i comportamenti errati, ti abbandonano. 

Ho fatto un pezzetto su RaiNews in cui criticavo lo spreco di cibo basandomi su nuovi dati del governo. Per commentare quei numeri e per dare un simbolo a questo minuto di commento mi sono messo davanti al mio frigorifero aperto. È interessante vedere le critiche che mi sono arrivate perché ho detto che non sopporto di vedere gli avanzi di pizza nel ristorante, soprattutto quando si mangia solo la parte farcita e la crosta, anche se buonissima e non bruciata, viene avanzata. Ho suggerito di mettere accanto al menù una copia di Se questo è un uomo così si capisce bene con Primo Levi cosa è la fame. Le critiche sono state soprattutto su quest’ultimo punto. Moltissima gente che probabilmente fa così con la pizza ha cominciato ad argomentare: “Io ho male ai denti”, “La pizza è troppo grossa, potrebbero farla più piccola” – ma sei tu che la devi chiedere più piccola; il ristorante te la dà standard, tocca a te dire: “Me la faccia più piccola per non sprecarla”, oppure porta a casa quello che non riesci a mangiare. C’era una massa enorme di giustificazioni, alcune anche cattive: “Adesso anche Anna Frank dobbiamo invitare a tavola”. Il transfer finale non potendo più di tanto sfuggire alle considerazioni sullo spreco, è stato una critica al frigorifero aperto: “Ecco Mercalli che tanto ci critica e poi spreca energia pontificando con il frigorifero aperto”. Ho fatto i calcoli: in un minuto di video ho consumato 4 Wattora, come due lampadine intermittenti dell’albero di Natale, per un messaggio che aveva come tema il cibo. Quando parlo di energia, parlo di altro. Avevo bisogno di un simbolo e se fosse stato chiuso il frigorifero come simbolo non sarebbe stato un granché. Così, dato che io parlo anche di risparmio energetico, c’è stato subito il tentativo di contestarmi sull’energia per depotenziare il messaggio che criticava un comportamento legato al cibo. Sono convinto che se non avessi parlato della pizza e dello spreco che fanno moltissimi sarebbe passato il dato neutro: “L’ISPRA dice che sprechiamo due terzi del cibo, ma è un altro che lo spreca, non sono io”.

Enzo. A fine 2017 c’è stata la Conferenza Cop23 sul clima a Bonn, dopo la Cop21 di Parigi nel 2015, e la Cop22 di Marrakech del 2016.

Luca. E semplicemente non se ne è parlato. L’ennesimo esempio di come non ci sia consapevolezza. Anche se si è deciso pochissimo, l’informazione poteva agire esattamente invitando a fare di più, a non accontentarsi di sapere che sono state cambiate le virgole, il comma uno o il comma due, in attesa della prossima Cop24 che sarà in Polonia e quindi si perde un altro anno. Doveva essere un’occasione perché tutti i media ribadissero la richiesta di risultati più tangibili e più rapidi ed efficaci. D’altra parte i risultati di questi accordi sono tasse sull’energia fossile e incentivi per il risparmio energetico e le energie rinnovabili e mai la gente chiederà che si prendano provvedimenti restrittivi sui loro consumi abituali. 

Non c’è traccia di quanto potrebbe essere importante l’accordo di Parigi se davvero si applicassero le misure economiche previste. C’è tutto un lavoro di informazione ancora da fare anche sulla questione della Governance mondiale del clima. Penso all’India, per esempio, che non ne vuole sapere di aderire a nessun accordo eppure ha territori fra i più sensibili alle variazioni climatiche e molti di questi dovranno essere abbandonati. È un problema appassionante, da giuristi e anche da sociologi, che unisce scienze umane e scienze naturali perché questi temi chiamano in campo tutti i saperi.

Enzo. Il problema del clima travalica la scienza che ci può aiutare a scegliere quali strade seguire, però non può aiutarci a condividere democraticamente responsabilità, rischi, costi e benefici che ne conseguono. 

Luca. Questo vale per tutti i problemi dell’umanità. Il mondo complesso è pervaso da scelte che dipendono dalla conoscenza scientifica. Dal suo non uso, dal suo uso sbagliato, dalla sua non conoscenza, dal suo abuso, c’è dentro di tutto. Guardiamo il caso del glifosato, erbicida per cui ci sono parecchi indizi di cancerogenicità. Alcuni paesi dell’Unione Europea hanno assunto una posizione prudenziale, ma altri hanno votato contro ed è passato il fatto che per altri cinque anni ne verrà mantenuto l’uso come diserbante. Questo è un problema politico, che si innesta sull’incertezza. Se potessimo dimostrare che ci si ammala al cento per cento, l’avrebbero vietato. Invece l’incidenza della malattia è un fatto non solo probabilistico ma che si confonde con mille altre fonti di inquinamento, è difficile attribuirla a un’unica causa, per cui rimane tutto invariato. Questo vale per altre decine di sostanze, l’incertezza lascia spazio aperto alla discrezionalità politica che non fa certo uso del principio di precauzione. Tanto il clima quanto tutti gli altri problemi ambientali connessi sono figli di questa condizione di parzialità. Ecco perché tutti i saperi oggi devono partecipare alla sfida. Le scienze dure servono per elaborare i canoni di percezione della verità – chiamiamola così – o almeno di avvicinamento alla verità. Visto che non c’è la verità assoluta mi ci avvicino con un ragionamento oggettivo, e il metodo scientifico è quello che ci va più vicino. Dopo aver diffuso i risultati, per arrivare davvero ai cittadini, prima ancora di arrivare alla politica, serve però il contributo di altre discipline come la filosofia, la sociologia, la psicologia sociale, l’antropologia, che sono assenti di questo dibattito, diciamolo pure. Qui ne parliamo faccia a faccia per quei pochi che se ne occupano, ma fuori di qui non arriva niente. La filosofia è completamente assente su questo gigantesco problema, è ancora lì a spaccare il capello sul pensiero di Heidegger e Kant. Non c’è nessuno che entri a piè pari nel contesto della crisi ambientale. L’unico è stato Papa Francesco che ha lanciato una nuova filosofia con l’enciclica Laudato si, scritta fra l’altro come si mangia, non con paroloni gergali. C’è un messaggio chiaro “Se inquini rovini la vita ai tuoi figli; se danneggi l’ambiente crei povertà; fai piuttosto la raccolta differenziata”. È l’unico documento di etica che parte dalla scienza e ci dice quello che dovremmo fare tutti. 

Le scienze umane dovrebbero attingere delle scienze dure per avere metodo, altrimenti vale tutto. Da lì stabiliamo come si fa a comunicare e come si fa a decidere. La decisione poi la prendono i politici che spesso non hanno una formazione scientifica, più spesso ce l’hanno umanistica. Oppure non ce l’hanno del tutto in niente, ma va benissimo perché un buon psicologo sociale sa come comunicare a target diversi compresi i politici. Però questa parte ancora non c’è. Anche l’arte sostanzialmente è assente. C’è qualche piccolo nucleo ma non è certamente l’arte pervasiva. Manca tutto il contributo delle scienze umane per la percezione della gravità e dell’urgenza della situazione. Magari non hanno bacchette magiche per risolvere, però darebbero molta più autorevolezza a chi affronta il problema se ne parlassero anche nei loro ambiti disciplinari. Per non parlare degli economisti: qui si apre la cortina di ferro. Gli economisti sanno qual è la situazione ma non vogliono modificare lo sguardo tradizionale salvo quei pochi “dissidenti” che conosciamo e che rimangono marginalizzati.

Enzo. Quando conducevi sulla Rai Scala Mercalli il critico Aldo Grasso ti ha accusato di gufismo e di sadismo con un editoriale sul Corriere della Sera in cui ha scritto che provi piacere a far sentire le persone colpevoli, instillando sensi di colpa nella collettività.

Luca. Dire che una persona è sadica è una grave accusa di psicopatologia. Grasso però ha usato il condizionale, ha scritto che a lui sembra che io sia sadico. Così non sono riuscito a fargli causa per diffamazione…

Enzo. Un consumatore deve essere non infelice, ma insoddisfatto in modo da compensare consumando di più. Soprattutto non va colpevolizzato, perché altrimenti si blocca la propensione all’acquisto. Io penso che sia da leggere più in questo senso l’editoriale di Grasso che sembra non aver compreso la gravità della crisi né che si può fare economia spostando i consumi.

Luca. Almeno in una prima fase, si può fare così. Si può restare nell’economia capitalista cambiando i termini, invece di comprare grossi SUV si possono comprare grossi pannelli solari. Nei flussi di capitale sostanzialmente cambia poco, togli i soldi ai produttori di SUV e di petrolio e li dai ai costruttori di pannelli fotovoltaici. Questo però deve essere solo un transiente, con la consapevolezza che anche questo non potrà funzionare a lungo, perché alla natura non interessa che tu abbia usato un chilo di ghisa per fare un motore diesel o una turbina idroelettrica, è sempre un prelievo di risorse e una restituzione di scorie. Prima o poi devi uscire da questo circolo, anche se lo intendi modo virtuoso. La prima fase serve per spostare i consumi dal fossile al rinnovabile, ma se non rinunci al paradigma della crescita cadi nel paradosso di Jevons per cui aumentando l’efficienza di un dispositivo finisce che ne moltiplichi l’uso e sei al punto di prima. Il tempo guadagnato con il cambiamento dei consumi dovrebbe essere usato per elaborare un nuovo modello economico stazionario che ancora non c’è, ma se non se ne parla non lo elabora nessuno. 

Questo è quello che a me sorprende, dopo la crisi del 2008 in molti abbiamo pensato che c’era l’occasione per riflettere sul fatto che questo tipo di economia non funziona. Era in effetti un momento buono, eppure dieci anni di crisi non hanno scalfito di nulla la fiducia che tutto sarebbe dovuto ripartire esattamente come prima. Al limite ora c’è una piccola pennellata di greenwashing, ma non cambia la sostanza. Se si guarda ai flussi di materia ed energia, continuano a entrare milioni di tonnellate di minerali, petrolio, carbone, legno, biomasse ed escono tonnellate di CO2, rifiuti e plastica. In mezzo ciò che facciamo è rimestare le carte, questi flussi sono in aumento nonostante l’assenza di crescita economica nei paesi a mercati saturi, anche perché poi aumenta la popolazione nei paesi più poveri e pure su questo non c’è verso di aprire un dibattito sereno. Resta il conflitto tra catastrofismo e ottimismo che diventa un problema se ci si continua a rifugiare dietro il fatto che se porti messaggi troppo duri crei spavento o c’è una rimozione. Le esperienze del passato ci dicono che non abbiamo raggiunto l’obiettivo con i messaggi catastrofisti ma neanche con quelli riduttivi, ottimistici. Perché se dai un messaggio ottimistico l’impressione è che si sia risolto il problema, per cui possono continuare a occuparsene quelli che ci stanno già lavorando. Invece i dati sono negativi, tanto che la comunità scientifica è sempre più preoccupata. Anzi vedo aprirsi una asimmetria che prima non c’era. Prima anche gli scienziati erano cauti, adesso non lo sono più. L’appello dei 15mila è un appello duro, severo e di grandissima preoccupazione sul fatto che non ci sia più tempo. 

Invece la richiesta che alla fine arriva dalla società è di dare più buone notizie. Io penso che si può certamente dire che ci sono anche buone notizie, c’è la buona pratica, il buon esempio locale e isolato, ma bisogna anche ribadire che non è ancora applicata alla massa, per cui la si deve fare tutti. È fuorviante scrivere che hanno inventato una nuova tecnologia, come la geo-ingegneria, che potrà risolvere i problemi climatici – sono d’accordo sullo studiare nuove opportunità della bioingegneria, ma al momento applicare tecniche immature o fantasiose comporterebbe più danni che vantaggi – perché se passa il messaggio che gli scienziati stanno studiando come diminuire la temperatura allora da domani ognuno può continuare a fare le sue cose, come faceva sempre. Ieri a Genova una studentessa mi ha detto: “Ma tanto potremo andare su altri pianeti, hanno già detto che c’è l’acqua”.

Ciò che si può fare con la comunicazione intanto è non risparmiare la verità dura dei fatti e con tutti i numeri davanti dire che la situazione grave, poi si può anche dire che non tutto è perduto, c’è uno spazio di manovra che riguarda anche gli individui e ognuno può fare qualcosa e soprattutto può farlo per rendere la vita meno difficile ai nostri figli e ai nostri nipoti. Questo è il compito della comunicazione. 

Enzo. Chi si occupa di economia solidale dice che la società consumista si comporta come se il tempo per rimediare fosse infinito; prevale l’ipotesi per cui le buone pratiche “pian piano” porteranno al cambiamento. Luca. Io credo che ci siano due piani di intervento possibile: da un lato l’informazione e anche l’allarme, ma questi una volta che abbiano raggiunto il loro obiettivo faticano poi a radicare per mancanza di relazioni, perché il sistema tira da tutt’altra parte. Per questo dall’altro lato occorrono anche reti di relazioni, consistenti e di ritorno, in cui le persone si rincontrano e si rivedono. Io credo che dovremmo fare uno sforzo, porre questo scenario di nuove relazioni come la matrice su cui far convergere le prassi di cambiamento. Proprio perché le crisi si tengono, occorre far incontrare i diversi progetti. Penso ai migranti. Qui a Torino ci sono reti piuttosto solide, mobilitazioni auto-organizzate anche di giovani sulle questioni dei richiedenti asilo, però la correlazione con il tema dell’ambiente li sfiora, non entra nei loro occhi come entrano altre cose. Anche perché questo tema è complesso, non è visualizzabile, va narrato con approfondimenti. Mentre l’immagine dei migranti con il gommone nel mezzo del Mediterraneo costituisce una visualizzazione molto più diretta, visualizzare la CO2 – che è trasparente – è più difficile, devi credere a un grafico e qualcuno non è nemmeno capace di leggerlo un diagramma cartesiano.

Enzo. Le persone devono stare dentro le questioni, capirle, ragionarle, vederle per trovare le motivazioni del cambiamento. Può dipendere dal piacere dell’agire insieme, dal ritrovare relazioni sensate in una società insensata come la nostra e relazione vere.

Luca. Occorre trovare soddisfazioni nel cambiamento e queste possono nascere certamente dal voler stare insieme o perché eticamente si sente che è giusto farlo, oppure dal piacere dell’autosufficienza. Queste sono ragioni spendibili e molto motivanti. Prendiamo il caso dei pannelli solari, la soddisfazione personale conta molto. Ogni volta che fai la doccia con l’acqua scaldata dal sole hai un piacere interiore che va oltre la convenienza economica. Ma sono tecnologie che non si realizzano con facilità, occorrono lavori un po’ complicati anche burocraticamente da fare nelle proprie case e che ti obbligano a un investimento iniziale. Ecco che questo insieme di piccoli ostacoli diventa il deterrente che ti allontana dall’idea, mentre comprare un nuovo telefonino o un nuovo abito è più facile e allora ti prendi la soddisfazione del consumo. Inoltre il pannello solare non è riconosciuto come status symbol, il telefonino sì. Aver messo i pannelli solari è difficile comunicarlo al bar, mentre l’auto nuova ce l’hai parcheggiata fuori.

Penso a quanto sia complicato mettere tutti d’accordo per sistemare i pannelli solari in un condominio. La realtà dei condomini – che è un altro sottoinsieme di enorme potenzialità – mostra l’incapacità di cooperare, perché permetterebbe di fare cose ancora migliori. Gli incentivi per i lavori di ristrutturazione del condominio sono addirittura superiori a quelli delle case singole. Per dare un ulteriore segnale il governo offre il 75 % di sgravio fiscale. È tanto il 75 %, ma siccome si è tutti isolati e spesso in conflitto, questo rimane un potenziale inespresso. Il risparmio degli incentivi non viene riconosciuto come un valore. Me lo scrivono in tanti, chi propone di fare interventi di ristrutturazione energetica nei condomini viene mortificato, frustrato anche da personaggi che non dovrebbero avere un peso importante. Spesso sono le persone più impreparate che si oppongono, oppure anziani che temono di non poter sfruttare l’incentivo per intero. Bisognerebbe pensare di più ai figli ai nipoti. Ci sono 40 milioni di case di italiani dove non si fanno interventi che porterebbero a minori consumi e a un risparmio, pur potendo decidere in piena autonomia. 

Non voglio dare ricette, è così complesso lo scenario che abbiamo bisogno di parlare, prima di tutto. Abbiamo bisogno di anni di dibattiti sui mezzi di informazione e nelle singole attività disciplinari. Ognuno deve dire cosa intende fare. Se un’idea ha qualcosa di buono e si unisce con un’altra, forse tra qualche anno avremo elaborato un modello plausibile. Questo però non avviene, c’è un muro di gomma. Si va avanti così e la crescita resta come unica ricetta possibile, un po’ dipinta di verde. I pochi germi alternativi, che andrebbero esplorati perché non sono perfetti, non funzionano sempre – l’abbiamo detto molte volte per esempio che l’idea della decrescita è una provocazione – vanno considerati punti di partenza per riflettere e costruire. Se non usi le teste, se non usi il potenziale intellettuale umano per lavorare su un problema, è come se il problema non esistesse, così tutte le energie restano concentrate solo su come tenere in piedi il cadavere della crescita.

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