La sposa e il vestito azzurro | Alessandro Ciquera

Ahed Homsi era un generale dell’esercito arabo siriano, vent’anni di servizio. Gli ultimi anni della sua carriera ha insegnato alla scuola alti ufficiali, a studenti che avrebbero composto in futuro i quadri delle forze armate, tra i suoi allievi spiccava un giovane particolare, divenuto in seguito presidente della Siria.
“Oramai non conto più niente nella nuova Siria, il mio stesso figlio è scomparso durante il conflitto, e non ne so più niente da anni”.
Ahed ci accoglie nella sua piccola casa nella valle della Bekaa, a qualche chilometro dalla frontiera. Vive al secondo piano di un edificio pieno di infiltrazioni d’acqua, sulle scale è un pullulare di bambini di età varia che osservano gli avventori con occhi curiosi.
“Marhaba, Ahlen”.
Mi chiedo come possa essere per un uomo che è stato tanto importante nel suo paese cadere in disgrazia così, uno dei suoi figli ci saluta con lo sguardo sfuggente, zoppica, e noto che gli manca una parte di gamba.
“Un razzo ha colpito casa nostra nella campagna di Homs, a qusayr, sono rimasto ferito così”.
La sua condizione di mutilato non gli impedisce di muoversi agevolmente, come chi è abituato a una condizione di disabilità, un modo per resistere all’ inevitabile.
Il vecchio generale ha gli occhi dolci, ci faccio caso subito e in qualche modo ne rimango colpito, ha un non so che di familiare. Mi ricorda qualcuno nascosto tra le pieghe della memoria.
Fuma una sigaretta dietro l’altra e ci offre il caffè, e, anche se sarà il terzo della giornata, lo accettiamo. Intuisco che dovrò preparare il mio corpo a svariate tazzine.
Parla fluentemente e con un vago accento dialettale, potrebbe essere uno qualsiasi dei nostri nonni, mentre ricorda gli anni della guerra.
Improvvisamente si gira verso di noi e inizia a raccontare qualcosa, intuisco qualche parola, vedendo il mio interesse si ferma e ricomincia, scandendo le frasi piano piano, come un respiro cadenzato.
“C’era in un villaggio una coppia di fidanzati molto povera, lui era un contadino, lavorava la terra con il sudore della fronte.
La moglie vide in una vetrina di un negozio un bellissimo vestito da matrimonio azzurro e se ne invaghì. Il costo di tale vestito tuttavia era troppo alto, superava di diversi zeri la spesa che loro avrebbero potuto permettersi. La ragazza pianse per questo, ma siccome il loro amore era forte e radicato dentro il loro cuore si sposarono comunque in semplicità, circondati da parenti e amici.
Crebbero ed ebbero figli e figlie: alcuni di loro, dopo avere frequentato importanti università, trovarono lavoro e iniziarono a guadagnare molto. In breve la loro condizione cambiò e poterono permettersi un’automobile e una casa più spaziosa. Passarono gli anni, e i capelli dei due genitori iniziarono a farsi bianchi, la pelle più ruvida e gli occhi più stanchi, la vita gli stava passando davanti.
Un giorno il marito morì e la donna rimase sola. Uno dei suoi figli, di ritorno da un viaggio, vide in un negozio un vestito azzurro, uguale a quello che aveva fatto palpitare di emozioni sua madre tanti anni prima della loro nascita. Costava molto, ma grazie ai suoi guadagni riuscì comunque ad acquistarlo e a portarlo all’anziana mamma.
La donna alla vista dell’abito si commosse, e, finalmente dopo tanti sacrifici, lo indossò. Nonostante l’età le stava splendido, e il suo sorriso illuminava la stanza.”
Ahed si ferma nella sua narrazione, e i suoi occhi si fanno nostalgici, credo di scorgere qualche lacrima dietro lo sguardo perso nei ricordi. Cerco di comprendere dove vuole portarmi con le sue parole. D’un tratto torna a guardarci e mi chiede:
“Pensi che la nostra Siria un giorno sarà così? Credi che dopo tanti anni di  sofferenze arriverà qualcuno, che ce la regalerà come un bellissimo vestito azzurro?”.
La domanda in parte mi sorprende e mi tocca nel profondo.
Collego diversi puntini, e capisco cosa avevano voluto comunicarmi tante persone con la loro esistenza.
“È come”, mi dico tra me e me, “La differenza tra scendere nell’arena a testa alta o con lo sguardo rassegnato”.
Qualcuno direbbe che in fondo non c’è differenza, ma Ahed lo sa, lo sanno i tanti profughi che incontriamo, lo sanno i libanesi locali che si impegnano nella solidarietà, lo sanno quegli europei che non si rassegnano all’apatia: che c’è tutta la differenza del mondo.
Sulle scale fuori i ragazzini continuano a giocare, la stanza in ombra sembra non essersi mossa.
Torno a guardare Ahed e i suoi occhi profondi, e gli comunico quello che penso:
“Saranno i vostri figli e nipoti, a portarvi il vestito azzurro, loro ricostruiranno la casa che è andata perduta”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *