Sono solo canzonette (?) | Cinzia Picchioni

 

Sulla scia del famoso concept album (uffa! Sì, significa solo che è un disco che racconta una storia, e i brani sono collegati tra loro) di Edoardo Bennato (nel 1980!) e ormai diventato un modo di dire: Sono solo canzonette appunto, mi pongo e pongo a chi legge la domanda, a proposito dell’ultimo Festival di Sanremo.

“Ascolta… ascolta”

Ricordo queste parole di mia mamma, quando guardavamo il Festival, in religioso silenzio. E per lei era un appuntamento imperdibile. I miei genitori amavano cantare e a casa nostra la radio era sempre accesa. Guardare la televisione, di sera, era poi un vero e proprio rito, da consumarsi in modo serio, con tisana e dolcetti scovati da mia mamma nella drogheria sotto casa, e spesso innovativi.

Così non trovo nulla di strano – né mi vergogno di voler guardare il Festival. Né divento snob come molti che, dopo aver  dichiarato di non guardarlo assolutamente, lo rivedono – oggi che si può – su RAI Play (o “scoprono” – settimane o mesi dopo – e apprezzano canzoni e artisti nel web, ignorando che provengono proprio dalla storica rassegna). Faccio anzi parte degli affezionati alla gara canora più famosa del mondo. Quelli che organizzano cene con gli amici per guardare le serate, commentare vestiti, trucco e capelli, riderci su, spettegolare…

Nella mia famiglia Sanremo (e la musica italiana in generale) era un must. Ho bellissimi ricordi delle serate a cui assistevo in compagnia di mia madre, che la mattina dopo si recava alla “latteria” per prendere il caffè con le amiche e commentare il festival.

Quando c’è Sanremo mi piace stare a casa e vederlo, perché non è la stessa cosa vederlo successivamente nel web: non c’è l’emozione “della diretta”: sapere che ciò che vedi si sta svolgendo proprio in quel momento. Se non è in diretta è un programma musicale come un altro. Questo è il mio parere.

E quest’anno sono stata particolarmente contenta di aver continuato io la tradizione di famiglia.

Linguaggio sintetico

Semplice, diretto, “fresco”, breve, facilmente ricordabile. Così è il linguaggio delle canzoni (vogliamo parlare di Imagine? Quella non è una canzone? E che valore ha avuto e ha? O Bob Dylan? Solo per citare alcuni cantanti le cui parole sono diventate Storia). Be’, ci sono anche canzoni italiane che non trattano di “sole-cuore-amore”, ma parlano il linguaggio della nonviolenza, parlano il linguaggio di chi ritiene che le guerre siano “inutili”.

È il caso della canzone vincitrice del Festival di Sanremo 2018.

Ascolto sempre con grande attenzione le parole delle canzoni italiane, e il Festival di Sanremo è per me un buon punto di vista sulla società e su quello che stiamo vivendo. In più le canzoni hanno la capacità di racchiudere in poche parole concetti che spesso sono invece trattati con fiumi di parole (che tra l’altro è il titolo della canzone che vinse il Festival nel 1997), spesso noiose, spesso troppo “colte” per essere “còlte” dai non addetti ai lavori.

La canzone vincitrice già dagli interpreti accenna all’integrazione: Ermal Meta, di origine albanese, ha cantato con Fabrizio Moro, italiano con un passato di dipendenze. I due, a parte la bellezza, hanno in comune un passato difficile, che è già emerso in canzoni precedenti, di quando si esibivano singolarmente. Vederli insieme sul palco è stato uno spettacolo. Cantavano – ognuno a suo modo – con il cuore, come si dice.

A parte tutto questo, ho deciso di scrivere queste riflessioni per condividere l’esperienza di scoprire che anche con le canzoni, anche a Sanremo, si può parlare di pace, terrorismo, integrazione, interreligiosità. In poche strofe efficaci.

Interreligiosità?

“C’è chi si fa la croce,
chi prega sui tappeti.
Le chiese e le moschee,
gli Imàm e tutti i preti:
ingressi separati della stessa casa.
Miliardi di persone che sperano in qualcosa”.

Terrorismo

A Il Cairo non lo sanno che ore sono adesso;
il sole sulla Rambla oggi non è lo stesso.
In Francia c’è un concerto,
la gente si diverte,
qualcuno canta forte
qualcuno grida “a morte”.
A Londra piove sempre, ma oggi non fa male;
il cielo non fa sconti neanche a un funerale.
A Nizza il mare è rosso di fuochi e di vergogna,
di gente sull’asfalto e sangue nella fogna.

Marce antimilitariste

Minuti di silenzio spezzati da una voce:
“Non mi avete fatto niente!
Non mi avete fatto niente,
non mi avete tolto niente!
Questa è la mia vita che va avanti
oltre tutto, oltre la gente.
Non mi avete fatto niente,
non avete avuto niente,
perché tutto va oltre le vostre inutili guerre.

Vittorio Arrigoni e la pace

Scambiamoci la pelle,
in fondo siamo umani.
Perché la nostra vita non è un punto di vista
e non esiste bomba pacifista.

Inter-essere 

E questo corpo enorme che noi chiamiamo Terra,
ferito nei suoi organi dall’Asia all’Inghilterra…

Paura?

Ma contro ogni terrore che ostacola il cammino,
il mondo si rialza
col sorriso di un bambino
col sorriso di un bambino
col sorriso di un bambino
“Non mi avete fatto niente.
Non avete avuto niente.
Perché tutto va oltre le vostre inutili guerre.
Non mi avete fatto niente
Le vostre inutili guerre
Non mi avete tolto niente
Le vostre inutili guerre
Non mi avete fatto niente
Le vostre inutili guerre
Non avete avuto niente
Le vostre inutili guerre

“Le vostre inutili guerre” è ripetuto 5 volte. La parola “guerre” e l’aggettivo “inutili” insieme? Abbiamo letto bene? Non si farebbe presto ad assumere questo modo di dire come uno slogan? Dopo aver sentito per anni “guerra giusta”, “esportare la pace” (con le armi), “insegnare la democrazia” (con le armi), “guerra santa”. Basta! Propongo un neologismo: guerrinutile, così non ci si sbaglia più, e non si rischia di associare alla parola “guerra” un aggettivo sbagliato e impossibile. Appunto come nella canzone: non esiste bomba pacifista.

Se non avete avuto la fortuna di vedere in diretta la canzone a Sanremo, cercate nel web il video dell’esibizione (eventualmente anche quella con Simone Cristicchi, altro “cantante” che non fa “solo canzonette”). Perché le parole non bastano, in questo caso.

Qui invece le parole non servono

Mirkoeilcane è il nome del cantante che ha partecipato al Festival di Sanremo come “nuova proposta”. Il brano si intitola Stiamo tutti bene, e vince il Premio della Critica Mia Martini. In questo caso però bisogna proprio vedere le immagini, senza indicazioni, senza sinossi, solo guardare e indovinare di che cosa tratta la “canzonetta”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *