Il liberismo dell’America e altri stili inumani di governance lì e internazionalmente | Richard Falk

Mi scuso per questo lungo intervento, che tenta di situare la lotta per un futuro politico eticamente ed ecologicamente sostenibile per gli Stati Uniti e il mondo nella preoccupazione surriscaldata per Trump e il trumpismo, in sé stesso una distrazione dalle sfide di specie che si confrontano con l’intera umanità al presente. Molti di noi, me compreso, hanno permesso che lo show collaterale diventasse la principale attrazione, motivo di per sé di lotta contro le tenebre avvolgenti.

La psico-politica della depressione geopolitica

Non dovrebbe riguardare interamente Trump, benché la sua elezione nel 2016 a presidente USA sia sintomatica di un minaccioso panico nazionale. Tale deriva politica verso il basso negli Stati Uniti non solo mette a repentaglio gli americani, ma minaccia il mondo di catastrofi multiple, la più preoccupante delle quali coinvolge il doppio abbraccio di Trump al nuclearismo e al negazionismo climatico. Sfortunatamente al presente il ruolo globale USA non può facilmente essere sostituito, sebbene abbia sempre avuto i suoi gravi aspetti problematici da non sentimentalizzare dato che anche i minimi fra loro furono sempre associati con i molti sforzi militari e paramilitari, sovente crudi, di bloccare la marea montante di progressiva assunzione di autonomia nel mondo post-coloniale: prima, come guardiano globale del capitalismo, e poi, come auto-nominati latori di diritti umani e democrazia a beneficio delle masse mondiali non illuminate e sovente incatenate. Altrettanto fastidioso è stato il ruolo di punta americano nell’emergere ed evolversi del nuclearismo e le sue reazioni bipartitiche riluttanti alle sfide ecologiche.

Durante le prime presidenze post-guerra fredda di George H. W. Bush, Bill Clinton e George W. Bush, Washington era intenta a promuovere l’espansione del ‘costituzionalismo basato sul mercato’ come presunto vettore del mondo intero verso un luminoso futuro globale, ma quei piani ebbero penose reazioni controproducenti, specialmente nei terreni sperimentali del Medio Oriente, dove l’intervento produsse né democrazia né ordine, ma anzi diede luogo a disordini, violenza e sofferenze che rovinarono la vita dei popoli della regione. Quelle ‘crociate’ di democratizzazione si attuarono sotto bandiere di ‘ampliamento’ (l’ espansione di forme democratiche di governance a paesi aggiuntivi) e ‘promozione di democrazia’ (indotta da interventi militari di cambiamento dei regimi e da diplomazia coercitiva).

La democrazia come termine d’arte comprendeva l’affermazione di diritti di proprietà e il fondamentalismo di mercato.

Trump sopraggiunge a costruire su questa fase guerriera ereditata di leadership globale trionfalistica, residuo della guerra fredda, drammatizzata dal crollo dell’Unione Sovietica e dal presunto vuoto geopolitico risultantene. Gli Stati Uniti cercarono di riempire tale vuoto, con tanto di arroganza ideologica che rafforzava il loro impudente affidamento alla più potente macchina militare della storia per farsi strada ovunque nel pianeta, privandosi così dell’opportunità di rafforzare il diritto internazionale e l’ONU nonché di eliminare l’armamentario nucleare. In modo apparentemente più benigno, il ruolo di leadership americana rifletteva fortemente anche la sua cultura popolare globalmente avallata nel vestire, nella musica e nel cibo, oltre che apprezzata per il suo incoraggiamento di progetti cooperativi, la sua atmosfera costitutiva di varietà e di moderazione governativa nel nucleo del territorio americano, e le sue concezioni consumistiche della felicità umana.

La diplomazia di Trump volta provocatoriamente le spalle a questo profilo più morbido e garbato (benché mai carente) di leadership americana. Gli Stati Uniti stanno ora diventando un paese che negozia,  intimidisce, fa perfino il prepotente per guadagnare ogni eventuale vantaggio nella sua condotta internazionale, che si tratti di ONU, negoziati commerciali, o in una congerie di rapporti bilaterali e regionali riguardanti il riscaldamento globale e la politica di sicurezza, con quasi ogni contatto internazionale convertito in un’avvilente transazione vincente/perdente. L’antiquato imperversare di Trump con ‘America first’ ha strappato via le precedenti asserzioni di rapporti vincente/vincente dell’”America, leader globale liberale”, più morbide e selettivamente costruttive. Svoltando via da questa precedente marca di ‘internazionalismo librale’ interessato, gli USA vanno perdendo molti fra questi benefici sovente derivanti  dalla cooperazione internazionale e da concezioni win/win dell’arte da statista da 21° secolo, almeno in quanto condotte entro i confini strutturali e ideologici della globalizzazione neoliberista e della gestione geo-politica della sicurezza globale.

Più concretamente, la presidenza di Trump ha finora significato un bilancio militare record, norme blande per l’ingaggio militare, militarismo geopolitico, un’irresponsabile diplomazia regionale coercitiva, una visione regressiva sull’ONU come senza valore eccetto che come sede per dare addosso ai nemici, una valutazione negativa dei trattati multilaterali che promuovano un approccio cooperativo sul cambiamento climatico e sul commercio internazionale, come anche un approccio da falchi all’armamento nucleare che comporta bravate, esibisce l’unilateralismo, e in definitiva, si serve di potere duro e minacce irresponsabili per conseguire obiettivi prima spesso perseguiti dalla leadership globale internazionale liberista. Senza esagerare i benefici e i contributi dell’internazionalismo liberista, attribuiva il dovuto alla scienza e alla razionalità, era disposto ad aiutare ai margini chi soffre di sviluppo economico e sociale lento e ineguale, e si basava sulla cooperazione internazionale mediante il legiferare e l’ONU in quanto fattibile, il che era sempre meno di quanto necessario e desiderabile, ma almeno non con quella visione cinica e materialista del fattibile da creare una condizione di paralisi politica su tematiche urgenti di àmbito globale (per es. cambiamento climatico, nuclearismo, migrazioni).

Il prisma ideologico di Trump,analogo in modo allarmante a quello dei tanti altri leader al mondo recentemente proclivi sempre più a destra. La politica interna di molti stati si è volta a forme chauviniste e grette di nazionalismo autocratico, mentre la cooperazione nell’affrontare sfide globali comuni è quasi scomparsa. Invece di speranza e progresso, la consapevolezza collettiva dell’umanità è infognata nella disperazione e nella negazione, e per di più la dialettica della storia pare assopita, con le élite e addirittura le contro-élite timorose delle utopie, sulla base di una diffusa lettura (sbagliata) dell’esperienza politica del 20° secolo, apparentemente intrappolata in gabbie costruite dal capitalismo predatorio e dal militarismo rapace, progettate per rendere futili visioni di cambiamento adattate alle realtà delle circostanza storiche attuali ed emergenti. Dentro queste scatole capitaliste e militariste non c’è ossigeno per sostenere immaginazioni morali, politiche, e culturali liberatorie. Trump non è solo uno leader sgradevole e pericolosamente subfunzionale dell’attore politico più potente e influente al mondo. È anche una metafora terrificante di un ordine mondiale anacronistico piantato nel fango denso della vacuità mentale allorché si tratti di plasmare risposte trasformative a sfide fondamentali rispetto ai modi in cui è stata organizzata la nostra vita politica, economica, e spirituale nell’era moderna degli stati sovrani territoriali.

Il ‘liberalismo’ d’America sotto osservazione

Nel discorso politico americano il termine ‘liberal’ denota chi sia dedito ai valori umani, sostenga attori della società civile come Human Rights Watch [Osservatorio dei diritti umani] e Planned Parenthood [Genitorialità programmata], speri che la politica estera USA generalmnte si conformi al diritto internazionale e sia tranquillamente rispettosa dell’ONU (e affrontando abilmente il suo presunto pregiudizio anti-Israele), sia rabbiosamente anti-Trump, ma considerasse Sanders un’alternativa irrealistica o indesiderabile a Clinton, e attualmente speri che il candidato presidenziale [alternativo=democratico] per il 2020 verrà scelto fra risorse ben note, navigate, cioè Joe Biden, o se no Corey Booker (senatore dell’Ohio). Questa sorta di pensiero schernisce l’idea di Oprah [Winfrey, ndt] o Michelle Obama come candidate credibili. Tale liberalismo sostiene Israele, pur scontento per l’espansione delle colonie e lo stile di leader di Netanyahu, e continua a credere che l’America occupi un livello moralmente superiore nei rapporti internazionali grazie al suo sostegno ai ‘diritti umani’ (intesi limitatamente a quelli sociali e politici) e il suo costituzionalismo e la propria società relativamente aperta.

Secondo me, una tale concezione di liberalismo può intendersi più correttamente come ‘illiberale’ nella sua essenza nelle attuali circostanze storiche mondiali, almeno nel suo utilizzo americano. L’uso europeo di ‘liberale’ è centrato sull’affermazione di un’economia capitalistica di mercato, preferibile alla sorta di economia a gestione statale attribuita al socialismo, e poco d’altro. In tal senso, gli USA restano genuinamente liberali, ma questa non è la valenza principale del termine nell’uso americano, un termine di obbrobrio in mano ai repubblicani che stigmatizzano gli avversari democratici come ‘liberali’, falsamente combinato con politica ‘di sinistra e addirittura ‘socialismo’. Ricordiamo che George H.W. Bush ricorse allo sbertucciamento del suo avversario democratico, Michael Dukakis, identificandolo con l’American Civil Liberties Union, che egli associava all’essere ‘di sinistra’.

Più di recente, la base di Trump caratterizza la presidenza Obama come ‘sinistrorsa’ e ‘socialista’, cosa imprecisa e che fomenta confusione. Al massimo, le sue politiche in temi d’interesse interno nazionale si potrebbero caratterizzare ‘liberali’ o centriste, senza alcuna critica strutturale al capitalismo o al ruolo imperiale globale americano. ‘Conservatore‘, ‘americano’, ‘nazionalista’, e ‘patriotico’ si affermano come alternative a quanto vi è opposto. Parte di questa tenzone verbale deve fondere ‘liberale’ con ‘di sinistra’ o ‘socialista’, così privando o l’uno o l’altro termine di qualunque tipo di senso utilizzabile.

Queste pratiche di etichettatura ideologica e polemica sono motivo di confusione e comunque sbagliate, pasticciano categorie politiche. Essere genuinamente di sinistra nella politica americana significa badare ai poveri e ai senza tetto, e non preoccupati in primo luogo degli inconvenienti subiti dalle classi medie. Vuol dire essere scettici dell’apparato istituzionale del partito Democratico, e favorire a sfidanti a livello nazionale ‘esterni’ almeno radicali come Bernie Sanders o almeno umani e dilettanteschi come Oprah Winfrey. Sopra tutto vuol dire essere aspri critici di Wall Street per l’interno e della globalizzazione neoliberista in quanto strutturalmente predatoria ed ecologicamente rischiosa. E poi anche anti-militarismo, opposizione ai ‘rapporti speciali’ di Washington con Israele e l’Arabia Saudita, e un rigetto del ruolo dell’America come guardiano supremo dell’ordine globale costituito sulla base del proprio ardimento militare, specificamente della propria ‘dominanza a tutto tondo’ mondiale, navale, spaziale, e paramilitare e segreta dispiegata in modo da proiettare devastanti capacità distruttive per l’intero pianeta.

In effetti, per questa critica, il liberale americano è considerato più precisamente e percepito con adeguata sensibilità come prevalentemente ‘illiberale’. Perché? Perché insistere a nuotare nella corrente centrale quando si tratti di scelte politiche, riluttanti a criticare Wall Street o le disposizioni sul commercio e gli investimenti mondiali, e sopra ogni altra cosa, ridurre i ‘diritti umani’ a diritti civili e politici, senza badare a quelli ‘economici, sociali, e culturali’, equivale ad avallare, almeno tacitamente, uno status quo illegittimo se valutato in base di principi etici ampiamente condivisi.

tale parziale cecità autoindotta permette ai ‘liberali’ di vedere Israele come ‘il solo stato democratico’ nel Medio Oriente o di considerare gli Stati Uniti l’incarnazione della democrazia (con Trump e il trumpismo come deviazione patologica e temporanea) nonostante i milioni impantanati nella povertà estrema e senza tetto, vale a dire trattando i diritti economici, sociali, e culturali come se non esistessero. Questi ‘liberali’ continuano a lamentare offensivamente la mancanza di libertà d’espressione e dissenso in paesi come la Cina, il Vietnam, e la Turchia trascurandone le straordinarie conquiste se si considerano i diritti sociali ed economici, specialmente rispetto all’elevazione di decine di milioni di persone dalla povertà con un’azione deliberata e in breve tempo. In altre parole, occuparsi di bisogni dei poveri è escluso dalla valutazione di rilevanza considerando la pagella sui diritti umani di un paese, il che rende un paese come la Turchia che ha fatto molto per alleviare la povertà massiccia dei suo 30% socialmente più in basso nulla di diverso da un Egitto che ha fatto praticamente nulla in ambito diritti umani. Non si tratta di ignorare i fallimenti nei diritti politici e civili, ma piuttosto di trascurare successo e fallimento allorché si tratti di diritti economici, sociali, e culturali. Si potrebbe anche notare che i benefici pratici delle conquiste nei diritti civili e politici sono a primario vantaggio di non più del 10% della popolazione, mentre i diritti economici, sociali, e culturali, anche nei paesi più ricchi, sono rilevanti per almeno la maggioranza della popolazione, e generalmente anche più. Anche se questo trattamento discriminatorio dei diritti umani dovesse essere superato, e si dovessero comprendere nelle griglie di valutazione le privazioni economiche patite dai poveri, non sarei ugualmente disposto a entrare nelle fila dei liberali americani, almeno non ideologicamente, pur potendo esserci chissà quante opportunità per far causa comune in materia di razza, genere, e di limitazione governativa dei diritti dei cittadini. Il liberalismo è cieco alla struttura quando si tratti di mutamento trasformativi, per un motivo fra i due: la convinzione che il sistema politico americano possa sortire risultati solo operando entro l’ordine costituito oppure la salda credenza che l’ordine costituto nel paese (e nel mondo) sia da preferirsi a qualunque alternativa plausibile. Ciò mi fa venire in mente quella persona che faccia cadere un anello di diamanti nel bel mezzo di una via buia e che poi limiti la sua ricerca a quell’angolo irrilevante dove c’è luce vivida.

Secondo me, non possiamo sperare di affrontare sfide di classe, militarismo e sostenibilità senza un cambiamento strutturale e l’emergere di un umanesimo davvero radicale dedito all’emergere di una civiltà ecologica che evolva in base a un’uguale dignità e titolarità di diritti degli individui e dei gruppi in rigorosamente tutto il mondo. In altre parole, data la situazione storica, l’alternativa a questo tipo di radicalismo planetario è la negazione e la disperazione. Ecco perché non vorrei essere un liberale americano anche se i liberali dovessero smettere i loro attuali modi ‘illiberali’ di vedere e di essere. Al tempo stesso, un tale riaggiustamento del centro d’attenzione nelle prospettive politiche comporta la sostituzione dell’equilibrio di poteri ossia realismo westfalico con qualche versione di ciò che Jerry Brown decenni fa chiamava ‘realismo planetario’.

Però anche i progressisti hanno i propri punti ciechi. Denotare l’ascesa di Trump e del trumpismo come ‘fascismo’ è prematuro, nel migliore dei casi, ed allarmista nel peggiore. Ci sono abbondanti ragioni di lamentarsi del fallimento della leadership per denunciare i suprematisti bianchi o mostrare rispetto per opinioni dissenzienti, ma parificare un tale comportamento con il fascismo non è troppo differente dall’ etichettare la presidenza Obama come ‘socialista’. Ci sono tendenze a destra e a sinistra che, se continuate  e intensificate, potrebbero portare in quelle temute direzioni, ma ci sono molte ragioni per dubitare che quell’estremismo politico sia il vero obiettivo delle varie forze in lizza attualmente per il controllo politico negli Stati Uniti. I due gruppi di preoccupazioni non sono simmetrici. Un futuro socialista per il paese sembra desiderabile, ove fattibile, mentre del fascismo sono indesiderabili già gi attuali barbagli. Ovviamente, questa un’espressione di opinione che riflete l’accettazione di un ethos umanista dell’essere al mondo.

La fine della democrazia americana

C’è un articolo piuttosto presciente nell’attuale edizione di The Atlantic (marzo 2018, pagg.80-87) scritto da Yascha Mounk, con il titolo provocatorio “America is Not a Democracy”. Mounk si basa su recenti indagini empiriche dell’efficacia politica nelle arene politiche per raggiungere risultati ‘shockanti’ se valitati riferendosi ai miti democratici sul governo del, da parte di e per il popolo del paese. Ciò che conta secondo Mounk sono le “élite economiche e i gruppi d’interesse speciali” (pag.82) che sanno ottenere quel che vogliono almeno metà delle volte e fermare quel che non vogliono quasi sempre. Per contrasto, ka gente, compresi gruppi d’interesse pubblico con ampie basi, hanno virtualmente influenza zero sul procedimento decisionale pubblico e quindi sulla sua conclusione, che l’America non è più democratica.

Mounk: ”su una gamma di tematiche, la politica pubblica non riflette le preferenze della maggioranza degli americani. Se invece così fosse, il paese avrebbe un aspetto radicalmente differente: la marijuana sarebbe legale e i contributi alle campagne [elettorali] regolati più severamente; il congedo genitoriale pagato sarebbe legge e le università pubbliche sarebbero gratuite; il salario minimo sarebbe più alto e il controllo sulle armi da fuoco ben più severo; gli aborti sarebbero più accessibili nel primo periodo di gravidanza e illegali nel terzo trimestre”(82). Nel complesso, un tale elenco di temi solleva effettivamente il caso, specialmente se combinate con la mercificazione del procedimento elettorale, che l’America non dovrebbe più essere considerata uno stato democratico anche se ne mantiene i rituali e qualche pratica propria di una vera democrazia — elezioni, libertà di assemblea, libertà d’espressione.

Molti, Mounk compreso, riconoscono che fin dall’inizio l’impresa distintiva americana era di costituire una ‘repubblica’, non una ‘democrazia’. Come tutti sappiamo, i fondatori erano protettivi della schiavitù e proprietari immobiliari, avversi al suffragio femminile, e timorosi delle maggioranze politiche e degli interessi speciali, sviliti a la plebaglia’ e ‘fazionismo’. Eppure poco a poco, con la guerra civile americana come punto di svolta e il New Deal come un altro, la fondazione legittimante del sistema americano mutò la propria identità fondativa, basando sempre più la propria credibilità sulla qualità delle sue credenziali ‘democratiche’. Le riforme si accomunarono al por fine alla schiavitù e successivamente sfidare il razzismo alla ‘Jim Crow’, mediante il sostegno ai diritti civili, dando facoltà di voto alle donne e più di recente dando efficacia giuridica all’uguaglianza e accettando il bisogno di protezione adeguata dalle vessazioni, e avanzando verso una rete di sicurezza per i poverissimi e i vulnerabili, misure intraprese nello spirito di adempimento del mandato democratico.

Quando si tratta di preoccupazioni sociali, economiche e culturali, la leadership USA, impersonata da Trump e rafforzata dal trumpismo del partito repubblicano, la situazione è tanto più fosca e frustrante quella che Rousseau chiamava ‘la volontà generale’. Si sposano e si attuano politiche anti-immigranti e anti-musulmane da parte dell’esecutivo e del congress fino ai limiti esterni di quanto sancito dai tribunali, essi stessi in via di trasformazione per avallare l’agenda dello stato autoritario destrorso. Forse, perfino più rivelatrice è la risoluzione dell’amministrazione per salvare i fondi federali tagliando programmi riguardanti i poverissimi. Il Supplemental Nutrition Assistance Program (SNAP), che presta la necessaria assistenza alimentare a ben 41 milioni di americani, noti popolarmente come ‘marche alimentari’, è illustrativo.

Benché il governo spenda circa 70 miliardi di dollari in SNAP nel 2017, questo era meno del 2% del bilancio federale di 4.000 miliardi di dollari per lo SNAP stesso, eppure l’amministrazione Trump vuole tagliare la copertura di quasi il 30% nel corso del prossimo decennio e ricostituire il programma con modalità lesive dell’autostima e dignità dei destinatari.

Il dato complessivo degli Stati Uniti è aver inflitto la morte a milioni di persone vulnerabili dalla fine della 2^ guerra mondiale, come pure aver sacrificato centinaia di migliaia di american su vari campi di battaglia esteri, compresi i mutilati, i militarizzati verso l’interno e i suicidi nonché quelli mentalmente e fisicamente lesi. E per che cosa? L’esperienza della guerra del Vietnam dovrebbe aver permesso ai programmatori del Pentagono d’imparare dal fallimento e dalla sconfitta che l’intervento militare nel mondo non-occidentale ha perso gran parte della sua efficacia nel mondo post-coloniale. Quest’incapacità di apprendimento americana è esibita dal ripetersi di fallimento e sconfitta, quanto mai evidente in Afghanistan e Iraq, dove le perdite umane sono ingenti e la risultanza strategica ha eroso vieppiù la legittimità americana come leader globale e gestore della sicurezza globale.

In un articolo considerevole, Matthew Stevenson riassume il significato persistente della guerra del Vietnam fin dal 1945: “La guerra del Vietnam e la storia che ne seguì hanno esposto il mito della persistente pretesa USA ad essere l’unica potenza e virtù. In barba al nostro imponente apparato militare, non siamo invincibili. In barba alla nostra vasta ricchezza, abbiamo abissali disuguaglianze. In barba al desiderio da noi professato di pace globale e di diritti umani [adempiuti], dalla 2^ guerra mondiale siamo intervenuti aggressivamente con forza armata ben più che qualunque nazione in terra. In barba alla nostra asserzione di massimo rispetto per la vita umana, abbiamo ucciso, ferito, e sradicato molti milioni di persone, e sacrificato senza necessità molti dei nostri”. [“Why Vietnam Still Matters: an American Reckoning” (Perché il Vietnam importa ancora: una considerazione americana a conti fatti) Counterpunch, 23 febbraio 2018, la prima puntata di un articolo di otto, quanto mai consigliabile].

Verso dove prossimamente?

per chi cerca giustizia, un futuro sperato, una governance umana, e la visione globale di una civiltà ecologica a livello mondiale, nazionale, e locale, è vitale ammettere e riconoscere che stiamo vivendo in un periodo deprecabile della storia umana con nembi minacciosi su ogni orizzonte in vista.

La scena americana è quasi mai stata peggiore. Un presidente che bluffa a proposito di lanciare una guerra nucleare e che sembra mai più a suo agio che intento a fare il prepotente con il suo associato del giorno prima o entusiasmarsi in una filza di tweet bellicosi. E se Trump graziosamente si levasse di torno, ci resterebbe pur sempre Pence, un soprio evangelicale che si farebbe costringere alle dimissioni pur di attuare la scellerata agenda Repubblicana. E se anche Pence ci favorisse con una sparizione, la scena sarebbe sgombra per l’ingresso di Paul Ryan, un tetro architetto di una realtà americana meschinamente ricostituita lungo le linee distopiche della gerarchia e della dominazione descritte da Ayn Rand in Fountainhead [Fonte]. Lì c’è qualcosa che gli angeli hanno paura di calpestare.

Forse nel paese c’è abbastanza vigilanza a che i repubblicani soffrano una sconfitta umiliante nelle elezioni di medio periodo nel 2018. Forse i giovani del paese marceranno e faranno richieste senza stancarsi, insistendo su un partito Democratico cui si possa affidare il futuro della nazione, e non sia obbligato verso Wall Street, il Pentagono, e Israele. Simbolicamente e sostanzialmente ciò significa un rigetto di Joe Biden e Corey Booker come vessilliferi Democratici. Se facce nuove con idee nuove non assumono le redini del potere a Washington, non faremo di meglio che guadagnare una breve tregua da Trump e il trumpish ma l’orologio dell’Apocalisse continuerà a ticchettare!

E anche se avvenisse il miracoloso e la minaccia Repubblicana fosse soppiantata in qualche modo, resteremmo probabilmente con i problemi posti dall’establishment liberale una volta riconfermato al comando della prassi governativa. Non ci sarebbe alcuna energia politica diretta al disarmo nucleare, a trasformare il capitalismo predatorio e creare le condizioni per cui chiunque risieda in questo ricco paese – il più ricco – possa attendersi una vita dove assistenza sanitaria, istruzione, abitazione e cibo siano universalmente disponibili, dove il diritto internazionale davvero guidi la politica estera in questioni di guerra e pace, e dove la sensibilità ecologica sia trattata come l’essenza della sovranità del 21° secolo. Per affrontare gli schemi della migrazione globale, muri e aspra esclusione verrebbero sostituiti dall’attenzione diretta alla rimozione della cause prime per la drastica decisione di sradicamento dall’ambiente noto e di solito profondamente amato per ragioni di famigliarità, memoria, e sacre tradizioni.


25 Feb 2018 – Global Justice in the 21st Century

Titolo originale: America’s ‘Liberalism’ & Other Inhumane Styles of Governance at Home and Internationally
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


 

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