Quali strategie di lettura per un articolo ambiguo? | Elena Camino

 

Tante fonti interessanti

Sono socia del CSSR, e mi fa piacere collaborare offrendo ai lettori della Newsletter traduzioni e sintesi di articoli pubblicati su riviste in lingua inglese, che mi sembrano interessanti da far conoscere. Attingo le mie letture da numerose fonti, che per lo più sono politicamente ‘schierate’ a favore dell’ambiente, della giustizia, della nonviolenza… Qualche nome? Waging nonviolence , Radical Ecological Democracy , Countercurrents , Global witness, Transnational Institute, Transcend

Sul tema specifico del ‘nucleare’ consulto spesso il sito, sempre chiaro e aggiornato, degli Scientists for global Responsibility, SGR, e il Bulletin of atomic scientists. Per avere un’idea più articolata di questo tema, così complesso e controverso, consulto siti più ‘allineati’, come l’ IAEA, International Atomic Energy Agency e la World Nuclear Association, che metto a confronto con i dati forniti da Organismi Non governativi, come l’internazionale Greenpeace o la rete francese “Sortir du nucléaire”.

Nella fase di preparazione di un ciclo di incontri sul tema ‘nucleare’ attualmente in corso al CSSR ho avuto modo di verificare la forte discrepanza non solo tra le posizioni pro – o contro l’opzione nucleare, ma anche tra i dati portati a supporto dell’una o dell’altra opzione. Il caso più evidente è forse quello di Chernobyl: dopo più di trent’anni dall’incidente, le stime sulle conseguenze sanitarie nelle popolazioni colpite vanno da poche centinaia a decine di migliaia di vittime.

In questi giorni sono stata attirata dal titolo di un articolo, pubblicato sul sito del Bulletin of Atomic Scientists, che citava il nome di un peschereccio di cui avevo già sentito parlare: Lucky Dragon.

Un peschereccio ‘sfortunato’

Daigo Fukuryu Maru: questo il nome giapponese di un peschereccio di cui ho appreso la storia durante un Convegno Internazionale, nell’aprile 2017, a Belfast, in occasione della 9° Conferenza Internazionale della Rete dei Musei per la Pace (INMP). Questa Rete mette in relazione musei, centri, giardini per la pace, associazioni e istituzioni che condividono la finalità di coltivare una cultura globale di pace. Tra i relatori a Belfast vi era un gruppetto di giapponesi che presentarono la storia di un piccolo museo nei pressi di Tokyo, dove è stato esposto al pubblico un peschereccio, Lucky Dragon, che il 1° marzo 1954 si trovava nei pressi delle Isole Marshall, nell’Oceano Pacifico. I relatori hanno illustrato con fotografie e dati scientifici la terribile avventura dei 23 pescatori che assistettero, loro malgrado, alla più potente esplosione atomica mai avvenuta fino ad allora, il test nucleare in cui fu fatta esplodere dagli americani una bomba termonucleare, Castle Bravo: così potente che gli effetti immediati interessarono un’area molto maggiore di quella prevista dagli esperti USA, e colpirono il peschereccio, che 9 minuti dopo l’esplosione fu investito da una fitta pioggia di ceneri che ricoprì la tolda, gli uomini e i pesci appena pescati.

In occasione della Conferenza Internazionale i nostri colleghi giapponesi ci raccontarono la storia del recupero dello scafo del peschereccio, che era stato abbandonato, e ci narrarono la storia della costruzione di questo piccolo museo, e dell’importanza di portare i giovani a visitarlo, affinché non si perda la memoria del disastro avvenuto e di quelli che seguirono.

Ci raccontarono anche di alcune iniziative intraprese in memoria del peschereccio e dei suoi uomini: le crociere della pace. In Giappone prima, e poi in tante parti del mondo sono stati organizzati dei viaggi in nave che hanno permesso a tanti giovani (provenienti da paesi diversi) di visitare luoghi che sono stati o sono tuttora sedi di conflitti, per portare messaggi di pace e condividere riflessioni e speranze.

Il peschereccio Lucky Dragon e l’inizio della paura nucleare (How the unlucky Lucky Dragon birthed an era of nuclear fear )

Pubblicato alcuni giorni fa (il 28 febbraio) sul Bulletin of Atomic Scientists , questo articolo di David Ropeik mi ha fatto tornare in mente il Convegno di Belfast, ed ero curiosa di leggere che cosa potesse raccontare di nuovo, dopo così tanti anni dall’esplosione di Castle Bravo…

L’articolo è molto lungo, e rimando i lettori all’originale per apprezzarne i dettagli e la complessità. Qui mi limiterò a offrirne una sintesi, distinguendo una prima parte, descrittiva degli eventi passati; una seconda parte, sulle conseguenze nell’opinione pubblica; una terza parte, sull’inizio dei movimenti ambientalisti, e infine una quarta parte in cui David Ropeik analizza ‘il pericolo dettato dalla paura’. Ed è quest’ultima parte che ha suscitato in me perplessità e sconcerto. Dopo aver avuto la tentazione di abbandonare l’intero articolo, ho deciso di proporlo comunque a lettori e lettrici, e se possibile di aprire un dibattito sul ruolo, i limiti, i rischi e le responsabilità dei giornalisti ‘scientifici’, e sugli strumenti intellettuali e tecnici che i lettori possono utilizzare per trarre da qualunque lettura una visione personale.

(NB. Il testo della traduzione è stampato in carattere più piccolo).

Ed ecco il racconto di David Ropeik.

Prima parte: il piccolo museo, la storia del peschereccio e dell’equipaggio

Il Parco di Yumenoshima in un giorno piovoso di novembre è un posto triste. Si trova su un’isola artificiale formata da rifiuti e discariche lungo uno dei canali di drenaggio che sboccano nella Baia di Tokyo: Koto è un sobborgo della capitale, che non attira molti turisti, diversamente dal mercato del pesce, o da Tokyo Disney. Solo poche persone vengono a visitare la ‘Daigo Fukuryu Maru Exhibition Hall’, un piccolo edificio situato in un angolo del parco.

Lucky Dragon: lo scafo recuperato (a sin) è esposto nel piccolo Museo di cui si vede (a dx) l’ingresso.

Il peschereccio sembra strano, così esposto in un luogo chiuso, appoggiato a un pavimento di cemento. Una scaletta permette di salire a guardare il ponte dell’imbarcazione, e a immaginare quello che successe quel mattino, nel 1954, mentre ondeggiava tra le onde del Pacifico in vicinanza delle Isole Marshall. […] Non era ancora sorta l’alba del 1° marzo e molti pescatori dormivano, dopo la notte trascorsa a pescare tonni. Yoshio Masaki però era sul ponte, e ricorda che all’improvviso l’imbarcazione fu circondata da una luce intensissima, spaventosa. Nove minuti dopo arrivò un rumore fortissimo, come di valanghe che si succedono una dopo l’altra. […] Tutti i pescatori corsero in coperta, qualcuno gridò ‘la bomba’! Erano spaventati: avevano combattuto nella 2° guerra mondiale, sapevano di Hiroshima e Nagasaki. Cercavano con gli occhi la forma a fungo che avevano visto in tante fotografie. Ma ciò di cui erano testimoni era molto più delle bombe precedenti: si trattava dell’esplosione di un ordigno termonucleare, che liberò una potenza due volte superiore a quella prevista: secondo i calcoli il peschereccio, che si trovava a 86 miglia dalla zona del test, era fuori dall’area dichiarata a rischio, e invece fu colpito in pieno dalle conseguenze dell’esplosione.

Gli uomini tornarono al lavoro, ma nel frattempo si formarono in cielo strani anelli di nuvole che si allontanarono dal luogo dell’esplosione. Poco dopo iniziò a scendere una pioggia bianca, accompagnata da un vento che secondo gli esperti avrebbe dovuto soffiare in direzione opposta. La pioggia cadde per 5 ore e ricoprì la barca e gli uomini con una sostanza appiccicosa che rimaneva incollata alle mani, alle facce, penetrava in bocca, veniva respirata… gli uomini cominciarono a stare male e a vomitare. Quella sostanza era fatta dei resti radioattivi dei coralli, inceneriti dall’esplosione, lanciati in aria e ricaduti entro un vasta superficie dell’oceano. Il peschereccio rientrò in porto due settimane dopo: tutti gli uomini avevano mal di testa, gengive sanguinanti, ustioni alla pelle; i capelli cadevano a ciocche.

Seconda parte: operazione Ivy, Godzilla e la nascita dell’ambientalismo

I giornali giapponesi diedero grande attenzione all’incidente, ed entro pochi giorni la notizia arrivò alle riviste internazionali: “Dopo l’esplosione di una bomba A nell’atollo di Bikini i pescatori hanno manifestato i sintomi di una nuova malattia”. Il mondo sapeva già che i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki soffrivano di una malattia associata alle radiazioni emesse dalle bombe al momento dell’esplosione. Ma gli uomini della Lucky Dragon soffrivano di una malattia diversa, provocata dalla pioggia radioattiva: in questo periodo fu coniata la parola che ora è ben conosciuta, il ‘fallout’, la cenere mortale ( shi no hai in giapponese). […]

Pochi giorni dopo il rientro del peschereccio in porto, una città giapponese approvò una risoluzione contro l’uso di bombe atomiche. Entro poche settimane questa decisione fu presa in tutto il Giappone e nel volgere di qualche mese questa iniziativa si diffuse nel mondo. La prima conferenza mondiale “World Conference Against A and H bombs” fu ospitata a Hiroshima: nove anni dopo i bombardamenti della 2° guerra mondiale, fu l’episodio di Lucky Dragon a dare avvio alle proteste e alle richieste di bandire le armi atomiche, che avrebbero caratterizzato gli anni a venire. E a sollevare il velo di segretezza che fino ad allora aveva coperto i test nucleari. I militari USA avevano realizzato un film su un test nucleare eseguito nel 1952, Operation Ivy, ad esclusivo uso interno. Ma dopo l’incidente del peschereccio il film fu reso disponibile al pubblico. […] I sei minuti finali del film terrorizzarono il pubblico: prima negli Stati Uniti, poi in altri paesi il film fu proiettato anche attraverso le reti televisive, rendendo il pubblico consapevole della minaccia mortale che le bombe termonucleari esercitavano alla vita sulla terra. Sorsero anche altre paure: i media riferirono che le nubi radioattive provocate dalle esplosioni nucleari si diffondevano a grandi distanze. I test eseguiti dalle autorità dimostrarono contaminazioni radioattive in pesci pescati entro un raggio di 2.500 Km dal sito dell’esplosione. […] La paura delle radiazioni si diffuse anche nella cultura popolare: Il mostro radioattivo Gojira (ribattezzato Godzilla nei successivi film in occidente), fu creato pochi mesi dopo l’incidente del peschereccio: era un mostro antico riportato alla luce da una terribile esplosione compiuta dagli umani.[…]. Da lì si svilupparono libri, film, cartoni animati che avevano come soggetti dei mostri generati dall’esposizione alle radiazioni. […]

Terza parte. La nascita del moderno ambientalismo

La cenere mortale ha svolto un ruolo importante anche nel creare il movimento ambientalista come lo conosciamo oggi. Il biologo americano Barry Commoner, uno dei fondatori del movimento volto a ridurre l’inquinamento dell’aria e dell’acqua causato dai prodotti chimici industriali, inizialmente si occupò del rischio ambientale globale causato dalla pioggia radioattiva. Nel 1956 Commoner fu uno dei 24 scienziati della Washington University che chiesero il bando dei test nucleari in atmosfera. Collaborò inoltre a uno studio che documentò la presenza di isotopi radioattivi nei denti di migliaia di bambini, in conseguenza di tali test.

Nel 19601 Rachel Carson pubblicò Silent Spring, un libro che costituisce una pietra miliare dell’ambientalismo moderno. La maggior parte delle persone intese il libro come un grido di allarme contro l’uso indiscriminato del DDT e di altri prodotti chimici di sintesi, ma l’autrice fu influenzata anche dalla minaccia globale dovuta al fallout radioattivo. “In questa ormai universale contaminazione dell’ambiente – scrisse la Carson – i prodotti chimici sono i partners sinistri e poco riconosciuti delle radiazioni nel trasformare la vera natura del mondo”. Il problema centrale sollevato nel libro Silent Spring è che le moderne tecnologie prodotte dall’uomo, oltre a tutti i benefici che offrono, possono anche minacciare il mondo naturale. Questa convinzione ha plasmato i comportamenti e gli atteggiamenti del pubblico fino ai giorni nostri.

Quarta parte: il pericolo provocato dalla paura

Sei mesi dopo il rientro del peschereccio morì Aikichi Kuboyama, il radiotelegrafista di bordo. La causa ufficiale fu una malattia del fegato, ma era chiaro che le radiazioni avevano ridotto le sue difese immunitarie. La sua morte divenne un messaggio globale: la radiazione nucleare uccide.

La parola giapponese per dire ‘paura’ è kyoufu. Ironicamente, mentre questo significato è nato con l’incidente alla Lucky Dragon e con la morte del pescatore, un’altra esperienza giapponese – il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki – ha insegnato che la radiazione in nessun luogo è così pericolosa come abbiamo finito per pensarla. Un totale di 86.600 hibakusha sono stati seguiti con regolari esami medici per 71 anni, e messi a confronto con 23.000 Giapponesi che non erano stati esposti a radiazioni. Molte persone (me compreso) sono rimaste molto colpite dalla constatazione che l’aumento complessivo di frequenza di casi di cancro indotti da radiazioni tra i sopravvissuti – decine dei quali avevano ricevuto in un istante elevate dosi di radiazioni emesse direttamente dalle bombe, e successivamente furono esposti a lungo al fallout nell’acqua, nell’aria, nel cibo – è meno dell’1%. “La malattia della bomba atomica” ha ucciso solo 586 di quegli 86.600 sopravvissuti. A dosi inferiori ma ancora significative – dosi di gran lunga superiori a quelle cui fu esposto il pubblico in seguito all’incidente di Chernobyl nel 1986 o di Fukushima nel 2011—la radiazione non ha prodotto cambiamenti nella frequenza di malattia rispetto alla popolazione di controllo. Anche i figli degli hibakusha sono stati seguiti e studiati, e non si sono trovati segni di danno genetico multi-generazionale trasmesso dai loro genitori, anche se nei bambini nati da donne hibakusha che erano incinte al momento del bombardamento sono stati riscontrati casi più numerosi di difetti alla nascita. (Lo studio sui sopravvissuti, che prosegue dopo 70 anni dall’esplosione, è ancora in corso, ed è condotto dalla Radiation Effects Research Foundation a Hiroshima.)

Sulla base di tali conoscenze, conquistate grazie a questo approfondito lavoro, gli esperti possono affermare con tranquillità che il tasso di mortalità nel corso della vita dopo l’incidente di Chernobyl sarà appena del 3 – 4 per cento superiore al tasso della popolazione non colpita, secondo uno studio dell’Organizzaione Mondiale della Sanità pubblicato nel 2006 (World Health Organization study). L’incidente nucleare di Fukushima difficilmente provocherà un aumento di qualunque malattia collegata con livelli di radiazione sopra al normale. Le dosi assorbite dalle persone a Fukushima non erano confrontabili con quelle degli hibakusha che si trovarono vicino all’esplosione nel 1945, ed erano trascurabili rispetto alle intense dosi ricevute dagli uomini del peschereccio Lucky Dragon.

Ma anche se le informazioni fornite dagli esperti sono rassicuranti, la paura delle radiazioni continua ad esserci a Fukushima. Continua a manifestarsi nelle decine di migliaia di persone che furono evacuate per precauzione, quando nessuno sapeva che cosa sarebbe successo, e che adesso non torneranno a casa anche se i livelli di radiazione nella maggior parte delle zone sono abbastanza bassi da consentire un rientro sicuro. Famiglie e intere comunità sono state decimate. I tassi di disoccupazione, alcoolismo, depressione e malattie causate dallo stress sono più elevate rispetto ad altre aree del Giappone. Come è stato tristemente vero per gli hibakusha prima di loro, alcuni bambini che provengono dalla prefettura di Fukushima sono evitati e infastiditi quando viaggiano. E la paura persiste in tutto il Giappone, dove si vendono con difficoltà i prodotti agricoli che provengono dalla zona di Fukushima: questo ricorda le passate paure di contaminazione dei tonni del peschereccio Lucky Dragon, anche se adesso sappiamo che il rischio attuale causato dalle dosi infinitesime intorno a Fukushima è praticamente zero. […]

Infine, la paura (kyoufu) delle radiazioni persiste, in Giappone e altrove, in forma di opposizione all’energia nucleare. L’energia nucleare non produce gas a effetto serra (che contribuiscono al cambiamento climatico); non emette particolato (che fa ammalare o uccide decine di milioni di persone ogni anno). Avendo fermato la sua flotta di centrali nucleari per la paura di radiazioni dopo Fukushima, il Giappone sta adesso bruciando più combustibili fossili e contribuisce a minacciare la salute assai più di quanto farebbero le radiazioni. […] Per la paura delle radiazioni alcuni giapponesi non vogliono permettere alla TEPCO, la compagnia elettrica, di rimettere in funzione il complesso nucleare di Kashiwazaki Kariwa, dove sono stati spesi milioni per migliorare le condizioni di sicurezza. […]

Il fatto che persista una così profonda paura dopo tanto tempo, nonostante la solida evidenza che il rischio non è così elevato come si pensava nel 1954, è forse la lezione più importante di questo piccolo museo, la Daigo Fukuryu Maru Exhibition Hall. Il museo ci aiuta a capire gli eventi e il contesto storico che hanno dato luogo a questa nostra paura delle radiazioni, a realizzare che un sentimento con così profonde radici emotive non viene facilmente superato dalla considerazione oggettiva dei fatti. […]

Fortunatamente il museo offre motivi di ottimismo, e suggerisce che con il tempo potremo superare le vecchie paure. La curatrice del museo, Ichida Mari, mi ha riferito che i visitatori, nei primi tempi dopo Fukushima, erano molto impauriti, ma dopo qualche anno le loro preoccupazioni sono diminuite, con l’aumentare delle conoscenze sulle radiazioni. La conoscenza – basata sulla storia, sulla ricerca scientifica e sull’esperienza – può aiutare le persone, in Giappone e altrove, a superare le paure sulle radiazioni. Ricerche svolte sulla psicologia della percezione dei rischi hanno trovato che emozione e istinto giocano un ruolo esagerato nel plasmare le nostre paure, che resistono al cambiamento. Ma le ricerche hanno anche trovato che la conoscenza e il tempo aiutano il ragionamento oggettivo a prevalere sulle emozioni quando facciamo le nostre scelte ed esprimiamo giudizi sui rischi.

La conoscenza che proviene da questo sconosciuto ma importantissimo piccolo museo, più la conoscenza tratta dallo studio degli hibakusha, più il tempo che è passato dai disastri di Chernobyl e Fukushima, senza un grande lascito di morti da entrambi, possono modificare il modo di pensare della società. In tal modo, il Daigo Fukuryu Maru Exhibition Hall offre ragioni di speranza.

Come orientarsi?

Di fronte a un articolo così contraddittorio, che accetta ed enfatizza, anche emotivamente, i guai passati, ormai innegabili, e smorza, sulla base di una accurata selezione di ‘dati fattuali’ le inquietudini e le controversie presenti, cosa può fare un lettore /lettrice?

Può essere utile cercare di capire chi è l’autore: quale formazione, quali competenze ha; quali posizioni ha assunto in altre circostanze. Ci sono diversi siti che contengono informazioni su David Roipek: da uno di questi (http://bigthink.com/experts/davidropeik) ho tratto le informazioni che qui traduco: è egli stesso a presentarsi. “ Sono un istruttore ad Harvard, un consulente nella percezione e comunicazione del rischio, autore di libri: How Risky Is it, Really? Why Our Fears Don’t Always Match the Facts, and principal co-author of RISK, A Practical Guide for Deciding What’s Really Safe and What’s Really Dangerous in the World Around You. Gestisco un programma dal titolo ‘Migliorare la copertura mediatica del rischio’. Sono stato Direttore di Comunicazione del rischio all’ Harvard Center for Risk Analysis (che fa parte della Harvard School di salute pubblica) per 4 anni. In precedenza sono stato per 22 anni un reporter della TV, specializzato in tematiche ambientali, per una emittente locale di Boston”. Roipek fornisce consulenze a governi, industriali, mondo scientifico (http://www.dropeik.com/dropeik/clients.html). Le sue consulenze – da quanto si intuisce leggendo i suoi contributi accessibili sul web – non si limitano a proporre ai lettori delle modalità riflessive per affrontare i problemi, ma forniscono anche consigli per le scelte da compiere. Significativo in questo senso è un articolo pubblicato nel 2016 sulla rivista Psychology Today: GMO Science Denial: The Danger of Affective Risk Perception. Leggendo questo testo si capisce meglio qual è la strategia di lavoro di questo autore: nelle prime parti dell’articolo, guadagna la fiducia dei lettori dando rilevanza a situazioni passate, facendo riferimento ad autori molto conosciuti in quanto studiosi attenti alle problematiche ambientali. Nella parte finale invece Roipek cambia registro, per selezionare e proporre ai lettori esclusivamente i dati scientifici a favore di una particolare interpretazione dei fatti, e per suggerire che chi non ne accetta l’”evidenza” sia turbato da problemi psicologici, da un eccesso di emotività e da paure che impediscono di vedere la realtà dei fatti.

Fatti ed evidenze nella moderna tecno-scienza

In situazioni complesse, controverse, cariche di valori, in cui sono in gioco enormi interessi economici, un buon giornalista / divulgatore dovrebbe seguire i suggerimenti di due studiosi, Funtowicz e Ravetz, che fin dagli anni ’90 del secolo scorso avevano proposto di affrontare i problemi posti dalla moderna tecno-scienza tenendo in considerazione una pluralità di diverse legittime interpretazioni. Nanni Salio aveva ripreso e articolato in modo chiaro e approfondito questa questione, come spiega in un articolo del 19872. “Se restringessimo le nostre riflessioni anche solo a problemi più strettamente scientifici (ad es.: crescita della CO2 nell’atmosfera e effetto serra; buco dell’ozono nella stratosfera; precipitazioni acide; correlazione ambiente- alimentazione-cancerogenesi; ecc …) vedremmo che la quasi totalità dei problemi di confine di cui si occupa la ricerca scientifica contemporanea sono caratterizzati da una profonda incertezza conoscitiva, dalla presenza di scuole di pensiero che sostengono tesi fortemente contrapposte e da una estrema difficoltà nel fare previsioni rispetto al futuro.[…] Anziché una scienza che si fonda sulla incertezza, sugli errori e su una continua riflessione critica sui propri fondamenti, prevale l’immagine di una scienza-verità dispensatrice di certezze e di fiducia in un radioso futuro: la scienza come moderno sostituto della religione. Da queste osservazioni si possono fare derivare alcuni criteri che dovremmo tenere presenti nel valutare criticamente le informazioni e le argomentazioni nel corso di una controversia:

1) È sempre possibile redigere « rapporti scientifici » con i quali sostenere tesi precostituite.

2) Ad ogni rapporto è sempre possibile far seguire un « contro-rapporto » che smonti le conclusioni raggiunte dal primo. Per fare ciò è sufficiente disporre di risorse e tempo sufficiente.

3) La situazione apparentemente paradossale dei punti 1 e 2 dipende dall’enorme incertezza con la quale sono noti i dati e dalla grande mole dei dati stessi necessari nell’elaborare rapporti e scenari di una qualche complessità. È quindi sempre possibile sovrastimare o sottostimare « ad hoc » i singoli dati in modo da far saltare fuori il risultato che si preferisce.

4) Da una serie apparentemente corretta di passi di ragionamento e di argomentazioni razionali può derivare un risultato non razionale (l’esempio più emblematico è quello della strategia « razionale » che sta alla base dell’attuale corsa agli armamenti).

5) Non esiste nessuna teoria esaustiva dal punto di vista razionale che consenta di scegliere tra teorie scientifiche rivali. Questa è una delle ragioni, tra le altre, che consente agli scienziati di difendere ad oltranza una concezione teorica o un programma di ricerca anche di fronte ad evidenze contrarie.

6) Contrariamente a un’immagine largamente diffusa, non esiste un « metodo scientifico » codificato, ma gli scienziati perseguono con « ogni mezzo » il tentativo di sfidare il sapere consolidato.

Nello stesso articolo Nanni citava le parole di uno studioso, H. Simon, che affermava:

Quando su di un problema si accende una furiosa polemica, quando cioè il problema è circondato da incertezze e da valori in conflitto, allora è molto difficile ottenere un parere tanto competente quanto spassionato e non è più così facile legittimare gli esperti. In tali circostanze riscontriamo sempre che vi sono gli esperti che danno parere positivo e gli esperti che danno parere negativo e quindi non è più possibile risolvere questi problemi semplicemente sottoponendoli ad un particolare gruppo di esperti. Nella migliore delle ipotesi possiamo trasformare la polemica in un procedimento per contradditorio, in cui noi – i « laici » – ascoltiamo quanto gli esperti sostengono ma riservandoci la facoltà di emettere il giudizio finale”.

Un invito a lettrici e lettori

Che fare dopo aver letto il testo completo (per quanto sintetizzato) sul peschereccio Lucky Dragon e l’inizio della paura nucleare? E’ opportuno mantenere grande prudenza, e prendere decisioni reversibili nella scelta delle fonti energetiche (piccole, decentrate, da fonti rinnovabili), oppure riprendere la corsa verso il nucleare, con l’installazione di nuovi modelli di reattori? Che rapporto c’è tra il nucleare civile e quello militare? Nel cercare di farsi un’idea personale, è possibile tener presenti i punti suggeriti da Nanni? Allargare lo sguardo, cercando il parere di altri esperti, che l’autore ha trascurato di citare? Per incoraggiarvi in questa direzione vi fornisco due testi recenti, che contraddicono le affermazioni tranquillizzanti di Roipek:

Buona lettura!

PS. I relatori giapponesi conosciuti a Belfast in occasione della Conferenza della Rete dei Musei per la pace ci offrirono un fascicolo sul museo che ospita il peschereccio. Nelle pagine conclusive si legge “oggi, mezzo secolo dopo l’esplosione della bomba a idrogeno a Bikini, assistiamo a un nuovo avanzamento nella proliferazione nucleare, e a una tendenza politica verso la dipendenza e l’uso di armi nucleari. Purtroppo sembra che la lezione offerta dall’incidente non sia stata sufficiente per trarre un insegnamento. Perciò, interrogarsi sul significato dell’incidente del peschereccio Lucky Dragon per la storia dell’umanità è ancor oggi importante.


NOTE

1 In realtà fu il 1962 (ndt)

2 Nanni Salio, Criteri metodologici di analisi di questioni controverse. Terzo Mondo Informazioni XVII, n. 7, pag. 25-35, luglio 1987.

Una replica a “Quali strategie di lettura per un articolo ambiguo? | Elena Camino”

  1. incredibile! le "ragioni di speranza" di cui si parla nell'ultima riga (in rosso) dell'articolo citato di Roipek sarebbero che possiamo tranquillamente continuare con il nucleare, civile e militare, perchè "la scienza" ha scoperto che le radiazioni non sono così dannose come sembrava? Davvero incredibile….e utilissima questa riflessione critica di Elena.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *