La trasformazione dei conflitti. Un percorso formativo | Recensione di Angela Dogliotti

Marinetta Cannito Hjort, La trasformazione dei conflitti. Un percorso formativo, Claudiana, Torino 2017, pp. 211, € 18,00

Il libro di Marinetta Cannito, recentemente pubblicato dalla Claudiana, è un lavoro originale, per il pubblico italiano, in quanto fa riferimento ad un approccio al conflitto che si rifà alla tradizione mennonita, e in particolare ai lavori di J. P. Lederach e della Eastern Mennonite University, uno dei primi centri universitari a inaugurare, nel 1994, un Master sulla Trasformazione dei conflitti.

Il retroterra culturale mennonita è autorevolmente presentato da un’ampia Prefazione di Paolo Ricca; il testo si articola poi in una serie di capitoli nei quali, ad una introduzione teorica si affiancano proposte di esercizi, frutto dell’esperienza diretta dell’autrice.

Il paradigma trasformativo di ispirazione mennonita vede il conflitto come naturale, dialettico, dinamico e propone un approccio sistemico, fondato sul presupposto dell’interdipendenza delle parti in un conflitto e sulla necessità – per superare i problemi ad esso collegati – di trasformare e ristrutturare i rapporti a livello interpersonale e sociale. Dunque trasformazione dei conflitti e costruzione della pace sono processi complementari e inseparabili, perché la pace è il frutto della capacità di affrontare i conflitti con un metodo coerente con gli obiettivi di uguaglianza, inclusione, rispetto, interdipendenza e reciprocità.

A tal fine, è necessario comprendere e tenere insieme i tre elementi interdipendenti del conflitto: le persone, che con le loro percezioni, emozioni, visioni e prospettive condizionano l’andamento del conflitto; il problema che è all’origine del conflitto stesso; il processo, cioè le reazioni e i comportamenti messi in atto dalle parti, che ne influenzano l’andamento e gli esiti.

Nel lavoro sul conflitto è utile dunque imparare a riconoscere i propri stili prevalenti e comprendere in quali contesti possono essere più o meno appropriati, nell’accettazione dell’unicità di ogni individuo e del suo modo di porsi. Poiché, inoltre, il conflitto è un fenomeno complesso, è necessario analizzarlo attraverso diverse «lenti» che possano mettere a fuoco specifici punti di vista, nella consapevolezza che tutte servono per osservare il conflitto nella sua multidimensionalità: personale (aspetti emotivi, cognitivi, percettivi individuali); relazionale (il modo in cui le persone interagiscono); strutturale (il modo in cui sono organizzati i rapporti sociali, economici, istituzionali); culturale (i significati e i valori attribuiti alle norme che guidano la cultura dei gruppi).

Grande importanza è attribuita al diventare consapevoli delle proprie emozioni, perché esse ci mettono in contatto con i nostri bisogni più profondi e sono reazioni istintive di difesa verso ciò che avvertiamo come una minaccia al loro soddisfacimento. Poiché i conflitti nascono da squilibri (di potere, di accesso alle risorse materiali, sociali, culturali, spirituali…), nel processo trasformativo è fondamentale far emergere i bisogni sottostanti il conflitto e riequilibrare i rapporti, usando in modo creativo e collaborativo il potere di cui disponiamo,  per il benessere di tutti.

In tale percorso trasformativo sono perciò  fondamentali  la comunicazione nonviolenta (M. Rosenberg) e l’ascolto empatico. Il dialogo e la condivisione di narrative sono infatti modalità di riconoscimento e di accettazione dell’altro e dei suoi vissuti, per evitare polarizzazioni e creare, invece,  ponti tra persone e gruppi. In questa prospettiva, la riconciliazione è l’esito di una ricostruzione dei rapporti e di un riequilibrio del potere. Ma quale rapporto c’è tra riconciliazione e perdono? Il perdono è «riuscire a liberarsi dal potere distruttivo del male che chiede vendetta e trascenderlo» (p. 174). Perdonando, affermiamo che «la nostra vita non è definita da quello che gli altri hanno fatto o continuano a fare, ma da quello che noi scegliamo di fare» (p. 174). Il perdono, però, non obbliga ad una riconciliazione e non comporta necessariamente una volontà di ridare fiducia all’altro, elemento centrale del processo di riconciliazione.

In conclusione, condividendo la prospettiva dell’approccio trasformativo dei conflitti, l’autrice si propone di «contribuire alla promozione di una cultura in cui la costruzione di pace sia intesa come un linguaggio nuovo, una filosofia di vita in cui la riconciliazione non miri a essere un obiettivo acquisito, ma un percorso di continua trasformazione. E in questo percorso siamo tutti compagne e compagni di viaggio» (p. 22).

Un libro da leggere, da meditare e da usare, come un manuale, che offre spunti preziosi e che si presta ad essere adattato a molteplici e diversi contesti formativi.

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