Progetto ECO-logico: il quarto report

Nell’incontro del 24 gennaio 2018 abbiamo cercato di migliorare la nostra conoscenza sull’impatto ambientale di certi prodotti ricordando e applicando alcuni dei principi affrontati negli incontri precedenti (quali modalità di acquisto e effetti ambientali in seguito alla realizzazione di determinati prodotti).

In particolare abbiamo proceduto ragionando sul valore e sulla reale utilità di alcuni oggetti che spesso vengono fatti come regalo. Ci è stato presentato un elenco di vari prodotti (cibi, indumenti, oggetti tecnologici e non solo) e ciascuno di noi doveva provare ad indicare il motivo per il quale hanno un impatto negativo nei riguardi dell’ambiente. Prodotti quali ad esempio:

  • coca cola (mezzo di boicottaggio e dannosa all’organismo umano)
  • diamante (la cui estrazione comporta lo sfruttamento di persone anche appartenenti ad una fascia d’età inferiore a quella prevista per l’esercizio di un lavoro di tale calibro)
  • acqua minerale
  • scaricare da internet
  • cosmetici
  • moda
  • liquori
  • fotocopie/stampe/email
  • cellulare (obsolescenza programmata)
  • banche
  • salmone, tonno e aragosta
  • fertilizzanti chimici (superfluo dire che sono nocivi alla salute dell’uomo e all’ambiente)
  • pellicce (che prevedono lo sfruttamento animale, la caccia e quindi la morte di svariati animali)
  • regali (che spesso sono inutili)
  • sciare in neve artificiale
  • prodotti lontani (contrario alla modalità d’acquisto compra vicino, cioè locale, e il semplice fatto che viene a mancare la consapevolezza della loro provenienza e del loro metodo di realizzazione)
  • zucchero e caffè

Conseguentemente ai nostri tentativi ci veniva fornita la risposta esatta, mediante l’uso e i riferimenti citati sul libro di Cinzia Picchioni. Abbiamo, in tal modo, letto e appreso molte informazioni sulla produzione e sullo smaltimento di diversi prodotti utilizzati quotidianamente e abbiamo perciò avuto modo di scoprire molte cose nuove. Questa attività ci ha permesso di aumentare la nostra consapevolezza in termini di acquisto.

Nella seconda parte dell’incontro ci siamo divisi in tre gruppi:

uno si occupava di fare delle riprese che serviranno alla realizzazione di un video di presentazione che utilizzeremo per introdurre il concetto e gli argomenti affrontati negli incontri di peer-education.

Un altro gruppo aveva il compito di fare brevi interviste ai passanti di via Garibaldi per riscontare un’eventuale conoscenza delle persone comuni in materia ecologica e quindi nei confronti dell’ambiente.

Il terzo invece si occupava di elaborare dati e di preparare statistiche riguardanti le informazioni ricevute alle domande dei compagni e infine idealizzare una conclusione del video.

Rebecca Rossi e Valentina Allegretti


Nell’incontro del 7 febbraio 2018 abbiamo riassunto le tematiche trattate durante la durata del percorso.                                                                                                Le nostre educatrici ci hanno anticipato dell’incontro che faremo nelle varie scuole superiori, facendoci ripensare alle attività svolte. Ci hanno fatto elaborare il nostro programma da presentare alle scuole. Quest’incontro si chiama Peer Education.

Nella Peer Education (alla lettera “educazione tra pari”), una persona opportunamente formata (educatore paritario) intraprende attività formative con altre persone sue pari, cioè simili quanto a età, condizione lavorativa, genere sessuale, status, entroterra culturale o esperienze vissute. Queste attività educative mirano a potenziare nei pari le conoscenze, gli atteggiamenti, le competenze che consentono di compiere delle scelte responsabili e maggiormente consapevoli riguardo alla loro salute. La peer education si prefigge di ampliare il ventaglio di azioni di cui una persona dispone e di aiutarla a sviluppare un pensiero critico sui comportamenti che possono ostacolare il suo benessere fisico, psicologico e sociale e una buona qualità della vita.

Gli interventi di peer education fanno leva sul legame tra similarità percepita e influenza sociale: sentire una qualche comunanza con un’altra persona o supporre di condividere con lei le stesse problematiche o le stesse esperienze rendono questa persona un interlocutore credibile, di cui ci si può fidare, e ciò accresce la probabilità che il nostro modo di pensare e di agire ne sia influenzato. Nel considerare la parità una possibile spinta al cambiamento e con ciò privilegiando una trasmissione orizzontale del sapere, la peer education si colloca come strategia educativa volta ad attivare un processo naturale di passaggio di conoscenze, emozioni ed esperienze tra i membri di un gruppo. Nella peer education, le persone diventano soggetti attivi del loro sviluppo e della loro formazione, non semplici recettori di contenuti, valori ed esperienze trasferiti da un professionista esperto. Questo avviene attraverso il confronto tra punti di vista diversi, lo scambio di idee, l’analisi dei problemi e la ricerca delle possibili soluzioni.

Sovente, i destinatari della peer education sono gli adolescenti. Ciò è legato al particolare ruolo che il gruppo dei pari gioca in questa fase del ciclo di vita in cui i cambiamenti da gestire sono molti e profondi: è anche grazie al gruppo dei coetanei che l’adolescente afferma la sua identità, delinea spazi di autonomia dalla famiglia e costruisce relazioni affettive al di fuori di essa. In adolescenza i pari sono spesso gli interlocutori privilegiati cui rivolgersi per cercare informazioni, scambiare consigli, condividere paure ed esperienze, confrontarsi, rappresentando così una potenziale risorsa per superare problemi di sviluppo. La peer education ricalca dunque un processo fisiologico e spontaneo quando considera i pari una leva per l’apprendimento e la crescita. In essa, la naturale tendenza ad avere influenza sugli altri è organizzata in funzione di un obiettivo educativo: nei progetti di peer education, i giovani imparano l’uno dall’altro, come avviene nella vita di tutti i giorni, imparano da qualcuno che si pone le loro stesse domande e sta affrontando gli stessi problemi, con cui condividono interessi e linguaggio, riti e valori, uno che sa cosa significa essere un adolescente oggi, una persona credibile, di cui ci si può fidare.

Il decalogo dei peer  è il prodotto di un modello di riferimento che delinea la peer education sia come un processo di cambiamento intenzionale che utilizza risorse non professionali, sia come approccio partecipativo alla prevenzione:

  1. La peer education è partecipazione. Uno dei punti di forza della peer education è la riattivazione della socializzazione all’interno del gruppo classe. Il peer da solo non trasforma nulla, ma è stimolo stesso della partecipazione: la classe, durante gli interventi, è coinvolta ed esortata nell’elaborazione dei vissuti e delle esperienze.
  2. Il peer educator non è un professore, non è esperto di un sapere scientifico preciso, il suo ruolo è di mediazione ed è per questo che è percepito come parte del gruppo. Non è un esperto di contenuti, ma sa gestire la relazione.
  3. La peer education non è delega né manipolazione. La peer education si propone come modello che vede negli adulti una forza propositiva e fondante per il successo degli interventi tra i giovani. Senza di questi, il potenziale della peer education è dimezzato.
  4. La peer education rimette in gioco i ruoli. Il senso dell’educazione tra pari risiede proprio nel rendere i ragazzi protagonisti e responsabili, in prima persona, della propria educazione alla salute, in base alla capacità naturale dei ragazzi di comunicare tra loro in maniera efficace.
  5. La peer education è sostenuta da una rete. La scuola, l’associazionismo volontario, il servizio sanitario e le istituzioni locali svolgono un ruolo indispensabile per l’attuazione del progetto. La pluralità di competenze necessarie diventa insostenibile se anche solo una di queste istituzioni viene meno.
  6. La peer education è ricerca. La peer education è un modello preventivo partecipato, che costituisce la possibilità per gli adolescenti di trovare uno spazio dove parlare di sé e confrontare le proprie esperienze “alla pari”.
  7. La peer education è contagiosa. Promuove un vero e proprio “effetto contagio”, i giovani sono coinvolti in processo che li vede, in primis, “consumatori” e, in seguito, “fruitori” del progetto. La peer education permette ai giovani che la scelgono di essere presenti in maniera consapevole e soddisfacente all’interno del gruppo.
  8. La prevenzione è esperienza condivisa. La peer education è un modello d’elaborazione pedagogica  dell’esperienza, in quanto si propone di diffondere nella cultura dei pari un atteggiamento che legittimi il pensiero e le esperienze di ognuno, riattivandone la partecipazione all’interno del gruppo.
  9. La peer education fa entrare la vita nella scuola. I ragazzi hanno le percezione di vivere un momento di vita informale all’interno del normale svolgimento della didattica scolastica. La vita entra lentamente attraverso i muri scolastici, sono i peer a trasmettere e condividere esperienze, dubbi e incertezze con i pari.
  10. Il peer nel gruppo fa cultura. I peer educator sono ragazzi comuni, con una consapevolezza maggiore dei processi comunicativi che si verificano nel gruppo dei pari, partecipano alla costruzione della cultura, attraverso cui si esprime il gruppo.

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