Dopo una guerra. il cinema, l’arte e la letteratura della nonviolenza | Goffredo Fofi

Goffredo Fofi, critico letterario e cinematografico è condirettore della rivista Gli asini e direttore editoriale delle Edizioni dell’asino. Collabora con quotidiani come Avvenire, Il Mattino, Il sole 24ore e con le riviste Panorama, Internazionale e Film TV. Ha pubblicato numerosi saggi da L’immigrazione meridionale a Torino (1964) a Capire il cinema (1977), ai più recenti Elogio della disobbedienza civile (2015), Il racconto onesto. 60 scrittori, 60 risposte (2015), Il cinema del no. Visioni anarchiche della vita e della società (2015), e Il Paese della sceneggiata (2017). È stato inoltre per vent’anni direttore della rivista Lo Straniero e negli anni’80 e ‘90 di Linea d’ombra e La terra vista dalla luna. Negli anni ’60 fu fra i fondatori e collaboratori dei Quaderni Piacentini e dei Quaderni rossi.

Meridionalista, fautore di un modello culturale costantemente impegnato nel quotidiano e nel sociale, Fofi è il più attivo catalizzatore in Italia di reti alternative alle pratiche del consumismo e dell’omologazione. Forse anche per questo la sua rubrica di libri su Internazionale è una delle più seguite in assoluto. Nei mesi scorsi ha destato scalpore la sua stroncatura del film Dunkirk, di Christopher Nolan considerato da molti un capolavoro moderno e svelato invece come un prodotto pessimo, perché addomestica il tema della guerra usando un approccio che si pretende freddo e disincantato – come quello di Stanley Kubrick, regista che sapeva trattare la guerra con distacco e senza cedimenti stilistici, ma per amplificarne la disumanità – e si rivela invece privo di emozioni e umanità, un formalismo fatto di tecnica e citazioni astratte. La maggiore odiosità di questo genere di film sta – secondo Fofi – nel loro “cosciente o incosciente progetto di abituare i giovani spettatori a una visione della guerra imbecille e retorica e disumana”.

Riportiamo qui la trascrizione dell’intervento che Goffredo Fofi offrì ai presenti all’inaugurazione delle sale multimediali del Centro Studi Sereno Regis dedicate alle arti e alla ricerca per la pace.

Enzo & Danila

Dopo una guerra 

Intervento di Goffredo Fofi – Sala Poli, Centro Studi Sereno Regis (Torino, 14 novembre 2013)

Se si guardano le opere che nascono dopo una guerra, si scopre subito che sono di due tipi fondamentali. Una parte dei grandi artisti che hanno attraversato quelle epoche vede la storia recente – la guerra, appunto – come qualcosa di terrificante, un’esperienza rispetto alla quale non si può che avere una visione del genere umano spaventosa, di pura disperazione. Dopo la prima guerra mondiale, forse, le poesie più belle in assoluto su quel terribile massacro le ha scritte Georg Trackl, grande poeta tedesco morto molto giovane, e per i romanzi, viene subito in mente Louis-Ferdinand Céline, autore di grande letteratura.

C’è però anche l’altra parte, che è invece aperta al futuro. È quella parte dei grandi artisti che parlano della speranza, che sperando di poter ricostruire, di reinventare, di poter ripartire da un’idea dell’uomo più elevata per andare avanti. Proprio durante la prima guerra mondiale – lo cito perché è un aneddoto abbastanza sorprendente – Leonhard Frank, un ottimo scrittore di quel tempo scrisse un romanzo intitolato L’uomo è buono; un’affermazione provocatoria, ma nonostante tutto dobbiamo sostenere questa parte. Bertolt Brecht, che era piuttosto cinico, ne scrisse una recensione in mezza riga: “Anche Hitler”, intendeva attaccarne l’intento. L’illusione della bontà umana, soprattutto dopo una guerra, era una cosa difficile da sostenere.

Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo avuto questi due filoni, perlomeno in Italia facilmente riconoscibili – ma lo stesso accadde in Francia, anche altrove: – un filone fra Cesare Zavattini e il neorealismo, Vittorio De Sica per esempio, dove si riaffermava la speranza, si diceva che l’uomo è buono, che nonostante tutto bisogna puntare sulle qualità positive dell’uomo e andare avanti su quello. E poi c’è un’altra parte, rappresentata soprattutto dall’immenso Roberto Rossellini che invece non ci sta a questo entusiasmo. Il finale di Paisà (1946) non è un finale entusiasmante, la morte del partigiano è un finale terribile. Non è un finale con le bandiere che apre le speranze, è un finale che chiude. Chiude una visione della guerra terrificante, una visione anche dell’uomo, della condizione umana, tremenda. E subito dopo sempre Rossellini con Germania anno zero (1948), forse ancora più terribile. Il bambino che si suicida alla fine di Germania anno zero è un bambino che non resiste al mondo così come lo ha visto, all’uomo così come lo ha visto, non resiste al dolore della sua famiglia e di tutti gli altri in una Germania che non è solo Germania, è anche qualcosa di più.

Qualche tempo dopo Rossellini girò quello che è probabilmente il suo capolavoro Europa 51 (1949) nel quale prende a pretesto la vita di Simone Weil, personaggio che pochissimi allora conoscevano e solo perché erano in anticipo su tutto quello che la cultura europea avrebbe poi potuto leggere, vedere e scoprire di Simone Weil. Nel 1949 erano pochissimi a sapere di Simone Weil: Albert Camus, Adriano Olivetti e altri che si occupavano in quegli anni dell’immediato dopoguerra di questa straordinaria filosofa morta proprio in tempo di guerra. Europa 51 è la reazione di una donna al suicidio di un bambino, di suo figlio. Una donna di ottima famiglia, moglie di un diplomatico, è interpretata da Ingrid Bergman nella Roma del 1949, la quale cerca dopo la morte di questo bambino di dare un senso all’accaduto, una spiegazione di questo irrazionale fatto che gli è piombato addosso, senza che lei si rendesse conto della profonda sensibilità di questo bambino. Cerca delle spiegazioni, le cerca dai cattolici e non le trova, la cerca dei comunisti e non le trova. Le trova invece, per caso, nel confronto con Giulietta Masina che nel film interpreta una mezza prostituta con tanti figli; una persona comune, normale, che vive in una baracca di periferia. Scopre attraverso questa donna una dimensione umana che nel suo mondo non c’era e si dedica a queste persone, si dedica alla borgata, si dedica a questi bambini. La famiglia la fa interdire come pazza, degli psichiatri la analizzano e la rinchiudono in un manicomio. Finale del film piuttosto nero e pesante.

Dopo la seconda guerra mondiale in Francia ci sono registi come Henri-Georges Clouzot autore di Manon (1949) un film straordinario, o come Julien Duvivier (1896-1967) e Yves Allégret (1905-1987). Anche loro non prendono troppo sul serio l’ottimismo del dopoguerra perché hanno visto nella Francia occupata dai nazisti per quattro anni come ha reagito la popolazione con quei condizionamenti. Hanno visto il male dell’uomo. Hanno visto la miseria dell’uomo, i compromessi a cui la gente scende quando la pressione è troppo forte, e quindi reagiscono di conseguenza. Sono autori che non hanno avuto il pieno sostegno della critica, della politica e della società dell’epoca proprio perché erano autori disturbanti in negativo e il negativo prendeva il sopravvento sul resto.

Forse la figura più luminosa da questo punto di vista, anche se non ha parlato della guerra nei suoi romanzi, ma ne ha parlato nei suoi saggi e nei suoi scritti continuamente, è Albert Camus che passa dalla trilogia della disperazione intorno a Lo Straniero e al Mito di Sisifo a una visione di speranza intorno a La Peste e all’Uomo in rivolta dove suggerisce di passare dalla solitudine alla solidarietà. Da una visione estrema di isolamento come quella dello Straniero (L’Etranger) alle figure che cercano nel comune male il punto d’appoggio per dare ancora una speranza all’uomo, una possibilità. Un tema che ricorre continuamente.

Con la Guerra Fredda, scoppia un altro tema enorme del secolo scorso, quello della atomica e della paura atomica su cui già abbiamo alcuni testi. Forse i testi più importanti sono quelli della corrispondenza fra Günther Anders e Claude Robert Eatherly – che era un pilota di quelli che hanno lanciato la bomba su Hiroshima – nella quale un giovane pilota qualsiasi, un giovane americano ingenuo e normale, un soldatino, travolto da questa storia ma che si pone dei problemi per il fatto di aver sganciato una bomba e aver ammazzato 200.000 persone in un colpo solo e di essere preso per pazzo per i suoi tormenti. Anche lui come Irene, la protagonista di Europa 51, fu rinchiuso in un manicomio. Günther Anders filosofo tedesco, ex marito di Hanna Arendt, ebreo, gli scrive riesce a entrare in contatto con lui e pubblica questa corrispondenza su Hiroshima, che è poi sulle responsabilità dell’individuo dentro la guerra. Questo è un po’ il tema centrale della cultura di quel tempo, che prepara ai discorsi sulla nonviolenza nel secolo scorso.

La nonviolenza non è molto presente nel cinema e nella letteratura, anzi direi che lo è molto poco. Pensando solo alla storia italiana recente, o anche del secolo scorso, a nessun regista, a nessuno scrittore è mai venuto in mente – salvo a qualche storico marginale o a uno più bravo come Amoreno Martellini – di scavare nella figura di un ciabattino, Luigi Luè, che avendo letto alcuni racconti di Tolstoj rifiutò di fare il servizio militare a inizio Novecento. Questo è il primo obiettore di coscienza moderno della storia italiana.

A nessuno è venuto in mente di fare dei film o scrivere libri su Beppe Gozzini o Pietro Pinna, sullo stesso Aldo Capitini, su Danilo Dolci, su Tullio Vinaj. Oppure su una forma concreta di affermazione della speranza come è stata la costruzione di Agape con i campi di servizio civile internazionale, grazie a Pierre Ceresole grande personaggio, nato in Svizzera, che esce dalla prima guerra mondiale e fonda il Servizio Civile Internazionale nel 1924 vicino a Verdun – dove c’era uno dei più grandi cimiteri di guerra della prima guerra mondiale. È una storia positiva, una storia forte, decisamente nonviolenta.

Un altro personaggio – ne parlo perché l’ho conosciuto abbastanza bene, lui e sua moglie, la moglie era italiana lui francese, André e Magda Trocmé – era un pastore protestante che a Le Chambon-sur-Lignon nell’alta Provenza, con l’aiuto di preti cattolici e di alcuni altri pastori della zona, riuscì a portare in salvo in Svizzera più di mille bambini e adulti, in gran parte ebrei, attraverso una rete di solidarietà di contadini. Perché era quella una zona di contadini e di montanari. Una storia bellissima che è stata ricostruita in un documentario del 1987, Les armes de l’esprit, da Pierre Sauvage che era diventato corrispondente americano ma era anche uno dei bambini che furono salvati dalla rete di solidarietà tesa da André e Magda Trocmé.

Purtroppo la storia è sempre terribile, la storia umana è piena di ricordi orribili perché questa coppia viene punita, invece di essere premiata, dalla provvidenza. Loro figlio gioca in casa con una bambina, la figlia di un altro pastore, mentre i genitori sono occupati da faccende di questa rete di solidarietà. Questo bambino trova una pistola, parte un colpo e la bambina muore. Quando i genitori tornano a casa trovano anche il bambino impiccato. La stessa persona che si dedica alla sofferenza altrui, si trova poi in condizioni e situazioni di questo genere.

Dicevo prima dell’atomica: una grande lezione da citare sicuramente è quella di Elsa Morante perché non solo ha scritto libri straordinari sulla storia ma ha scritto anche un bel saggio per una conferenza che si tenne proprio a Torino nel 1969. Il saggio si intitola Pro o contro la bomba atomica. Alla fine di questa conferenza delle signore torinesi impellicciate la presero a ombrellate all’uscita dal teatro Carignano, perché quella conferenza sosteneva tesi molto radicali in rapporto all’atomica, in rapporto a quello che Elsa chiamava in quel testo “irrealtà”. La lotta del poeta e dell’artista deve essere una lotta contro il fine dell’irrealtà. L’irrealtà secondo Elsa – come diceva nelle conversazioni a cui era possibile partecipare – secondo lei erano due cose fondamentali: l’atomica e la televisione. L’irrealtà entra nelle coscienze le trasforma e le muta e l’irrealtà uccide i corpi.

Dall’atomica alla fantascienza il passo è brevissimo. La letteratura degli anni ’50, la più popolare, più straordinaria, nuova, giovane, anche come forma di teatro è quella della fantascienza che esplode in quegli anni. E il tema dell’atomica è ossessivo perché è una paura reale del mondo contemporaneo. Qui un autore centrale che va ricordato è Kurt Vonnegut. Tutta l’opera di Kurt Vonnegut è su questi temi. Vonnegut era cittadino americano anche se di origine tedesca. Partecipò con gli alleati alla seconda guerra mondiale durante la quale fu fatto prigioniero dei tedeschi e rinchiuso a Dresda in un sotterraneo, un ex mattatoio dove i prigionieri dovevano inscatolare e produrre melassa per uso bellico, da trasferire poi sul fronte russo. Gli alleati bombardarono Dresda – gli alleati hanno commesso crimini orrendi nella seconda guerra mondiale, non solo Hiroshima e Nagasaki, anche la distruzione di intere città, spesso in modo completamente gratuito, con i bombardamenti della RAF, l’aviazione inglese, e degli americani. Dresda fu rasa completamente al suolo, Vonnegut si salvò proprio perché era nei sotterranei a inscatolare barattoli di melassa. Quando uscì si trovò davanti uno scenario apocalittico. A partire da questo scenario, questo giovane poco più che ventenne elabora un suo modo di raccontare. Si pone il problema che in altri modi si era posto, sempre dopo la seconda guerra mondiale, Theodor Adorno che alla domanda se si potesse ancora fare poesia dopo una guerra aveva risposto che non si poteva, che “scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro”. Questa affermazione non fa i conti, per esempio, con la poetica di Paul Celan che dopo la seconda guerra mondiale – un po’ come Trackl dopo la prima guerra, – ha scritto le poesie più straordinarie e più belle. Questi autori hanno accettato di ragionare su questo: si può ancora scrivere, fare arte dopo l’apocalisse, dopo la strage, dopo massacri così grandi, si può ancora poetare? Kurt Vonnegut dice che si può farlo con il paradosso, con lo humor e con la fantascienza. Non accettando cioè i canoni del realismo ma parlando, cercando in qualche modo di fare filosofia di lanciare anche dei messaggi di carattere politico, però attraverso una letteratura che non sia quella normale, del racconto usuale. Perché non si può raccontare l’orrore cupo, bisogna in qualche modo elaborare. E lo si può fare in questa forma paradossale che lui va pescando nel modello di Jonathan Swift, o nel modello di Mark Twain, usando lo humor, il paradosso e il fantastico ed elabora così un tipo di letterature straordinario il cui capolavoro resta Mattatoio numero 5.

Vonnegut entra in corrispondenza con uno scrittore tedesco reduce di guerra, Heinrich Böll, che legge il suo libro e gli scrive. Poi si conoscono, si scambiano lettere, diventano amici perchè entrambi hanno il problema della responsabilità: cosa si può fare dentro una guerra, che cosa si può fare dopo una guerra.

è ovvio che in questo contesto continuano a esserci anche il romanzo e il film in cui la guerra resta un tema enorme ma viene sfruttato in modi estremamente ambigui per eccitare le emozioni dello spettatore o del lettore. Oppure per incitarlo su strade di tipo nazionalistico. La guerra è un argomento enorme, infatti, ma sono pochi i registi e gli scrittori che lo sentono veramente e cercano di scalarlo al livello a cui è giusto arrivare. È un tema che torna continuamente nel cinema. Anche dopo la guerra fredda. Insomma, le guerre ci sono e si continua a raccontarle. Pensate all’opera di Amos Gitai in Israele; due film come Kippur (2000) e Kedma (2002) sono due grandi film d’artista; non sono film nazionalisti, lavorano per un’idea dell’uomo diversa da quella affermata dai nazionalismi delle due parti. Pensate anche a dei registi, degli autori come certi rari, rarissimi che hanno cercato di raccontare ultimamente anche la guerra del Golfo come Redacted (2007) di Brian De Palma, regista a me non particolarmente simpatico, però il suo film è straordinario nel cercare di raccontare questa guerra. E anche qui cercando dei modi di rappresentazione che non sono quelli del teatro realistico e che si avvicinano invece a mondo dei materiali documentari.

C’è stato il Vietnam. C’è stato Apocalypse Now (1979) un altro grande film, di Francis Ford Coppola. Il discorso continua e va avanti, però sul tema specifico della nonviolenza, dell’obiezione di coscienza i titoli sono pochissimi C’è un romanzo – più che un romanzo un’inchiesta, forse romanzata – americano che scandalizzò molto negli anni ì’50, La fucilazione del soldato Slovik (1955) di William Bradford Huie, che narra la storia vera di un giovane disertore americano, unico fucilato per diserzione negli Stati Uniti dal 1898. In molti hanno tentato di fare un film su questo episodio ma nessuno c’è riuscito. È una delle storie più censurate di fatto dal cinema americano di quegli anni.

Anche in Italia sono molte le storie di questo genere che non sono state raccontate. Forse l’unico film che coraggiosamente provò a raccontarle – pur non essendo un capolavoro, piuttosto molto avvocatesco e in qualche modo anche ambiguo – fu Non uccidere (Tu ne tueras point, 1961) del francese Claude Autant-Lara, che alla fine degli anni ‘50 racconta la storia di un obiettore di coscienza, contrapposta a una storia parallela. Tutti e due gli esempi sono veri, partono da storie vere: una è quella di un giovane pastore protestante tedesco cappellano militare che ammazza un partigiano, ma viene processato e assolto e mandato in libertà. L’altra è la storia di un giovane francese che si rifiuta di sparare, un obiettore di coscienza che invece viene condannato ai regolamentari quattro anni di galera dell’epoca. Autant-Lara fece il film contrapponendo in un modo un po’ demagogico queste due vicende, però fu un film che fece grande scandalo. Non fu proiettato in Francia per molti anni, perchè era un film disturbante, era un film che non funzionava.

Un’altra storia che è stata raccontata, ma molto male, dal cinema è quella dei quaccheri. I quaccheri sono un gruppo non propriamente ecclesiale. Non sono una Chiesa, si chiamano “società degli amici”, society of friends, sono rigorosamente nonviolenti e pacifisti e l’unica loro forma di associazione – tranne il fatto di sposarsi fra di loro – è sostenersi con forme di mutuo soccorso, e soprattutto di aiutare anche gli altri con queste forme di mutuo soccorso.

I quaccheri hanno una storia nel pacifismo del ‘900 enorme. Sono stati presenti dovunque, sono stati persino i primi ad andare in Russia a stabilire le prime reti per la coesistenza pacifica immediatamente dopo la morte di Stalin. I quaccheri sono stati una forte presenza nella cultura americana, hanno avuto un grande rilievo per personaggi come Herman Melville, come John Osborne – grandi scrittori, grandi personaggi – e sono anche stati raccontati dal cinema, però sono stati raccontati male – guarda caso tutte e due le volte con Gary Cooper come protagonista. Ci sono due film, uno non ambiguo, ma decisamente reazionario, e l’altro invece molto ambiguo. Il primo è di Howard Hawks, Il Sergente York (1941) e racconta la storia di un montanaro americano un po’ sempliciotto – simile al personaggio di Li’l Abner in un vecchio fumetto – che è quacchero e si rifiuta di sparare e di andare in guerra, però alla fine si convince e ammazza una quantità enorme di tedeschi. Nell’ultima scena del film lui porta prigionieri da solo una quarantina di tedeschi: ovviamente il film fu propagandato durante la seconda Guerra Mondiale per dimostrare che bisognava combattere e non bisognava cedere le armi. È quindi un rifiuto deciso della nonviolenza, una negazione della nonviolenza.

Il secondo film è La Legge del Signore (1956) di William Wyler, un film un pochino più acuto, basato sul romanzo di una giovane scrittrice quacchera, Jessamyn West, e quindi con le carte in regola da un certo punto di vista, ma decisamente ambiguo. Gary Cooper qui è un vecchio quacchero pacifista ai tempi della guerra di secessione americana, mentre è il figlio che invece si arruola con i confederati. Ne vien fuori un pastrocchio in cui di fatto la violenza viene di nuovo lusingata.

Ovviamente, c’è il film su Gandhi e altri esempi di personaggi che la storia e la letteratura raccontano a fondo. Un esempio importante è stato Alexander (Alex) Langer, che meriterebbe un’enorme attenzione da parte di tutti perché è stato uno dei più grandi personaggi italiani legati alla nonviolenza – forse l’unica cosa di cui il movimento del ‘68 può veramente vantarsi è di aver dato vita a una figura di politico, scrittore e attivista come quella di Alex Langer, di aver dato ad Alex la possibilità di estrinsecare i suoi migliori talenti in un lavoro enorme che ha fatto soprattutto al tempo della guerra nella ex Jugoslavia. Su Alex bisognerebbe riflettere molto.

C’è poi un libro molto recente di Anna Bravo, storica, torinese, che si chiama La conta Dei salvati (2013). È un tentativo di confutare il fatto che la storia e gli storici debbano raccontare solo le guerre, solo i morti, solo le violenze e mai le vicende di quelli che hanno cercato – anche politicamente, anche da dentro alla politica, da dentro a certe responsabilità di potere – di contrastarla questa storia e di salvare più vite umane possibili. A sinistra non sono personaggi particolarmente amati: il Dalai Lama, Ibrahim Rugova nel Kosovo, più indietro Alex Langer e ancora più indietro i danesi e gli olandesi all’epoca del nazismo per il loro tipo di resistenza passiva a Hitler ma anche di rifiuto di consegnare gli ebrei ai nazisti. Tutte imprese che in qualche modo hanno avuto un risultato positivo.

Fra queste vorrei ancora ricordare Don Primo Mazzolari di cui si parla molto poco, e la storia – che meriterebbe un documentario – del suo piccolo libro Tu non uccidere, edito da “La locusta” di Vicenza, perché la prima edizione alla fine anni ‘50 uscì anonima. Mazzolari aveva dei problemi, ovviamente, proprio perché il suo era un discorso di tipo decisamente nonviolento, di ripudio della guerra. Erano gli anni appunto di Beppe Gozzini e dei nostri amici obiettori.

Oggi il discorso è aperto, come sempre, e credo che la strada dell’obiezione di coscienza sia ancora una strada fondamentale, soprattutto quando la nonviolenza è coniugata nelle tre forme che erano state utilizzate da Gandhi e poi riprese da Capitini, quelle del rifiuto della violenza, quella della non menzogna, e quella della non collaborazione: non fare il male, non mentire e reagire al male, non collaborare. Reagire al male voleva dire per Gandhi praticare la disobbedienza civile. Il tema forse fondamentale da cui ripartire per la cultura contemporanea dovrebbe essere questo: allargare il discorso sulla disobbedienza civile, raccontare esempi di disobbedienza civile nella storia – perché sono tanti gli esempi di disobbedienza civile e forme e tecniche di reazione nonviolenta alla violenza del potere, che appartengono anche alla storia del movimento operaio e non solo alla storia di gruppi religiosi o di gruppi non violenti. Un tema molto importante.

Vorrei finire citando non un romanzo e non film ma una canzone – visto che si parla di arte. Una canzone che è stata per la mia generazione molto significativa, è Il disertore di Boris Vian, e che possiamo leggere insieme nella versione italiana, molto bella, di Ivano Fossati:

Le Déserteur 

In piena facoltà
egregio presidente
le scrivo la presente
che spero leggerà.

La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra
quest’altro lunedì

Ma io non sono qui
egregio presidente
per ammazzar la gente
più o meno come me

Io non ce l’ho con lei
sia detto per inciso
ma sento che ho deciso
e che diserterò.

Ho avuto solo guai
da quando sono nato
i figli che ho allevato
han pianto insieme a me.

Mia mamma e mio papà
ormai son sotto terra
e a loro della guerra
non gliene fregherà.

Quand’ero in prigionia
qualcuno mi ha rubato
mia moglie e il mio passato
la mia migliore età.

Domani mi alzerò
e chiuderò la porta
sulla stagione morta
e mi incamminerò.

Vivrò di carità
sulle strade di Spagna
di Francia e di Bretagna
e a tutti griderò.

Di non partire più
e di non obbedire
per andare a morire
per non importa chi.

Per cui se servirà
del sangue ad ogni costo
andate a dare il vostro
se vi divertirà.

E dica pure ai suoi
se vengono a cercarmi
che possono spararmi
io armi non ne ho.

Boris Vian, 1956

(Traduzione di Ivano Fossati)

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