La Responsabilità di Proteggere il mondo… dagli Stati Uniti | Ajamu Baraka

12 gen. 2018 – Una delle più ingegnose armi di propaganda mai sviluppate è che le potenti nazioni dell’Occidente—guidate dagli Stati Uniti—hanno una responsabilità morale di usare la forza militare per proteggere i diritti della gente repressa dal proprio governo. Questa “responsabilità di proteggere” (R2P) ha sempre avuto una posizione legale dubbia, ma anche la sua giustificazione morale richiedeva un disimpegno psicologico e storico dalla realtà sanguinosa dei 500 anni di storia del colonialismo USA ed europeo, dalla schiavitù, dal genocidio e dalla tortura che crearono l’”Occidente”.

Tale violento progetto coloniale/capitalista pan-europeo senza legge, oggi continua sotto l’egemonia dell’impero USA. Che poi induce le domande su chi davvero ha bisogno della protezione e chi protegge i popoli del mondo dagli Stati Uniti e i propri alleati? L’unica risposta logica, provvista di principi e strategica a tale domanda è che i cittadini dell’impero devono rigettare i privilegi imperiali e opporsi anch’essi a che le élite al potere sfruttino la manodopera e saccheggino la Terra. Far ciò però richiede di rompere con l’andazzo intossicante della “politica identitaria bianca” bipartitica interclassista”.

I neocon come William Kristol, Paul Wolfowitz e Richard Pearl erano le forze trainanti per la guerra in Iraq. Capirono che se volevano vendere la guerra, bisognava che gli “americani” credessero che il conflitto fosse sui valori, non gli interessi. E così spolverarono e truccarono a nuovo quell’antica razionalizzazione per il colonialismo—il fardello dell’uomo bianco. Gli interventi dovevano portare democrazia e libertà a quella gente in lotta per diventare proprio come i loro modelli più avanzati nell’Occidente bianco. Gli interventisti liberisti svilupparono oltre tali idee fino all’ “interventismo umanitario” e alla “responsabilità di proteggere”.

Il fatto che gli Stati Uniti e l’Europa possano avvolgersi nella bandiera della moralità, praticare politiche da redentori e cavarsela così è un testamento sulla perdurante psicopatologia della ideologia suprematista bianca.

Le più estreme espressioni di questa dissonanza cognitiva sono avvenute durante l’amministrazione Obama, quando si è usata la nozione dell’eccezionalismo USA per giustificare la continuazione della barbarie della cosiddetta Guerra al Terrore/ismo dell’amministrazione Bush. Con questa giustificazione e la scandalosa asserzione che si trattava di difendere la democrazia, l’asse di dominazione USA-UE-NATO commise crimini contro l’umanità e di guerra risultanti nella morte di milioni di persone, nello sfollamento di altri milioni e nella distruzione di antiche città, nazioni e genti.

Il risultato? Sondaggi di International Gallup e Pew hanno coerentemente dimostrato che i popoli del mondo considerano gli Stati Uniti la più grande minaccia alla pace generale del pianeta.

La Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) con Trump: la solita solfa

Alla pubblicazione della propria NSS da parte dell’amministrazione Trump, i soloni liberisti hanno fatto intendere che fosse significativamente diversa da ogni altra precedente strategia USA. Ma aldilà di qualche specifico riferimento al porre l’“America” e i suoi cittadini primi in rapporto all’ economia, e delle posizioni reazionarie di serrare la sicurezza ai confini e attuare severe politiche sull’immigrazione, la strategia di Trump non devia granché da quella post-guerra fredda degli anni precedenti.

La effettiva differenza stava più nello stile che nella sostanza. L’amministrazione Trump ha del tutto tralasciato i pretesti addotti dalle precedenti amministrazioni. Perfino la legge nazionale, come la Legge sui Poteri di/in Guerra ignorata dall’amministrazione Obama, continua a essere di nessuna considerazione per la nuova amministrazione Trump. Adesso è l’“America first” di Trump a non badare affatto al diritto internazionale o agli standard di comportamento accettati.

Non inibita dal potere contrapposto dell’Unione Sovietica, la NSS bipartitica prodotta negli anni 1990 che impegnò gli USA a perseguire politiche che assicurassero una continua egemonia economica, politica e militare USA per tutto il 21° secolo—il “nuovo secolo Americano”—è tuttora l’obiettivo strategico generale di questa amministrazione.

Anche nominare esplicitamente Cina e Russia come “concorrenza” che minaccia di nuocere alla sicurezza del paese, non è stato granché deviante giacché il baricentro della politica USA è da tempo marcare stretto stato sfidi il potere USA in qualunque regione. L’amministrazione Trump ha nominato le minacce agli interessi USA—Nord-Corea in Asia, Russia in Eurasia, Iran in West-Asia, comprendendovi i gruppi jihadisti- per il caso che serva una giustificazione da Guerra al Terrore (WoT) agli interventi USA non importa dove nel mondo.

Mentre i neocon e gli interventisti liberisti nelle precedenti amministrazioni indoravano la pillola degli obiettivi geostrategici USA per mascherare l’egemonia, la retorica di Trump è cruda, diretta e inequivocabilmente aggressiva. Proteggere gli interessi USA nel 21° secolo vuol dire basarsi sull’aggressione militare, la guerra e la sovversione.

La costruzione del movimento antibellico US come responsabilità di proteggere dall’Impero

Cinquant’anni fa il dr. Martin Luther King Jr. affermava l’ovvio: gli Stati Uniti erano il maggior procuratore di violenza al mondo. Diceva anche che il pubblico che permetteva tale violenza avrebbe condotto a una specie di morte spirituale nazionale che avrebbe continuato a fare degli USA un pericolo mondiale.

Quella morte spirituale non è avvenuta del tutto; ma accettare l’“inevitabilità” della violenza e la necessità di fare la guerra è adesso intessuta più in profondità nella coscienza collettiva negli USA di quanto lo fosse 50 anni fa quando King ammoniva sulla malattia profonda della società USA. Da quasi tutto il 21° secolo gli Stati Uniti sono in guerra. Culturalmente, le sparatorie di massa, le guerre alla droga e al terrore, la violenza e la guerra come intrattenimento, i video diffusi in diretta di orrendi assassinii commessi dalla polizia nonché di un capo di stato che veniva sodomizzato con un coltello sono risultati in quella che Henry Giroux chiama “cultura della crudeltà”.

Ma il fatto stesso che le autorità abbiano bisogno di mentire alla gente con racconti di fate sulla responsabilità di proteggere per conferire copertura morale al guerreggiare è riconoscere che sanno esserci ancora abbastanza umanità nel pubblico da indurlo a rigettare il comportamento guerrafondaio USA se solo considerato come un avanzare gretti interessi nazionali.

È questo nucleo morale superstite—e gli interessi oggettivi della chiara maggioranza della gente ad essere contraria alla guerra—che fornisce il fondamento per rivivificare il movimento antibellico moderno.

Baltimore fu il luogo della ribellione in risposta all’assassinio di Freddie Gray da parte di militari connazionali che chiamiamo “la polizia”. Lì, un duecento attivisti si aduneranno il 12 gennaio per iniziare una nuova campagna per la chiusura di tutte le basi [militari] USA all’estero. Questo raduno è il risultato di una nuova coalizione di forze—vecchie e nuove—per rivivificare il movimento antibellico USA. Questo convegno avviene a ridosso di un altro incontro avvenuto giusto qualche mese fa a Washington, D.C., dove alcune delle stesse forze si adunarono per lanciare una campagna di “disinvestimento dalla macchina della guerra”.

Strategicamente questi sforzi sono progettati come i primi passi per costituire la fiducia, la forza istituzionale e il focus programmatico di un nuovo movimento anti-guerra, pro-pace e anti-imperialista rinvigorito e a base ampia negli Stati Uniti. Ci opponiamo al comportamento guerrafondaio che ambo i partiti politici aziendali hanno normalizzato.

Le difficoltà e le sfide di quest’intrapresa non si disperdono fra le varie organizzazioni,reti e coalizioni che vi partecipano. Riconosciamo tutti che non ci sono scorciatoie verso la delicata ricostruzione delle nostre forze esistenti e la sfida di espanderle facendovi affluire nuove formazioni. Le differenze ideologiche e politiche affiorate fra le forze di sinistra e progressiste attorno alle tematiche della guerra e dell’imperialismo la rendono più stimolante.

Ma l’imperativo di esprimere solidarietà alle vittime dl bellicismo USA deve avere precedenza sulle nostre differenze e dovrebbe servire come base per la costruzione di un’unità politica.

Non basta però la solidarietà a quelli fra noi che stanno nell’Alleanza Nera per la Pace (BAP). Ne riconosciamo l’importanza come principio base per la (ri)costruzione di un ampio movimento antibellico. I nostri interessi comuni ad altri popoli, nazioni e stati oppressi che si trovano nel mirino dell’imperialismo USA esige ch offriamo più che solidarietà—dobbiamo ergerci ad alleati.

Chi fra noi sta costruendo la BAP capisce che non possiamo permetterci i miti consolanti della benevolenza USA che tenta di nascondere il puro dispiegamento del potere statale USA a servizio degli interessi capitalisti/colonialisti occidentali. E quindi vediamo con sospetto, se non trattiamo con disprezzo, i nostri compagni che sostengono gli interventi USA, pur incorniciandolo con giustificazioni “sinistrorse”. Per le nazioni e i poli oppressi del mondo, il patriarcato colonial-capitalista, suprematista bianco USA è e rimane la contraddizione dei princìpi. Non ci dev’essere alcuna sentimentalità nazionalista o equivoco su tale posizione.

Abbiamo visto come l’opposizione alla guerra emersa durante gli anni d(e)i Bush in opposizione alla violenza illegale sanzionata a livello di stato si sia dissolta durante l’amministrazione Obama. Liberal ed esponenti primari della “sinistra” oggettivamente si allinearono con l’asse di dominazione USA-UE-NATO col loro silenzio o addirittura sostegno in nome dell’opposizione ai regimi autoritari.

La conseguenza di quella collaborazione di classe è che la gamma di guerre oggi è diventata un elemento permanente del discorso sulle politiche da attuare. L’osceno aumento di 80 miliardi di dollari nelle spese militari, sostenuto da ambo i partiti e dai media aziendali riflette quella collaborazione e l’impatto corrosivo di quasi due decenni di militarismo sulla politica e la consapevolezza del pubblico. Quindi per la BAP, il compito storico è chiaro. Il popolo dev’essere separato dall’oligarchia capitalista e si deve esporre la [reale natura dello stato. La nostra politica dev’essere chiara e la nostra retorica priva di ambiguità liberal. Dobbiamo esporre gli interessi di classe capitalisti mascherati da appelli agli interessi nazionali e al patriottismo. Il movimento anti-guerra deve avanzare in una chiara comprensione degli interessi economici e di classe alla radice delle strategie imperialiste e dei conflitti fra grandi potenze. Dobbiamo asserire senza equivoci la posizione che non possiamo liberarci del flagello della guerra senza liberarci del razzismo e del capitalismo e che la gente dovrebbe rigettare tutti i richiami a proteggere gli interessi nazionali promossi dalle élite dominanti.

Dobbiamo dire che se i governanti vogliono la guerra se la combattano da soli!

La posizione anti-guerra e anti-imperialista dev’essere considerata la massima espressione di internazionalismo e di solidarietà globale. Gli attivisti negli Stati Uniti devono rigettare tutti i tentativi di colorare di rosa il militarismo e riconoscere il loro obbligo morale—come cittadini di un impero—di opporsi a tutti gli interventi militari USA. Dobbiamo assumere la posizione che non permetteremo più a (politici) falchi imboscati di mandare i nostri figli e le nostre figlie in altre terre, dove diventano criminali di guerra combattendo altri lavoratori e poveri che vogliono solo giustizia sociale, sovranità nazionale e autodeterminazione per sé stessi.

L’agenda di guerra permanente della dittatura capitalista deve affrontare un’opposizione permanente della classe lavoratrice e degli oppressi. Il popolo deve capire il nesso fra le giustificazioni di sapore razziale per far la guerra all’estero con l’intensificazione della guerra in corso fra comunità nere e brune [meticcie “in riscatto” – ndt] negli Stati Uniti

Diciamo ai progressisti che non possono fingere di credere che “Black Lives Matter” (Le vite nere importano) negli Stati Uniti e non opporsi all’assalto all’umanità dei palestinesi, degli yemeniti, dei milioni perduti nella Repubblica Democratica del Congo, alla distruzione della Libia, ai colpi di stato in Honduras e alla destabilizzazione in Venezuela.

Rigettare la versione razzista del 21° secolo del fardello dell’uomo bianco con l’assurda nozione di guerra umanitaria e di responsabilità di proteggere e capire che la vera minaccia alla pace del mondo è l’impero di cui facciamo tutti parte.

Il nostro compito è chiaro: la posizione anti-guerra non è un di più. È un obbligo morale e politico fondamentale per i cittadini dell’impero. Il mondo non può più aspettare.

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Ajamu Baraka è l’organizzatore nazionale della Black Alliance for Peace ed è stato candidato nel 2016 a vice-presidente per il Partito Verde. È capo-redattore ed editorialista per il Black Agenda Report e editorialista per la rivista Counterpunch.

Ajamu Baraka – CounterPunch, 22.01.18
Titolo originale: The Responsibility to Protect the World … from the United States
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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