Introduzione alle tendenze della resistenza dei nativi | Alex Wilson e Praba Pilar

MOVIMENTO E MOBILITAZIONE

Coloro che si uniscono alla resistenza dei nativi americani, vecchia di secoli, dovrebbero lasciare da parte le narrazioni eurocentriche, la violenza culturale e le narrazioni di salvezza.


Per 500 anni i popoli nativi delle Americhe si sono ribellati, con diverse forme di resistenza, alla violenza, al femminicidio, alla distruzione della cultura e dell’ambiente da parte dei colonizzatori. I vari aspetti ed esempi di questa resistenza non compaiono nei discorsi e nella pratica della sinistra; al contrario, sono spesso resi invisibili. Come donne indigene che hanno partecipato attivamente e guidato la resistenza delle nostre comunità alla violenza coloniale, la nostra risposta alla domanda “Perché i poveri non si ribellano?” è condividere qui le nostre storie e quelle della nostra gente, non tanto come risposta a questa domanda, ma per stabilire un contesto alla nostra domanda: “Quando ascolterà la sinistra?”

Questo articolo è stato scritto nel quarto anniversario del movimento Idle No More (“Non più inerti”) e nell’ottavo mese della lotta e dell’accampamento dei nativi per impedire la costruzione della Dakota Access Pipeline (Oleodotto di accesso al Dakota) sulle terre sacre e ancestrali della nazione Sioux di Standing Rock. Scriviamo dalle nostre rispettive posizioni, geografiche e cosmologiche. Praba Pilar, una meticcia colombiana, ora vive alla confluenza del Red River e dell’Assiniboine. Alex Wilson, che è una Inniniwak, vive sul delta del fiume Saskatchewan, nel territorio tradizionale della sua gente, la nazione Cree Opaskwayak.

La resistenza dei nativi alla colonizzazione è la storia permanente e attuale delle Americhe. Le autrici sono collegate, come membri e come organizzatrici, a Idle No More, un movimento che riunisce e organizza attivisti da ogni parte delle Americhe e oltre, per onorare la sovranità dei nativi e proteggere la terra e l’acqua. Una distanza fisica considerevole ci separa, ma le vie d’acqua lungo le quali viviamo confluiscono nel Lago Winnipeg, collegandoci ad uno dei più grandi bacini idrografici del mondo, che si estende fino ad Alberta a ovest, alla Baia di Hudson a nord, alla regione dei Grandi Laghi a est e ben all’interno degli USA a sud.

La struttura e le interazioni complesse all’interno di questo sistema di fiumi, laghi e terre umide ci offrono un quadro per comprendere i movimenti sociali. Nelle nostre comunità, le visioni del mondo, i modi di vita e la resistenza dei popoli nativi si concentrano sull’amministrazione delle acque, della terra, delle piante, degli animali e delle altre forme di vita che ci danno il sostentamento; esse sono guidate da noi e ci governano sulla base di un’etica tradizionale, che valorizza la responsabilità nelle relazioni, la reciprocità e la sovranità collettiva e individuale. Percorrere questi sentieri etici intersecantisi ha consentito la nostra sopravvivenza come popoli e ora ci mette in condizione di reimmaginare un pluriverso, che si avvicina al concetto zapatista di un “mondo in cui coesistono molti mondi”.

DECOLONIZZARE LA SINISTRA BIANCA

La domanda perché i poveri (non) si ribellano è collegata concettualmente alla sinistra. La studiosa americana di filosofia della politica Susan Buck-Morss ci ricorda che la sinistra contemporanea ha avuto le sue origini nella visione del mondo europea: “Il termine ‘sinistra’ è chiaramente una categoria occidentale, essendo emerso nel contesto della Rivoluzione Francese”. Lo studioso argentino della modernità e del colonialismo Walter Mignolo riconosce che la sinistra ha seguito molteplici traiettorie e si è presentata nel mondo in molteplici iterazioni (secolare, teologica, marxista, influenzata dall’Europa), ma afferma che essa può ancora essere giustamente descritta come “sinistra bianca”. Il nome di “sinistra bianca” è stato dato da Mignolo dopo aver riconosciuto che questo movimento è emerso da una modernità che ha approfittato del colonialismo e dipende da esso.

Questa sinistra bianca ci preoccupa. Troppo spesso le sue teorizzazioni e azioni hanno universalizzato categorie politiche che si basano e riflettono esclusivamente visioni del mondo, conoscenze e teorici europei. Molti, a quanto pare, hanno dimenticato la fonte del linguaggio, delle pratiche e delle eredità della sinistra bianca. Mignolo invece no: “Il cosmopolitismo di Kant e la sua eredità propongono l’universalizzazione del nativismo/localismo occidentale. E la sinistra marxista, bene o male, appartiene a questo mondo”.

Riconosciamo che ci sono state delle intersezioni (alcune delle quali significative e potenti) fra la sinistra bianca e la resistenza dei nativi nelle Americhe. La nostra domanda è più ampia. Noi contestiamo i due assi del capitalismo e del social-comunismo, che assegnano ai nativi la parte delle controfigure del proletariato o del lumpenproletariat dell’Europa capitalista. Altri sinistrorsi non bianchi hanno lanciato sfide simili: “Dal punto di vista della decolonizzazione indiana, il problema non è solo il capitalismo, ma anche l’occidentalismo. Marx… propose una lotta di classe all’interno della civiltà occidentale, e anche la sinistra ebbe origine in Occidente”.

Abbiamo prima descritto un sistema etico che valorizza la responsabilità nelle relazioni, la reciprocità e la sovranità collettiva e individuale per i popoli nativi. Tale etica, che esisteva ben prima dell’arrivo nelle nostre terre dei primi esploratori e coloni europei, è rimasta e ci ha consentito di mantenere la nostra resistenza alla violenza, alla distruzione della cultura e dell’ambiente da parte dei colonizzatori. Le interrelazioni fra la nostra etica, visione del mondo e modi di vita da una parte e le acque, le terre e le forme di vita che ci danno sostentamento dall’altra sono tanto complesse e critiche per la nostra sopravvivenza quanto quelle fra i fiumi, i laghi e le terre umide nel bacino idrografico in cui abitiamo. Nel nostro scenario politico, tuttavia, dobbiamo anche navigare pericolosamente attraverso “costruzioni limitanti”, introdotte dai colonizzatori europei, che funzionano come canali, chiuse e dighe ideologiche.

Un primo esempio di queste costruzioni limitanti fu la bolla papale Inter Caetera, promulgata da papa Alessandro VI nel 1493, che poneva le basi per la giustificazione della Dottrina della Scoperta. Essa stabiliva che le nazioni cristiane avevano un diritto divino (basato sulla Bibbia) che garantiva loro la proprietà legale delle terre “non occupate” (dove per “non occupate” si intendeva “non occupate da popoli cristiani”) e il dominio sui popoli di quelle terre.

Un esempio attuale di queste costruzioni limitanti è la “narrazione della salvezza”, riprodotta inconsciamente da molti della sinistra bianca quando si avvicinano come alleati ai nativi americani o ad altre comunità non europee, ma presentano soluzioni sviluppate in isolamento, paternalistiche e/o non adeguate al contesto. Le narrazioni della salvezza sono spesso viste come benevole, ma non lo sono. Esse riflettono e perpetuano la prima giustificazione della colonizzazione, come descritta da Robert J. Miller nel suo libro Native America, Discovered and Conquered (America nativa, scoperta e conquistata):

“Dio ha ordinato [agli europei] di portare la civiltà, l’educazione e la religione ai popoli indigeni e di esercitare su di essi i poteri di paternalismo e sorveglianza”.

Alcuni nella sinistra bianca fanno affidamento su modelli codificati di leadership gerarchica, autorità strutturata, strategie e tattiche: una costruzione che elimina la possibilità di profonde alleanze con molti popoli o gruppi nativi che, per esempio, basano i loro modelli sulle relazioni o valorizzano la leadership comunitaria, piuttosto che quella conferita a singoli individui osannati. Come osservato da Mignolo, “i marxisti occidentali appartengono alla stessa storia di linguaggi e memorie dei cristiani, dei liberali e dei neoliberali. Il marxismo è… un risultato della civiltà occidentale”.

Per molti della sinistra bianca può essere difficile riconoscere questo. Le costruzioni ideologiche introdotte dai colonizzatori europei sono presenti da un tempo sufficientemente lungo per essere scambiate, a torto, per caratteristiche naturali del panorama politico. Come donne native impegnate nella resistenza, chiediamo alla sinistra bianca di osservare con più attenzione, di riconoscere che la colonizzazione continua anche oggi, di scegliere di de-centrare la violenza culturale che la accompagna e di ri-centrarsi su azioni di decolonizzazione.

COLLEGAMENTI FRA EMISFERI

Nell’emisfero meridionale delle Americhe, la co-autrice Praba proviene dal più grande ecosistema di altipiani al mondo, il Páramo de Sumapaz dell’Altiplano Cundinamarca in Colombia. Discendente dei Muisca Chibcha dell’Altiplano Cundiboyacense nella Cordigliera Orientale delle Ande, fu costretta a lasciare la Colombia come parte della diaspora provocata dagli orrori della guerra civile continua più lunga di tutto l’emisfero. Il Canada è il decimo Paese in cui ella ha vissuto. La Colombia ha un tasso di emigrazione fra i più alti in tutte le Americhe, con circa un cittadino su dieci che vive fuori dal Paese. Una parte ancora maggiore della popolazione (5,8 milioni di persone su una popolazione totale di 48,9 milioni) è costituita da rifugiati interni; i nativi e gli afro-colombiani sono la maggioranza di questi sfollati.

La base militare di Tolemaida, costruita nel 1954, è situata nella regione colombiana dove Praba ha trascorso i suoi primi anni di vita. Gli Stati Uniti sono stati coinvolti in azioni militari in Colombia fin dalla metà dell’Ottocento. I soldati americani sono una “presenza permanente” a Tolemaida. Come osservato nel rapporto Contribución al Entendimiento del Conflicto Armado en Colombia (Contributo alla comprensione del conflitto armato in Colombia), pubblicato nel febbraio 2015 dalla Comisión Histórica del Conflicto y sus Víctimas (Commissione storica del conflitto e delle sue vittime):

I governi degli Stati Uniti degli ultimi 70 anni sono direttamente responsabili della perpetuazione del conflitto armato in Colombia, per come essi hanno promosso la controinsurrezione in tutte le sue manifestazioni, aiutando ed addestrando le Forze Armate con i loro metodi di tortura e di eliminazione di coloro che essi considerano “nemici interni”, e bloccando tutte le vie non militari alla risoluzione delle cause strutturali del conflitto sociale e armato.

I militari a Tolemaida hanno continuamente attaccato la forte resistenza indigena nella regione e ora stanno deliberatamente inquinando le acque, gettando “pacchi di batterie, vetri rotti, ceramiche, indumenti e biancheria mimetici in lenta decomposizione, scatole di munizioni (etichettate in inglese e prodotte negli Stati Uniti) e dispositivi elettrici di ogni tipo… L’acqua è visibilmente tossica, verde in alcuni luoghi, arancione in altri, con una lucentezza oleosa e una schiuma chimica”.

Fare click sull’immagine per guardare il documentario “From the Heart of the World” (“Dal cuore del mondo”)

La catena montuosa costiera più alta del mondo, la Sierra Nevada de Santa Marta, si trova nella Colombia settentrionale. Sorgente di 36 fiumi, questi monti presentano diversi climi ed un’abbondante biodiversità. Per migliaia di anni, essi sono stati occupati senza interruzioni dal popolo Kogi, che ha amministrato le terre e le acque, ha resistito ed è sopravvissuto alla colonizzazione e alle sue pratiche, mantenendo intatti i propri usi, credenze e visione del mondo. Nel 1990, i Kogi invitarono un regista inglese, Alan Ereira, a lavorare ad un documentario intitolato From the Heart of the World: The Elder Brothers’ Warning (“Dal cuore della Terra: l’avvertimento dei fratelli maggiori”). Il documentario mostrava i devastanti impatti climatici e territoriali che le industrie petrolifera ed estrattiva avevano avuto sulle terre e le acque del popolo Kogi.

Da allora, i Kogi hanno “visto frane, alluvioni, deforestazione, il prosciugamento di laghi e fiumi, lo spogliarsi delle cime dei monti, la morte degli alberi”. In risposta, i Kogi hanno recentemente realizzato un secondo film con Ereira, intitolato Aluna. In questo film, essi spiegano le complesse relazioni dell’acqua, dalle aree costiere e lagunari alle cime coperte di ghiaccio. “Vogliono mostrare con urgenza che il danno causato dal disboscamento, dalle miniere, dalla costruzione di centrali elettriche, strade e porti lungo la costa e alla foce dei fiumi … ha conseguenze su ciò che accade sulla cima dei monti. I picchi una volta bianchi ora sono bruni e spogli, i laghi sono prosciugati e gli alberi e la vegetazione per loro vitale stanno appassendo”. Che cosa chiedono i Kogi nel film? Chiedono che i non-nativi si impegnino con i nativi e le loro conoscenze per proteggere i corsi d’acqua, le terre e gli esseri viventi e per fermare la distruzione dell’ambiente.

I POPOLI NATIVI NEL MIRINO

Non lontano dal territorio Kogi, si trova il terreno desertico del nord-est, patria dei Wayúu, la più grande popolazione nativa della Colombia. Sopravvissuti ai massacri dei paramilitari e allo sfollamento, essi ora stanno morendo di fame e di sete, perché sono state costruite dighe sulle loro riserve di acqua, che sono state privatizzate e deviate alla miniera di carbone El Cerrejon, di proprietà di Angloamerican, Glencore e BHP Billiton. Come riferito dal Direttore delle Relazioni Internazionali della miniera, questa “usa circa 27.000 metri cubi di acqua al giorno, durante le sue 24 ore di funzionamento”. Lo International Work Group for Indigenous Affairs (Gruppo di lavoro internazionale per gli affari dei nativi) riporta che la deviazione dell’acqua, unita all’attuale siccità nella regione, ha causato la malnutrizione di 37.000 bambini nativi a La Guajira e la morte di fame di almeno 5.000 di essi. Armando Valbuena, l’autorità tradizionale dei Wayúu, stima il numero attuale di decessi “vicino a 14.000 e non se ne vede la fine”.

I confini di stato fra Venezuela e Colombia attraversano il territorio del popolo Wayúu. Entrambi gli stati violano grossolanamente i diritti umani dei Wayúu. Come riferisce Jakelyn Epieyu, di Fuerza de Mujeres Wayúu, “Io credo che viviamo in una dittatura della sinistra in Venezuela e in Colombia in una dittatura della destra, cosa che ci è costata sangue e fuoco”. In Colombia, i nativi e gli afro-colombiani sono stati classificati come “potenziali nemici dell’identità nazionale. Nel periodo in cui la socio biologia e l’eugenetica erano ideologie diffuse nella classe dominante e fra gli intellettuali dell’America Latina, la Colombia definì come ‘bianca’ la base culturale della nazione”.

Questa politica di blanqueamiento (diventare bianchi) è continuata ed interessa ogni arena politica in Colombia. Come riferisce il leader della comunità Misake, Segundo Tombé Morales, “Il movimento dei nativi, inteso in senso generale, resta a terra; è come se noi fossimo nemici del popolo colombiano, dei contadini; ancora oggi, vedere un nativo per strada è un motivo sufficiente di rifiuto e di disprezzo per qualsiasi persona”.

Queste non sono astrazioni o discussioni polemiche. Sono esperienze vissute, generate da una guerra atroce, che vede i nativi nel mirino, come spiega Alison Brysk nel suo libro From Tribal Village to Global Village (“Dal villaggio tribale al villaggio globale”): “Gli indio sono uccisi perché difendono le loro terre e perché mendicano quando ne sono scacciati, perché coltivano la coca e perché non la coltivano, perché sostengono la guerriglia e perché non la sostengono, e, soprattutto, perché osano reclamare i diritti che la Colombia garantisce ma non può far rispttare”. Fra le vittime ci sono anche componenti della famiglia di Praba, alcuni dei quali furono uccisi in guerra, e altri arrivarono quasi a morire, ma in qualche modo sopravvissero: la madre, che fu prelevata in strada da un carro armato (cosa che spinse la famiglia ad abbandonare il Paese), o Praba stessa, che, mentre era in visita in Colombia nel 2006, percorse una strada appena 15 minuti prima che esplodessero delle bombe che uccisero tutti coloro che si trovavano nel raggio di 1,5 km.

Ci sono più di 100 gruppi di nativi in Colombia. In una sentenza della Corte Costituzionale colombiana del 2009, più di un terzo di essi venne identificato “a rischio di sterminio a causa del conflitto armato e di trasferimenti forzati”. Le comunità di nativi in Colombia sono colpite dalla guerra civile in modo sproporzionato: “Le parti in conflitto – precisamente, le forze armate colombiane, i gruppi paramilitari di ultra-destra e i guerriglieri di sinistra (come le FARC e ELN) – hanno tutte commesso crimini contro i popoli nativi”. I paramilitari e le forze armate governative hanno commesso massacri e assassini, hanno terrorizzato le popolazioni e generato profughi. Anche i guerriglieri di sinistra hanno svolto un ruolo distruttivo, come spiega uno dei giudici che hanno contribuito a redigere la sentenza della Corte:

Innanzitutto, il territorio dei nativi serve come il posto remoto e “ideale” per condurre delle operazioni militari. In secondo luogo, le parti in conflitto spesso coinvolgono i nativi nella violenza, attraverso, fra le altre cose, il reclutamento, omicidi selettivi e l’uso di comunità come scudi umani. In terzo luogo, le terre ancestrali, ricche di risorse, sono minacciate dalle attività economiche estrattive collegate al conflitto, fra cui miniere, petrolio, legname e agricoltura intensiva. In quarto luogo, il conflitto peggiora la povertà, la cattiva salute e la malnutrizione preesistenti e tutti gli altri svantaggi socio-economici patiti dai popoli nativi.

Il leader Misak Pedro Antonio Calambas Cuchillo spiega che i nativi non hanno possibilità di scelta sul loro coinvolgimento: “Noi, come popoli nativi, abbiamo sempre cercato di stare lontani dai gruppi armati, sia l’esercito sia i guerriglieri, ma spesso scoppiano battaglie fra loro, e noi siamo sempre coinvolti dai guerriglieri, precisamente dalle FARC, e dalla forza pubblica”.

La Colombia e altre nazioni dell’emisfero meridionale sono collegate al Canada nell’emisfero settentrionale tramite le multinazionali minerarie canadesi. Durante un viaggio a Ottawa nel 2014, in parte sponsorizzato dalla Assembly of First Nations (“Assemblea delle Prime Nazioni”, un’organizzazione canadese che rappresenta le Prime Nazioni in tutto il Canada), i difensori dei diritti umani e dei nativi colombiani osservarono che “nel loro paese, il commercio e gli investimenti canadesi stanno facendo profitti da un ‘genocidio’ contro le comunità dei nativi, perché la terra viene sgombrata per far posto allo sviluppo delle risorse”. I popoli nativi in Canada hanno raccontato la stessa storia.

IN DIFESA DELLA TERRA E DELL’ACQUA

A nord, Alex proviene dalla nazione Cree Opaskwayak e dal delta del fiume Saskatchewan. Il nome Saskatchewan deriva da una parola Cree, kisiskâciwanisîpiy, che significa “fiume che scorre veloce”. Il delta del Saskatchewan è un sistema naturale di 10.000 km2 di fiumi, laghi e terre umide che funziona come un filtro e ripulisce l’acqua, la terra e l’aria della regione. È una delle aree con maggiore biodiversità del Canada e ha fornito sostegno e sostentamento alle comunità native per più di 10.000 anni con la caccia, la caccia con le trappole e la pesca.

Il sapere tradizionale Cree fa risalire la loro presenza su queste terre e acque a prima delle ultime due glaciazioni. Oggi, il delta del Saskatchewan è controllato e influenzato da molti fattori umani. Fra questi citiamo: la diga di Manitoba Hydro a Grand Rapids; la diga EB Campbell, di proprietà di SaskPower; Ducks Unlimited, un’azienda privata americana; fosfati provenienti da fertilizzanti agricoli e altre sostanze inquinanti che scorrono nei corsi d’acqua del delta.

Il popolo Cree di questa regione ha difeso la terra e i corsi d’acqua del territorio per molte generazioni. Cresciuta nel nord, Alex ha acquisito le prime conoscenze sull’acqua giocandovi, misurando la profondità delle acque del disgelo in primavera guadandole fino a che le si riempivano gli stivali, navigando gli effimeri torrenti estivi su zattere fatte in casa, e strisciando attentamente sul ghiaccio dopo le prime gelate invernali, per verificare se era abbastanza solido per pattinare. Diventata adulta, la sua comprensione dell’acqua crebbe in complessità. Nella lingua Cree, “acqua” si dice nipiy. La prima sillaba, ni, è riferita alla “vita” e fa anche parte della parola Cree per “io” o “me stesso”, evocando così le relazioni fra le persone e l’acqua. Il termine nipiy ha anche un altro significato: morire o far morire. L’acqua, nella loro concezione, è una questione di vita o di morte.

Il complesso sistema di fiumi e laghi nel nord che sostentava i popoli nativi fornì anche le vie d’accesso alla colonizzazione delle loro terre da parte degli europei. La prima presenza europea significativa nel Canada settentrionale fu quella dei commercianti di pellicce. Essi raggiunsero quel territorio viaggiando sui corsi d’acqua lungo i quali vivevano i nativi. I popoli nativi si erano basati sulla caccia con le trappole per la loro sopravvivenza, raccogliendo risorse critiche per nutrire e vestire le loro famiglie. Essi sapevano dove si trovavano gli animali nei loro territori e come cacciarli in un modo che ne avrebbe mantenuto la presenza, gestivano attentamente le loro risorse per assicurare la sostenibilità del loro modo di vivere, delle loro terre, delle acque e degli animali e delle piante che condividevano il loro territorio.

Il commercio di pellicce, tuttavia, generò profondi cambiamenti nello stile di vita dei popoli nativi, fra cui il passaggio da un’amministrazione sostenibile delle risorse a un’economia basata sulle materie prime e la decimazione di animali critici per il sostentamento. Inoltre, il commercio di pellicce aprì il nord ai missionari, che portarono le narrazioni di salvezza e la determinazione di sostituire le nostre tradizionali cosmologie, spiritualità, stili di vita ed etica con costruzioni e pratiche cristiane.

Il commercio di pellicce fu la prima di una serie di dannose attività di sfruttamento delle risorse naturali nel Canada settentrionale: l’economia di questa regione è ora basata soprattutto sulle miniere, il legname e la produzione di energia idroelettrica. Il delta del Saskatchewan fu drammaticamente modificato dalla costruzione di due grandi dighe idroelettriche negli anni ’60. Le dighe restringono e alterano il flusso delle acque del Saskatchewan, cancellano i cicli naturali, che rinnovano le terre circostanti e sostentano la flora e la fauna; inoltre generano alluvioni che hanno scacciato intere comunità di nativi dalle loro terre. L’acqua del sistema fluviale è anche usata per l’agricoltura e come acqua potabile per le città e i centri abitati che si sono sviluppati lungo i corsi d’acqua. Allo stesso tempo, gli scarichi agricoli e le acque reflue dei centri urbani hanno introdotto nel sistema fluviale fertilizzanti, altre sostanze chimiche di origine agricola e industriale, rifiuti e altri inquinanti.

Nella patria di Alex, il Manitoba settentrionale, i corsi d’acqua, amministrati per millenni dai nativi, sono ora controllati da Manitoba Hydro o da Ducks Unlimited. La famiglia di Alex disponeva tradizionalmente le sue trappole lungo la palude Summerberry, fra il lago Moose e la nazione Cree Opaskwayak. Dopo la costruzione delle dighe, i loro effetti devastanti furono evidenti in tutte le terre e le acque in cui essi ponevano trappole, cacciavano e facevano il raccolto. Insediamenti e cimiteri furono allagati. I fiumi e le terre attraverso i quali essi si erano spostati per anni diventarono sconosciuti e pericolosi. Furono spezzati i loro legami e relazioni con la terra, le acque, gli animali da pelliccia, gli uccelli migratori e le piante; fu impossibile mantenere gli stili di vita tradizionali. Furono introdotti limiti per la caccia con le trappole (fra cui uno che poneva limiti annuali decrescenti sul numero di topi muschiati che suo nonno poteva catturare) e licenze di pesca; furono bandite pratiche tradizionali, come gli incendi controllati (una tecnica per rinnovare la popolazione di topi muschiati in una data zona). Per i nativi, tutto ciò causò un passaggio dalla sovranità alla dipendenza alimentare. Le persone furono cambiate per sempre.

IDLE NO MORE

Il movimento nativo di base Idle No More (“Non più inerti”) è nato nell’autunno 2012 come un’iterazione contemporanea della resistenza continua alla violenza coloniale diretta contro i popoli nativi e i corsi d’acqua, le terre e gli esseri viventi che li sostentano. Fu iniziato da quattro donne (native e no) che si sentirono obbligate ad agire per affermare la sovranità dei nativi, per proteggere e prendersi cura della terra, dell’acqua e di tutte le creature viventi, e per affrontare forme di oppressione coloniale vecchie e nuove.

Il movimento iniziò poco tempo dopo l’affermazione dell’allora primo ministro Harper al vertice del G20 del 2009 che il Canada “non ha una storia di colonizzazione”. Quando Idle No More stava muovendo i primi passi, si stimava che in tutto il Canada circa 1.000 donne o ragazze native erano scomparse o erano state assassinate; più tardi, il governo federale riconobbe che quel numero era troppo basso, e che forse ammontava a 4.000 donne o ragazze. La nascita di Idle No More avvenne poco dopo l’introduzione, da parte del governo federale, di leggi o cambiamenti legislativi (ora approvati) che permettevano ai governi locali e alle grandi aziende di eludere le responsabilità e gli obblighi derivanti dai diritti dei nativi protetti in base alla costituzione o ad altre leggi, dai diritti basati sui trattati e dai diritti umani. Fra le altre, ricordiamo due proposte di legge omnibus con articoli che stabilivano procedure che avrebbero consentito la privatizzazione delle terre delle Prime Nazioni, sostituito lo Environmental Assessment Act (Legge di valutazione ambientale) in vigore, esentato gli oleodotti e gli elettrodotti dal Navigable Waters Protection Act (Legge di protezione delle acque navigabili) e privato migliaia di laghi, fiumi e torrenti della protezione data da questa stessa legge.

Idle No More iniziò con una serie di incontri in Saskatchewan sui cambiamenti legislativi previsti e con danze in cerchio che radunarono i nativi e i loro alleati in spazi pubblici, come edifici governativi, centri commerciali, incroci. Già nel primo mese di attività, si organizzò una “Giornata nazionale di azione e solidarietà”, in cui si tennero in tutto il Canada raduni e marce di protesta contro le proposte di legge, portando ovunque da centinaia a migliaia di persone a ogni evento. Dopo aver trasformato gli spazi pubblici in spazi politici, non era più possibile che rimanessimo invisibili. Le persone intorno a noi non potevano più far finta di non vedere i popoli nativi e le loro istanze.

Idle No More si sviluppò rapidamente in un movimento globale concentrato sul diritto dei popoli nativi alla sovranità, sulla nostra responsabilità di proteggere il popolo, la terra, i corsi d’acqua e gli altri esseri viventi dalla violenza e dalla distruzione delle grandi aziende e dei colonizzatori, sulla resistenza continua al neo-colonialismo e al neo-liberismo. Tali questioni costituiscono un ampio terreno comune: una caratteristica notevole di Idle No More è stato il grado di collaborazione con organizzazioni con scopi simili e con singoli alleati. Inoltre, Idle No More opera secondo un modello di leadership non gerarchica, basato sull’etica tradizionale di responsabilità relazionale. Esso ha raggiunto (sia digitalmente sia fisicamente) le persone per portarle nel cerchio, per far parte della leadership diventando attori politici. Come ha osservato Wanda Nanibush, un’organizzatrice di Idle No More:

Noi di Idle No More abbiamo messo in evidenza le voci delle donne, le voci delle persone con due spiriti e le voci dei giovani. Questo ha veramente galvanizzato voci che non avevano mai fatto parte di questo modo di pensare o della democrazia canadese. Idle No More è stato veramente stupefacente nel sollevare la questione della democrazia, di come governeremo questo paese, di quali voci saranno realmente al tavolo, all’avanguardia di tutte le nostre lotte … Tutte le lotte si uniscono sotto la bandiera dei diritti dei nativi.

UNIRSI ALLA RESITENZA DEI NATIVI

I Kogi, i Wayúu e Idle No More sono collegati attraverso le Americhe dalla violenza della colonizzazione, dai corpi – di terra, acqua, ecosistemi, esseri viventi, animali e umani – e dalle conoscenze, dai modi di vita, dalle visioni del mondo e dalla resistenza. Chi vuole unirsi ai 500 anni di resistenza dei nativi può lavorare sull’abbandono dei vincoli che essi impongono all’alleanza, abbandonando l’universalizzazione delle narrazioni e della visione del mondo europea, la violenza culturale e le narrazioni di salvezza.

Quando il subcomandante Marcos si unì ai Maya, dovette ripensare la sua prospettiva, marxista e urbana, nei termini dei nativi. Egli scrive di questa esperienza: “Il risultato finale era che non stavamo parlando a un movimento nativo in attesa di un salvatore, ma con un movimento nativo con una lunga tradizione di lotta, con un’esperienza significativa e molto intelligente: un movimento che ci stava usando come il suo braccio armato”.


Questo saggio è un estratto da un capitolo del libro Why Don’t the Poor Rise Up? AK Press, 2017 (“Perché i poveri non si ribellano?”).


Alex Wilson è una Swampy Cree, della nazione Opaskwayak Cree. È professore e direttore accademico del Centro di Ricerca sulla Cultura Aborigena dell’Università del Saskatchewan.

 

 

 

Praba Pilar è un’artista colombiana della diaspora, che vuole rompere la partecipazione del tutto passiva al “culto della tecnologia” contemporaneo. Pilar ha conseguito un PhD in Performance Studies all’Università della California
a Davis.

 

 


16 gennaio 2018 – roarmag.com
Titolo originale: Grounding the currents of Indigenous resistance
Traduzione di Franco Malpeli per il Centro Studi Sereno Regis

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