Palestina. La bella resistenza | Mirca Leccese

Viaggio in Palestina dal 28 dicembre 2017 al 4 gennaio 2018 con Assopace Palestina e Luisa Morgantini

LA BELLA RESISTENZA

Sono un’insegnante di scuola media superiore di Torino, da sempre seguo la questione Palestina, a modo mio, partecipando a manifestazioni, leggendo libri, vedendo film sull’argomento, direi più con un’attitudine intellettuale che politica, non mi definirei certo un’attivista.

Da anni, con la mia amica Cinzia, progettavamo questo viaggio, con l’associazione Assopace Palestina, ma solo  quest’anno si sono create le giuste condizioni personali per farlo. Prima di partire ho ampliato le mie ricerche sull’argomento, sui siti come il vostro, su libri, giornali  e con testimonianze delle mie amiche Donne in nero, mi sentivo abbastanza preparata sulla Storia palestinese del passato, anche sull’ultima folle provocazione  di Trump, quindi sulle ultime rivolte, ma appena arrivata là, mi sono resa conto che la realtà dell’orrore superava ogni descrizione letteraria.

Il giorno 29/1, dopo aver trascorso una mattina nella visita della scuola di musica Al Kumandjati e dopo l’emozionante incontro con Fadwa Barghouthi, moglie di Marwan, cominciavo a farmi una vaga idea delle prigioni israeliane e delle tante famiglie palestinesi orfane di uno o più familiari, costrette a lunghissimi viaggi per visite, con poche possibilità di vedersi e di abbracciarsi. Di recente a Torino avevo seguito gli incontri del comitato Terra Palestina sulla condizione dei detenuti palestinesi e sapevo che le galere israeliane sono piene di bambini.

Il pomeriggio, con i miei compagni di viaggio, siamo andati in autobus al villaggio di Nabi Saleh, era venerdì, giornata di lotta, e mentre ci avvicinavamo all’entrata del villaggio due soldati israeliani ci hanno bloccati e rimandati indietro in malo modo; intanto io guardavo allibita, a 500 m. da noi, un gruppo di bambini dai 6 anni ai 12 che lanciavano pietre a dei soldati lontanissimi, i quali rispondevano con lacrimogeni!!Le pietre non colpivano alcun soldato,  ma i gas urticanti arrivano ovunque! Ho visto un gruppetto di soldati dell’età dei miei allievi, con facce arrabbiate che colpivano dei bambini…era la prima volta, mi sembrava un film di guerra, decisamente non ero preparata a tali scene….

Siamo restati con la famiglia Tamimi tutto il pomeriggio, essi non erano affatto meravigliati della situazione, ci hanno spiegato che avviene di sovente e hanno mostrato dei soprammobili in giardino fatti con i candelotti dei lacrimogeni, che infestano questa bella vallata. La loro commovente testimonianza delle offese, pestaggi, torture subite, mi sconvolgeva e soprattutto mi chiedevo come potessero continuare a lottare, con così tanti famigliari in galera. Ho conosciuto Janna Jihad, la più giovane giornalista del mondo che parla come un’adulta della situazione dell’occupazione.

E’ stato questo il vero inizio del mio viaggio, il primo contatto con l’ingiustizia palese, perpetrata, di un popolo invasore su un popolo vittima, ma resistente.

I GIOVANI

Causa la mia professione cercavo sempre di conoscere la situazione dei giovani, le loro aspettative per il futuro, ne ho conosciuti parecchi, perché dal giorno dopo abbiamo fatto tanti incontri con rappresentanti di associazioni come Pyalara a Ramallah che cercano di sostenere i giovani, i detenuti, le donne, ho visitato due campi profughi di Aida e di Balata, dove città intere vivono contando l’acqua che consumano, la corrente; generazioni di famiglie hanno vissuto in questi campi, che, da accampamenti di tende dopo la Naqba, sono diventati oggi favelas in muratura, dove i giovani non hanno futuro, eppure anche qui ho incontrato dei ragazzi  che con pochi mezzi e tanta fantasia realizzano filmati, inventano corsi di informatica per gli studenti o di artigianato, alcuni cantano o ballano.

I ragazzi sono tantissimi, tutti ci chiamano mama, li guardo, hanno l’età dei miei allievi, se fossero nati in Europa frequenterebbero mille corsi di musica, sport o potrebbero viaggiare, mentre qua non possono neanche spostarsi dalla loro città, (dipende dai documenti che possiedono), non possono neanche fare parkour, come dimostra il bel corto di H. Al Ahoubi, MATE SUPERB, perchè disturberebbero i soldati israeliani nelle loro incursioni.

Pur così segregati studiano, usano internet, quando c’è la corrente, conoscono la musica internazionale, parlano benissimo inglese, hanno ancora fiducia nel fatto che un diploma sia un ascensore sociale, i miei allievi no.

I ragazzi di Human Supporter di Nablus ci hanno offerto un’esibizione di break dance e hip hop, ho messo le foto sul loro sito, ma quando penso ad essi, mi chiedo quanti riusciranno a studiare e a lavorare? E quanti finiranno innocenti in galera?

LE DONNE

Da sempre faccio parte di associazioni femministe, quindi prima di partire ho letto tutti i libri della Khalifa, della Abulhawa, di S. Amiry, mi illudevo di poter conoscere la situazione della donna palestinese in famiglia e di approfondirla in loco: in realtà non mi è stato possibile.

Ho incontrato tante donne nelle associazioni, nei villaggi, nelle  scuole: mi ha particolarmente colpita la forza di Fadwa Barghuoti, avvocata che lotta per il marito in prigione, Marwan, (il Mandela palestinese) per la sua famiglia e per il suo popolo che per lei sono una cosa sola. Lo aspetta da 16 anni, ha cresciuto i figli da sola, e per ora non può neanche visitarlo, com’è possibile che tutto questo non uccida l’amore? Eppure lei non sembra una vittima e afferma che lo rifarebbe.

Pensavo alle nostre donne durante la seconda guerra mondiale, alle partigiane, hanno attuato le stesse azioni contro i Tedeschi, ma per un tempo limitato, qui le ragazze sanno già che sposano un giovane resistente, lo vedranno ben poco, cresceranno i figli da sole e intanto lotteranno anche loro, in una realtà di povertà e disoccupazione.

Le donne sono le prime nelle manifestazioni, si sobbarcano viaggi e umiliazioni per visitare i parenti in galera, finiscono anch’esse in prigione e senza privilegi….si veda l’attuale caso di Ahed Tamimi.

Non ho capito realmente se ci sia la  parità di diritti o di stipendi, ma anche da noi esiste ancora grande disparità sociale ed economica.

La loro situazione è talmente unica che non posso usare le mie categorie mentali: un’ attivista ci ha raccontato che mentre stava preparando con le sue compagne gli incontri per il 25 novembre, (la giornata mondiale contro la violenza sulle donne), è scoppiata la questione Trump e di nuovo, non c’è stato  più il tempo per la specificità  femminile, bisognava lottare come popolo e come dar loro torto?

Anche in Italia il nuovo diritto di famiglia del 1975 ha dovuto aspettare due guerre mondiali e 3 decenni, perché anche per la sinistra c’erano sempre problemi più importanti.

Riguardo alla posizione delle donne nella famiglia, spero di poter approfondire la questione con futuri incontri, se avrò la fortuna di tornare.

 La Dignità La Bella Resistenza

E’ il sentimento più forte che ho rilevato in tutti gli incontri, dalla fanciulla violinista della scuola Al kamandjati a Ramallah, ai contadini di Hebron, al maestro della scuola nella valle del Giordano, alla famiglia Tamimi a Nabi Saleh.

Nel campo profughi di Aida ho incontrato gli animatori  del centro culturale Al Rowwad che si occupano di tener viva la cultura palestinese per i bambini che fanno fatica ad andare a scuola: proprio essi ci hanno parlato della Bella Resistenza, fatta a colpi di video, libri e arte per i più piccoli.

Questo è uno dei tanti esempi di resistenza pacifica, un altro esempio l’ho visto tra le colline di Hebron dove Hafez a Camp Sumud ci ha raccontato di aver insegnato ai bambini a non tirare nemmeno le pietre, per insegnar loro la risposta pacifica  alla violenza quotidiana.

Infine ho ascoltato con grande commozione due esponenti dell’associazione Parents Circle, (600 famiglie  pacifiste,  israeliane e palestinesi che hanno perso un figlio a causa dell’occupazione e che lottano insieme contro l’apartheid), entrambi ci hanno raccontato la perdita subita e come lentamente hanno ripreso a vivere cercando la pace tra i due popoli, ma mentre Bassem è compreso e sostenuto dalla sua comunità araba, Ramy è stato ostracizzato dal suo popolo ed è per questo che con dignità ci ha detto-Sono stato isolato dai miei connazionali, ho perso tanti amici, ma ho trovato una nuova famiglia in Palestina-.

LA BELLEZZA

Colpisce la bellezza dei bambini, delle donne, degli ulivi, della valle del Giordano, i centri storici di Nablus e Betlemme.

E poi c’è Gerusalemme…quando ho visto la Spianata delle moschee, la moschea di Omar, la moschea di Al Aqsa ho pensato- Ecco perché da tanti secoli si lotta per te!- So che le guerre non nascono per la voglia di bellezza, ma per la brama di territorio, eppure… c’è tanta cattiveria nel voler togliere ai palestinesi Gerusalemme est, luogo sacro per 3 religioni e centro della cultura per tutto il mondo.

IL SADISMO

In anni recenti ho visto molti film sui Territori occupati e in tutti, specialmente in Private di S. Costanzo e nel Giardino dei limoni di E. Riklis avevo avuto la sensazione di una patologia nei comportamenti dei soldati e del governo israeliano, ma solo ora ad Al Atwani, vicino Hebron tra quei magnifici ulivi devastati dai coloni, mi si è materializzata la parola giusta: SADISMO.

Non si può chiamare altrimenti il sentimento che spinge i coloni a picchiare i bambini che vanno a scuola per colpire i genitori e costringerli ad andarsene: ho ascoltato con orrore i racconti dei contadini e dei ragazzi volontari di Operazione Colomba che ora accompagnano i bambini per proteggerli.

Ho visitato Hebron, la città fantasma, la famosa Shuahada street del documentario  This is my land. Hebron, (Amati, Natanson, 2010)  dove i palestinesi non possono camminare, ho visto le reti  fissate in alto, per proteggere gli abitanti dai rifiuti organici ed escrementi umani, che i coloni buttano loro addosso. I negozi sono quasi tutti chiusi, le case dei palestinesi sbarrate, le porte saldate.

E le risorse idriche: nella valle del Giordano sono andata a visitare una scuola che ha già ricevuto varie volte l’ordine di demolizione, (da attuarsi a sorpresa…):  i bambini devono centellinare l’acqua da bere, mentre  di fronte, a pochi metri dalla scuola ci sono due enormi cisterne d’acqua rapinata dagli israeliani, ai Territori.

Ho visto baracche di beduini, spesso demolite a sorpresa (ancora più penalizzati in quanto nomadi e più vulnerabili ), al cui confronto gli accampamenti Rom in Italia sono villette a schiera.

E il Muro che con la scusa della difesa dai razzi, ha mangiato ai Territori centinaia di km dal 2002 ad oggi.

Tutto questo mi fa ricordare i tantissimi film sulla Shoah che ho visto, la stessa disumanizzazione del nemico, lo stesso disprezzo degli essere umani, il sadismo.

Infine mi chiedo cosa spinga persone normali a torturare dei bamini in galera, promettendo sconti di pena in cambio di accuse ai propri famigliari. Solo una patologia, la stessa che affliggeva i  nazisti, o i torturatori  cileni e argentini negli anni ’70.

Qui mi è sorta la prossima domanda

Gli israeliani sono tutti mostri?

Mostri si nasce?

Verso gli ultimi giorni del viaggio, dopo le visite ai campi profughi di Aida e di Balata, dopo avere conosciuto la realtà dei coloni, gli hotspot, nel mio cervello si stava creando l’immagine dell’israeliano-mostro dalla nascita, ma da pacifista, non potevo accettare questa possibilità.

Inoltre  Luisa Morgantini ha  insistito più volte esortandoci a non farci trascinare nell’odio verso gli israeliani e infine un giorno ho incontrato anche quelli bravi, ho visto il documentario (Objector, M. Stuart) su Atalya Ben Abba,  la refusenik che, già attivista dei diritti umani, a 18 anni ha preferito andare in galera piuttosto che fare il sodato: questa scelta ha avuto come conseguenza lo stigma sociale, ogni carriera stroncata, vivere da outsider, eppure lei continua con la sua associazione Mesarvot a lottare contro l’occupazione e oggi le ragazze refusenik sono già sette!

Ho saputo dell’ apporto dell’associazione Bet Salem che dall’89 si occupa di documentare la sistematica violazione dei diritti umani ad opera di Israele contro i palestinesi nei processi, (torture anche di minorenni), nelle demolizioni di case, nella rapina continua delle risorse idriche.

Infine la studiosa Nurit Peled ha dimostrato con il suo libro, La Palestina nei testi scolastici di Israele, che non si nasce mostri, lo si diventa con il sistematico lavaggio del cervello ad opera della famiglia, della scuola e della società.

Quindi gli israeliani buoni sono quelli che si sono messi contro il loro Paese, che sono considerati traditori e che pagano le conseguenze  con lo stigma sociale; sono pochi però esistono.

LA RABBIA E LA VERGOGNA

Ho provato molte volte vergogna in questo viaggio, da quella dovuta a problemi materiali ( se in un campo profughi andiamo tutti in bagno, sprechiamo l’acqua di una settimana) a quella morale, di fronte ai check point, (ragazzi diciottenni che con disprezzo, ci impongono di retrocedere), guardando le donne e i bambini che non meritano quella sofferenza e pensando che dopo io torno al mio mondo, ma loro restano qui a subire la prepotenza quotidiana.

L’impotenza provata all’aeroporto dove abbiamo atteso due ore e sopportato domande intimidatorie, sempre volte a scoprire se eravamo stati nei campi profughi o se qualcuno ci avesse messo un oggetto in valigia, certo il popolo israeliano è malato di terrore, ma produce solo rabbia e violenza intorno a sé.

Ma la maggior sensazione di impotenza e vergogna l’ho provata alla sede dell’OCHA, quando il funzionario ci ha mostrato due ore di dati precisi sull’ingiustizia subita dai Palestinesi e alla nostra spontanea  domanda – ma se l’Onu sa tutto questo perché non sanziona Israele? La risposta è stata – Il perché lo sai benissimo anche tu – già so bene anch’io da quali Paesi è formato l’Onu e il suo Consiglio di Sicurezza e so che il mio Paese vende armi ad Israele, oltre che all’Arabia Saudita che bombarda i bambini dello Yemen.

Tutti sappiamo tutto, grazie a internet e siamo tutti complici, quindi sono complice anch’io di questa ingiustizia……impotenza, vergogna.

Il viaggio è finito, cosa posso fare ora nella mia città?

Appena tornata la nostalgia era molto forte, mangiavo datteri e humus,  leggevo e parlavo solo della Palestina, soprattutto con i miei allievi, con i quali preparerò un incontro per le classi quinte dell’istituto con i volontari di Operazione Colomba di Torino

Sto seguendo più di prima gli incontri del BDS, e del Sereno Regis, mi tengo in contatto con tutti i miei compagni di viaggio per scambiarci idee e iniziative e faccio diffusione come posso con tutti quelli che vogliono ascoltare e sono  tanti. Mi sono iscritta a vari siti informativi, compreso il vostro.

Mi sento diversa da quando sono partita, non si torna indenni da una terra così martoriata, so di non essere affatto un’esperta, anzi mi definirei una neofita che sta mettendo a frutto anni di letture e dibattiti, avendo finalmente nel cuore gli occhi dei bambini e delle donne palestinesi.

Ringrazio Asso pace Palestina e soprattutto Luisa Morgantini che con il suo entusiasmo e la sua saggezza ci ha contagiati tutti e ci ha indicato, anche nei momenti di rabbia e di impotenza, la via della non violenza.

Anche a Torino c’è un mondo di cose da fare per la Palestina e come sempre, comincio da me.


Torino 22/1/2018

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