Il senso della memoria e dell’utopia. La nostra Carla Gobetti | Pietro Polito


(20 maggio 1929 – 5 gennaio 2018)

Carolina Nosenzo, per tutti Carla, nasce a Torino il 20 maggio 1929. Dopo la guerra inizia subito a lavorare per il quotidiano “l’Unità” ed è lì che conosce Paolo Gobetti con il quale si unisce in matrimonio nel 1950. Nel 1961 con Ada Prospero, la giovane compagna e moglie di Piero, e il loro figlio Paolo, è tra i fondatori del Centro studi Piero Gobetti nella sede storica, in via Fabro 6, la stessa casa in cui vissero insieme Piero GobettiPiero e Ada.

Fin dall’inizio direttore del Centro studi, contemporaneamente per un certo periodo ha diretto l’Istituto per la storia della Resistenza in Piemonte. Dopo la morte di Ada nel 1968 diventa l’anima del Centro. Successivamente agli anni della direzione, ne è diventata prima il Presidente, poi il Presidente onorario.

Se dovessi riassumere in una espressione il senso del lavoro e della vita di Carla Gobetti, direi che ha impersonato nella cultura torinese e italiana degli anni Settanta, Ottanta e Novanta “un formidabile organizzatore della cultura” (come Gramsci ebbe a scrivere di Gobetti). Alla sua scuola si è formata una generazione di storici e storiche che hanno indagato i grandi temi e problemi del Novecento italiano, dalla crisi dello stato liberale al fascismo, dalla storia del movimento operaio a quella dei nuovi movimenti, dalla storia politica a quella economica, dalla storia della cooperazione a quella dell’emigrazione.

Particolare attenzione ella ha dedicato alle figure di Piero e Ada Gobetti e della tradizione morale prim’ancora che politica del gobettismo e dell’antifascismo liberale e democratico. Si deve molto al suo lavoro e alla sua capacità di riunire nel Centro e attorno al Centro gruppi di giovani appassionati allo studio, alla ricerca e all’impegno, se il messaggio del prodigioso giovinetto, il teorico di una immaginaria rivoluzione liberale, negli anni non ha mai perso di vigore.

Tra le sue tante imprese culturali desidero ricordarne una che, a un certo punto, mi ha visto coinvolto personalmente. Mi riferisco alla rivista “mezzosecolo”, gli Annali del Centro studi Piero Gobetti, dell’Istituto per la storia della Resistenza in Piemonte e dell’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza. Dal 1975 al 2006 ne è stata il direttore responsabile; dal 1985 il direttore insieme a Ersilia Alessandrone Perona. Nella presentazione di Norberto Bobbio al primo fascicolo si legge che “l’ideazione e la progettazione del nuovo periodico sino nei più minuti particolari sono di Franco Antonicelli” e che la rivista nasce per costruire “un unico e coordinato luogo di incontro per studiosi e ricercatori”.

Molti di noi hanno fatto la loro prima prova di scrittore sulle pagine di “mezzosecolo”. Ho vivo il ricordo di quando trent’anni fa, laureatomi con una tesi su Gobetti e Marx, con timore e tremore varcai la soglia dello studio di Carla, che prima era stato di Piero e di Ada, per sottoporle il progetto di un articolo per “mezzosecolo”. Era con noi, che abbiamo avuto la fortuna di incontrarla, comprensiva quanto severa, aperta quanto esigente, in ogni caso felice e orgogliosa dei nostri risultati. Il mio primo saggio storico dedicato a Gobetti e Sorel è comparso negli Annali 1985/1986 di “mezzosecolo”. Sulla copia da lei donatami Carla scrisse: “A Pietro Polito, finalmente autore!”.

Le pagine scritte da Carla sono poche ma preziose. In uno dei suoi rari contributi dedicato all’emigrazione politica ed economica dall’Italia verso la Francia si domanda: “Chi erano i nostri eroi?”. Per Carla, i veri eroi sono i semplici, gli sprovveduti, coloro che “quasi segnati dal cielo, si sono fatti carico delle aberrazioni (interne ed esterne) del loro Paese”. Si tratta di “una minoranza che si è fatta strada fra luci e ombre, errori e iniquità, ma non ha abdicato, nella situazione di forzata emarginazione nella quale si è venuta a trovare, ad alcuni inviolabili principi morali, smarriti dall’immensa maggioranza del popolo italiano”.

Da lei abbiamo imparato il senso della memoria e dell’utopia. Riferendosi alla storia del movimento operaio e dell’emigrazione politica ed economica si domanda: “Che cosa ne è dell’utopia oggi?”. Ecco la sua risposta: “Tutto questo che è stato, oggi è cultura: l’invisibile memoria dell’immensa maggioranza”.

Tra le immagini che sono state usate per lei in questi giorni di cordoglio e di commozione, mi piace richiamare quella proposta da Alberto Cavaglion: “una specie di Regina. Senza scettro e senza corona, ma regale nel comportamento e nella certezza della parola data a un amico”. In tutto quel che faceva Carla portava la serenità necessaria quando il mare è in burrasca, un’aria famigliare che metteva a loro agio gli amici e inquietava gli avversari, “uno spirito anarchico-francescano” (Cavaglion) che rinnovava e ravvivava in modo personale e originale i valori della tradizione gobettiana: l’intransigenza, l’anticonformismo, il rifiuto dell’ipocrisia, la tutela offerta alle eresie e alle minoranze.


Pietro Polito è direttore del Centro studi Piero Gobetti e socio del Centro Studi Sereno Regis. Articolo pubblicato sulla newsletter del 16 gennaio del Centro Gobetti

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