La Speranza di Ola | Alessandro Ciquera

La stanza ha poche finestre, quella che porta al balcone sembra inesistente fino a quando si sceglie di aprirla, i muri sono incrostati per la troppa umidità e nell’aria aleggia un pesante odore di tensione e sigarette consumate.
Si presenta così la casa di Hassan, che poi potrebbe chiamarsi anche Anwar, Mohamad, Rami, Fatima. La vita dei profughi siriani in Libano ha sempre un qualcosa di ripetuto, meccanico, prevedibile. Innumerevoli volte vieni fermato, innumerevoli volte riconosci nello sguardo quella richiesta impotente di soccorso. “Non abbiamo nessun altro se non Dio e voi”.
Un paragone importante, spesso mi mette a disagio ma so quanto di sincera disperazione ci sia dietro queste nove parole messe in fila.
Casa, garage, tende. Importa poco la modalità in cui ti sei trovato a vivere, per un gioco del destino o per avere bruciato tutte le risorse. Il filo rosso che lega tutte queste storie è una fondamentale mancanza di prospettive, una sensazione che può portarti alla follia se non controllata, e quanti ne abbiamo incontrati che hanno perso il senno dopo avere perso ciò che possedevano di più caro.
Succede, a chi ha perso tutto, alla fine di perdere anche se stesso.
Noi proviamo ad intervenire prima, per quanto possibile e all’interno delle nostre capacità umane. Cerchiamo di afferrare quella mano che sporge prima di scivolare nel precipizio.
Ognuno ha le sue storie, in certi casi la guerra e lo sfollamento ti rende una persona migliore, in altri peggiore, difficile rimanere come se nulla fosse successo.
Le strade in Libano sono costellate di edifici in costruzione dove i profughi della Siria trovano riparo, spesso arrivando a pagare centinaia di dollari per delle baracche fredde d’inverno e calde d’estate. Nessuno di noi razionalmente accetterebbe queste condizioni per se stesso e per la propria famiglia.
Mi ritrovo spesso a riflettere, su come sia importante non modificare il proprio grado di giudizio sulle cose, a seconda della latitudine in cui ci si trova, se una situazione è inaccettabile in Italia deve esserlo anche il Libano.
Ciò che ci va di mezzo altrimenti è la nostra capacità di provare a specchiarci nel dolore degli altri. Se la nostra vita ha lo stesso valore, non possiamo giustificare il disagio dei rifugiati.
Hassan vive con la sua famiglia in un quartiere popolare di Tripoli, nelle vicinanze del mercato, tutti i giorni gira per cercare di portare a casa uno straccio di sostegno economico.
La storia di Ola, sua figlia, è un racconto che inizia 11 anni fa, prima della guerra a Idlib, in Siria, e prosegue fino ai giorni nostri.
È la storia di una bambina attesa e desiderata prima ancora che nascesse; che ha rappresentato ogni cosa per i suoi genitori, i quali nonostante la povertà crescente, hanno fatto di tutto per proteggere lei e il fratellino e per farli uscire dal Paese salvi, dopo due anni di bombardamenti e scontri armati nella loro provincia.
Come tutte le storie grandiose, quella di Ola meriterebbe di essere scritta e diffusa.
Mi ripeto quotidianamente quanto sia fondamentale raccogliere queste narrazioni, dare loro un valore. Ola e Ali, il suo fratellino, soffrono di una forma di Anemia: la talassemia. Il loro sangue va cambiato mensilmente tramite trasfusioni, perché altrimenti il corpo si ammala gravemente.
Per un motivo difficile da accettare, collegato a questa malattia, il cuore di Ola da circa un mese ha smesso di battere regolarmente.
La dottoressa cardiologa Lina, che l’ha in carica in clinica a Tripoli, ci ha fatto capire senza mezzi termini che la bambina rischia di morire.
Non desidero dilungarmi su termini eccessivamente specifici, ma la sostanza è questa, ed è doloroso vedere come la paura trasformi il volto delle persone.
“Non voglio stressarti, ma io ho solo questi due bambini lo capisci?.”
Hassan è un fiume in piena, ha gli occhi scavati e sono settimane che non dorme decentemente. Credo passi molto tempo a rimuginare, come in un vicolo cieco. Ha una parlantina veloce e preoccupata.
“Per me rappresentano tutto, possono togliermi qualsiasi cosa, ma non Ola e Ali”.
La domanda che mi pongo interiormente è: “Con chi arrabbiarsi per questa situazione?
Con la guerra in linea generica? Con il dittatore Assad? Con i ribelli? Con le Nazioni Unite e le loro contraddizioni?”.
Potresti provare rabbia verso tutti e verso nessuno, questo è uno dei drammi dell’essere profughi: il sentire che la tua vita non ha un peso, che sei un numero tra gli altri. L’essere anonimo, un atomo.
Lo sguardo si fa spesso teso e la voce roca, gli occhi lucidi, sembra che tutto ciò di bello che esista sia scomparso dalla casa in cui abitano Hassan e famiglia.
Le volte in cui abbiamo incontrato queste persone il clima era spesso di incontro e ascolto, a volte sorriso e complicità, ma sullo sfondo si percepiva nettamente il fantasma della malattia al cuore che grava su Ola. Come se, per quanti sforzi fossero stati fatti, per Hassan e Um Ali non ci fosse modo di tornare ad essere felici.
Quando gli abbiamo parlato del lavoro per cercare di aiutarli ad arrivare in Europa, tramite i corridoi umanitari, tuttavia qualcosa si è spezzato in questo incantesimo malvagio.
L’aria stessa è diventata più leggera, ho cercato un termine per definire questa condizione, e credo di averlo identificato: è la Speranza.
Le condizioni materiali di Hassan non erano cambiate rispetto al nostro primo incontro, anzi, l’abitazione continuava ad essere fatiscente e il lavoro dignitoso continuava a mancare.
Quello che era mutato era il quadro, la prospettiva davanti a se, ciò che poteva dargli una spinta in più per lottare.
La Speranza è la vita stessa, ciò che ha il potere di una bomba nucleare, e che può creare qualcosa di nuovo.
Mi ha fatto effetto vedere come gli occhi lucidi fossero diventati ridenti,
la stanza grigia stessa mi è sembrata più luminosa, il clima più respirabile nonostante il fumo di sigaretta.
In questo attimo ho avuto la consapevolezza piena di cosa può salvare una vita, non solo le capacità fisiche, ma il ricorso alle risorse più intime dell’animo umano.
È stato un attimo, ma lo serbo in me come un piccolo tesoro.
Ci sono fiamme create dalle bombe e dalla violenza, che si espandono e distruggono, risucchiando ciò che di positivo esiste intorno, lasciando le persone a vivere come numeri anonimi. Esistono poi fiamme che non feriscono, nate dai gesti semplici: la mamma di Ola che pettina sua figlia e la rassicura, il nonno con la tunica lunga che sospira pensando al futuro dei suoi nipoti, Hassan che cerca freneticamente di contenere la gioia mentre legge i documenti, i bambini che corrono fuori sul balcone, gli sguardi commossi degli altri volontari presenti.
La storia non finisce qui: c’è ancora una parte del cammino di Ola che non sappiamo come proseguirà, ma c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole.
È un fuoco che ha del sacro, la Speranza divampa.
Ale

 

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