Come neve in sogno | Alessandro Ciquera

Il tuono squarcia la quotidianità di Myniara, guardo il cielo e vedo nuvole addensarsi all’orizzonte, il tempo sta cambiando.
L’aria sopra di noi è plumbea, promette qualcosa in arrivo.
Siamo nella scuola per bambini siriani profughi di Malaak, oggi svuotata per le vacanze natalizie, in giro solo qualche volontario che fa lavoretti di riparazione.
In una stanza della guesthouse in queste due settimane è stata adibita una piccola clinica di fisioterapia, decine di siriani si sono iscritti per farsi visitare gratuitamente dal dottor Alan, che da Londra ha scelto di dedicare il sul tempo agli ultimi in questo angolo di mondo.
Alan lavora con i tendini e con i muscoli, ma sa essere un buon lettore dell’anima. Mentre gli traduco i malanni dei vari pazienti, più o meno gravi, finiamo a riflettere di qualcosa che va oltre la scienza medica.
Vivere qui: in questa regione libanese marginalizzata al confine con la Siria, ti porta a vivere immerso nel dolore, spesso il dolore altrui, di vite non vissute in prima persona ma di riflesso, come di fronte ad uno specchio.
In certe occasioni mi rendo conto che conosco a menadito nomi di città e quartieri siriani, riesco a distinguere una regione da un’altra in base all’ accento degli interlocutori e da un piccolo dettaglio di un racconto intuisco la sofferenza narrata. Un fiume in piena, spesso senza argine, che travolge tutto ciò con cui entra a contatto. Storie di violenza, sopraffazione, morte; ma anche memorie di lotta, indipendenza, vita vissuta. Viviamo una vita, la nostra, ed allo stesso tempo centinaia di altre, le vite di coloro con cui scegliamo di entrare in contatto. Uno, nessuno, centomila.
Un albero, un bambino, un cortile, un fiume, un anziano, una bottega, un taxi, un ciliegio. Dettagli di un mondo che non esiste più, ma che è esistito e che vive nella mente di tanti.
Quando conosciamo qualcuno avviene qualcosa, in questo mondo strano che è l’Akkar; si crea una connessione, e il padrone dei ricordi ci concede di entrare dentro di lui, ci accompagna, ci spinge, a volte ci trascina dentro. Cadiamo quindi in un vortice di emozioni che possono anche stordire e lasciare impotenti, ma piano piano, anche con l’esperienza, si impara a farsi strada in questo groviglio di input. Cercando una via di uscita da questo paese del passato, a volte mi immagino mentre guardandomi intorno passo a fianco al ricordo di un bombardamento, poi a un ricordo di tortura, poi a un ricordo di una montagna scura, poi a un immagine di un campo profughi. Posso percepire le urla, il respiro affannato, le richieste di aiuto, i singhiozzi di gioia per una salvezza tanto attesa.
Ho viaggiato tanto in questi anni, ma molti viaggi non sono stati fisici. Come se impossibilitati dal farmi conoscere il loro paese di persona, i Siriani me lo facessero conoscere attraverso di loro, cercando di by passare i confini tra Stati.
Ho cercato di essere degno, di questa fiducia di apertura su di un mondo privato, che mi ha regalato felicità e dolori. Sempre il male cresce vicino al bene, e quello su cui possiamo lavorare è come tenere il primo a bada, senza riuscire mai a sconfiggerlo del tutto.
Oggi il dottor Alan, nel corso delle sue visite, ha conosciuto due profughi che gli abbiamo introdotto noi: sono due siriani della regione di Homs, vittime di tortura nelle carceri del regime di Assad.
Persone a cui è stata strappata la voglia di vivere dalla pelle, a colpi di bastonate e cavi elettrici scoperti. Mentre Alan con le sue mani esperte prova a sentire in quale punto le vertebre della schiena sono state schiacciate, mi rendo conto che Abdo inizia a tremare e ad assumere uno sguardo sofferente. Lo hanno colpito proprio lì, e oggi sta rivivendo quello che ha visto in prigione per quattro mesi e mezzo a Damasco. Sta tornando in quell’universo degli orrori, anche Alan se ne rende conto, e mi dice con sguardo serio: “Quando viviamo esperienze traumatiche rimangono segni dentro di noi,
segni più difficili da eliminare rispetto alle ferite del corpo, oggi Abdo ha risvegliato una parte della sua storia che aveva cercato di rimuovere”.
Fuori la pioggia ha iniziato a battere incessante, anche l’aria si fa più fredda e istintamente mi porto più vicino alla stufa a gas al centro della stanza adibita a studio medico.
“Gli eventi che ci sconvolgono spingono la nostra anima e la psiche  ad immagazzinare delle energie per proteggersi; quando usciamo vivi da esperienze di distruzione queste energie rimangono bloccate dentro di noi”.
La mente cerca di dimenticare ma il nostro corpo ha la memoria lunga, più profonda di quello che intuiamo.
L’unico modo di essere davvero liberi è tornare dentro questi vissuti, tuffarsi dentro il dolore come se fosse un liquido scuro e appiccicoso, dentro il quale è nascosta la chiave di cui avvertiamo il bisogno.
“Quale è il tuo vero bisogno?”, la risposta potrebbe essere la stessa che restituirebbe la vita di Abdo, che lo aiuterebbe a non avere più incubi la notte.
Tutti noi abbiamo bisogno di riconoscimento, di essere guardati almeno una volta nella vita come si guarda un essere umano. Senza questa attenzione siamo solo carne e sangue, con questo sguardo su di noi invece acquisiamo la polvere di stelle.
Assad e i suoi torturatori hanno reso molti uomini dei non-umani, degli zombie che hanno perso la loro identità, l’unico modo per dimostrargli che hanno fallito nei loro intenti, sta nel dare alla loro violenza una risposta più forte dei loro soprusi.
Alan guarda Abdo dolorante e rannicchiato sul letto:
“Vedi quest’uomo? Ha sofferto tanto e ha immagazzinato dentro di se molta rabbia”. Provo una improvvisa pena per lui, lo conosco da tempo e mi fa male vederlo così.
“Eppure tutti noi, per continuare a vivere abbiamo bisogno di uno scudo, una spada che tagli i nodi che ci portiamo legati dentro”.
“Quali sono i modi?” gli chiedo ingenuamente, ma intuisco dove vuole arrivare.
“La risposta più forte è l’amore, la riconciliazione, l’amicizia, la compassione, la meditazione consapevole, che aiuti a scavare”.
Lo sguardo di Alan torna su Abdo, intristito ancora una volta e con lo sguardo fisso.
“Vedi Abdo? Lui vive per sua figlia piccola di due anni, si capisce che farebbe follie per lei, Mariam è stata la sua risposta; Mariam è stata il suo perdono.”
Cala un silenzio interrotto solo dal battito della pioggia sui muri.
Mi rendo conto che sento una sensazione strana nel petto, qualcosa di familiare e al tempo stesso antico.
Tutto si mescola in questo angolo di mondo, dove il riscatto di un torturato può assumere le sembianze di una bambina con i capelli scuri e ricci che vive in un garage.
Vorrei dirgli che gli voglio bene, e che quello che ha subito non se lo merita nessuno al mondo.
Siamo testimoni di una vita che non si arrende, continua a soffiare, a scendere silenziosa, come la neve in un sogno.

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