Lo stato dell’Impero nell’era del trumpismo | Diane Perlman

La caduta dell’Impero USA – E poi che cosa?, pubblicato nel 2009, è diventato il più venduto fra i libri della TRANSCEND University Press. Con la presidenza di Donald Trump, c’è un rinnovato interesse nello stato dell’Impero USA.

Odio l’Impero USA, ma amo la Repubblica USA”. Sento da anni questo mantra da Johan Galtung, mio caro amico, mentore e collega. Con lo svolgersi degli avvenimenti, acquisisce nuovo significato.

Johan Galtung è un cittadino del mondo di nascita norvegese, sociologo e matematico riconosciuto come ‘padre fondatore’ degli studi di pace e di trasformazione dei conflitti in quanto disciplina scientifica. È stato già sovente nominato per il premio Nobel per la Pace, vincitore del Premio 1987 per un Giusto Sostentamento – il Nobel alternativo – e del premio Nobel popolare 2017. (Qui il suo discorso d’accettazione). Ha negoziato con molti capi di stato, ispirato l’idea della Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa – l’OSCE, and ha contribuito a risolvere molti conflitti fra famiglie, nazioni e (mega)regioni.

Johan ha fatto molte predizioni azzeccate di avvenimenti mondiali, fra le quali il crollo dell’Impero Sovietico nel 1989, la rivoluzione iraniana nel 1978, la sollevazione di piazza Tiananmen in Cina nel 1989, le crisi economiche del 1987, 2008 e 2011, e gli attentati dell’11 settembre 2001.

Nel 2000, Galtung predisse la caduta dell’impero USA di lì a venticinque anni. Durante la presidenza di George W. Bush, abbreviò quel termine di cinque anni al 2020. Galtung considerò Bush come acceleratore, avendo scatenato tre guerre — al terrorismo, in Afghanistan e in Iraq succedutesi alla guerra di Corea vinta nel 1953 e la guerra del VietNam persa nel 1975. Dopo quest’ultima eravamo consci di avere una sindrome psicologica “del VietNam”; per superare la quale qualcuno credeva fosse necessaria una vittoria. L’accumulo di guerre problematiche ci ha resi stanchi di guerra dopo cinque casi importanti con risultati disastrosi, conseguenze non volute, e traumi non necessari per molti milioni di persone.

Galtung ha fatto uno studio comparativo dell’ascesa e caduta degli imperi, descritte nel suo libro. Egli considera la nostra storia recente coerente con schemi precursori del crollo degli imperi, annotando che la loro ascesa e caduta è diventata più rapida recentemente.

L’idea d’Impero, fa notare Galtung, è che si fa sì che altri uccidano per nostro conto. la caduta dell’Impero è segnalata dal rifiuto dei compartecipi di uccidere per conto nostro. Nelle guerre del passato, i paesi smaniavano per mandare soldati a combattere con orgoglio con e per noi. Questa disponibilità sta diminuendo da qualche tempo.

Dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, i consulenti di politica estera del presidente G.H.W.Bush misero facilmente insieme una coalizione internazionale senza precedenti con alleati NATO e i paesi del Medio Oriente coordinando una campagna aerea nel gennaio 1991, seguita dall’Operazione “Desert Storm.”

Al contrario, il presidente George W. Bush, il figlio, col programma di invadere l’Iraq, faticò a mettere assieme alla meglio una “Coalizione dei Volonterosi”, detta da qualcuno “Coalizione dei Costretti” giacché vi si dovettero persuadere i paesi partecipanti con ricompense e minacce di castigo.

Milioni di persone marciarono per le città del mondo il 15 febbraio 2003 tentando di evitare la guerra prevedibilmente cataclismica all’Iraq. La cittadinanza globale emergente divenne nota come l’“altra Superpotenza”, come descritto dal mio amico e collega, il compianto Jonathan Schell sul Nation Magazine il 27 marzo 2003. Schell disse: “Quanto emerge è un ritratto di un mondo in resistenza.”

Galtung isolò una formula per predire il declino e la caduta degli imperi, usando il concetto delle contraddizioni che intensificano, sinergizzano e sincronizzano. Negli USA, egli identifica 15 contraddizioni descritte nel capitolo 4, accelerate da W. Bush. Analogamente, il comportamento di Trump in carica sta ulteriormente intensificando le nostre contraddizioni e la loro sinergia.

L’uscita USA dall’Accordo Climatico di Parigi sta ingrandendo parecchie contraddizioni. Aumenta la contraddizione fra gli USa e il resto del mondo, e fra gli USA e l’ONU. Il ritiro di Trump ha fatto scattare il “Siamo ancora in movimento” di sindaci governatori, aziende e cittadini USA che stanno raddoppiando i propri impegni rispetto all’accordo di Parigi. E così Trump sta anche aumentando le contraddizioni fra la propria amministrazione e i governi, le aziende, le cittadinanze locali, nonché la responsabilità verso le future generazioni, la natura, e altro ancora. Asserendo il suo bisogno di grandezza, contraddice anche al suo retaggio.

Trump ha detto di essere il presidente di Pittsburg, non di Parigi. Il che rivela carenza cognitiva, pensiero [troppo] concreto, scarsa verifica della realtà, e identificare un nome con la cosa nominata. L’accordo di Parigi non riguarda Parigi, dove s’è raggiunto l’accordo, ma l’intero pianeta. E Pittsburgh sta assumendo un ruolo guida nell’accordo di Parigi e contro il ritiro di Trump. Il quale si è messo contro Parigi e Pittsburgh, rappresentando tutto il mondo, non le città – una bella contraddizione!

Smentendo l’accordo all’Accordo sul Nucleare Iraniano, conquista storica della diplomazia multi-laterale, Trump crede di far valere la dominanza USA. Inoltre minaccia di distruggere la Corea del Nord e di privare di potere il Segretario di Stato decimando tutto il Dipartimento di Stato. Le sue azioni imperiali stanno di fatto causando il nostro isolamento, distruggendo la nostra credibilità e la possibilità che qualunque leader si fidi degli USA quale interlocutore negoziale, provocando frattanto la proliferazione nucleare. Trump sta fornendo una vivida dimostrazione della “legge degli opposti” Sta intensificando le contraddizioni fra il congresso e le altre istituzioni e nel suo stesso seno.

Ora che siamo nell’era del trumpismo, Galtung saggiamente afferma: “Donald Trump proclama ‘America First’ mentre di fatto sta produce do ‘America Last.’ Quel che ci vuole è ‘America Normale’”.

Il concetto di “America Normale” è un’idea estremista. Facciamo resistenza all’idea di essere normali, in quanto contraddice il nostro DNA e la nostra “cultura profonda” di cui scrive Johan. Siamo presi da un malsano bisogno indiscutibile di essere speciali, eccezionali, e il numero uno. USA! USA! USA!

Il bisogno di essere eccezionali è sperimentato da altri come detestabile, arrogante, e offensivo. È anche immaturo, incurante e irrispettoso del ruolo nel mondo degli altri paesi. Provoca ostilità contro di noi e crea una tensione non necessaria che nutre animosità e conflitti. Essere eccezionali è pure un onere greve.

Come parte della cultura profonda, l’eccezionalismo trafila nella psicologia individuale di molti americani. Benché si resista fieramente all’idea di essere normali, è ben più sana potrebbe essere un sollievo. Infatti, accettarsi come parte normale dell’umanità è un obiettivo psicoterapeutico per molti americani allevati per avere bisogno di essere speciali.

Infine, prestiamo bene attenzione al sottotitolo – “Fascismo o fioritura USA?” Usiamo questo ammonimento circa la caduta del nostro impero come opportunità per nutrire consciamente e intenzionalmente la nostra fioritura e l’ascesa della repubblica USA. Adesso, a novembre 2017, a seguito delle recenti elezioni di molte donne, minoranze, progressisti, e un candidato transgender, vogliamo sperare che questa nuova messe di leader emergenti possa essere inclusiva e arrivare in profondità per trattare le preoccupazioni di coloro attratti da Trump e dall’idea d’impero, dominazione, ed essere il numero uno, cosa per qualcuno comporta una compensazione per le sensazioni di umiliazione e di paure manipolate. Comporta forgiare la nostra identità USA attorno a valori più profondi e più elevati. Evolviamo in modo da poter goderci il nostro posto ottimale al mondo da paese normale fra nazioni con contributi estremamente importanti ed essenziali da dare in termini di cultura, virtù civica, e creando una società sostenibile e un pianeta vivibile.

Prefazio all’edizione speciale USA del libro La caduta dell’Impero USA – E poi che cosa? di Johan Galtung

Diane Perlman, Ph.D. è membro della Rete TRANSCEND per la Pace, lo Sviluppo e l’Ambiente e una studiosa in visita alla Scuola per l’Analisi e Risoluzione dei Conflitti dell’Università George Mason. [email protected]www.consciouspolitics.org

#513 – Diane Perlman, Ph.D. (TRANSCEND Media Service)
Titolo originale: The State of the Empire in the Age of Trumpism
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

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