Informazione e hate speech. Note a margine della presentazione del libro “Il muro della Hasbarà” di Amedeo Rossi | Roberta Lanzi


Giovedì 15 dicembre 2017 si è tenuta ieri presso il Centro Studi Sereno Regis la presentazione del libro Il muro della Hasbarà. Il giornalismo embedded de “La Stampa” in Palestina (Zambon, Francoforte 2017), di Amedeo Rossi.

Il libro si focalizza sul servizio di informazione offerto da “La Stampa” in alcuni momenti specifici e drammatici della storia del conflitto israelo-palestinese, come le operazioni militari Piombo Fuso (2008) e Margine Protettivo (2014) e l’attacco alla Gaza Freedom Flotilla (2010). Inoltre, mette a confronto quanto pubblicato dal quotidiano torinese con i dati forniti sia da fonti filopalestinesi sia da fonti terze, come organizzazioni dei diritti umani e agenzie dell’ONU, nel periodo 2010-2014 del “conflitto a bassa intensità” determinato dallo stato di occupazione a Gaza e in Cisgiordania, che influisce sulla vita quotidiana delle persone e vede succedersi episodi con scontri fra le parti di diversa natura e gravità. L’analisi riguarda le scelte linguistiche, la presentazione delle differenti versioni dei fatti, lo spazio riservato alle fonti ufficiali delle parti in conflitto e/o di fonti terze.

Durante la serata l’autore ha illustrato con alcuni esempi come il quotidiano torinese risulti cadere in alcuni “peccati capitali” dell’informazione: omissione e decontestualizzazione, equivalenza, strabismo, identificazione ed empatia, e criminalizzazione. In che modo? Per esempio citando casi di omicidio per mano palestinese ma non casi di omicidio per mano israeliana, o trattando il lancio di pietre alla stregua dell’uso della militarizzazione armata, o privilegiando solo alcune fonti.

Perché parlare dell’Hasbarà, termine ebraico che letteralmente significa “spiegazione” ma che ha assunto connotazioni specifiche di propaganda e difesa israeliane? E perché parlarne in relazione al servizio di informazione italiano? A ricordarlo, è il nome della sala in cui si tiene la presentazione, la sala Gandhi. Usare il termine “terroristico” per definire un’azione palestinese contro i coloni israeliani, non per la natura dell’attacco – decontestualizzato, attraverso l’omissione delle cause – quanto per l’associazione alla religione musulmana dell’attore in questione, contribuisce a rispolverare un pregiudizio. Il pregiudizio altro non è che un anello della catena dell’odio che mira a diffondere, incitare, promuovere o giustificare l’intolleranza e il disprezzo verso un determinato target. Ciò coincide con quanto il Consiglio d’Europa definisce Hate Speech. E questa è la conclusione di un esempio tratto dalla propaganda israeliana che i media perseguono anche attraverso le loro scelte linguistiche.

Amedeo Cottino dell’Università di Torino, socio del Centro Studi Sereno Regis, che ha presentato e commentato il libro insieme all’autore, mette in guardia da quella linea di tendenza per cui “la prassi modifica le leggi”. Questa possibilità si è già dimostrata fattibile con l’approvazione a febbraio 2017 della legge israeliana che ha legalizzato con azione retroattiva l’espropriazione delle terre palestinesi, e contro la quale è in atto un ricorso al parlamento di Israele. L’attenzione andrebbe portata anche alla prassi giornalistica, con l’auspicio che si diffonda un giornalismo etico e di pace e non un giornalismo che fomenti odio e guerra. Per farlo rimaniamo in attesa di un nuovo confronto tra Amedeo Rossi e Maurizio Molinari, provocazione lanciata dai ragazzi e dalle ragazze di Progetto Palestina e di BDS Movement, a cui è stato devoluto dall’autore quanto ricavato dalle offerte per sostenere la diffusione del suo libro e per l’organizzazione della serata.


Roberta Lanzi, linguista, è volontaria di servizio civile presso il centro nel progetto  Be COME viral 2.0: media di comunità contro l’hate speech.

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