In El Salvador, Vidalina Morales sta combattendo il patriarcato mentre difende l’ambiente | Lorena Gaibor

Vidalina Morales è una eco-femminista, leader di una Associazione nazionale di El Salvador impegnata contro le miniere (The National Roundtable Against Metallic Mining in El Salvador – MESA) che da dieci anni si batte contro gli impatti causati dalle attività di miniera nel Paese: la contaminazione delle fonti d’acqua, l’aumento di forme di cancro nelle comunità intorno alla aree di scavo, danni all’agricoltura e alla pesca, spostamenti forzati di popolazioni, destabilizzazione delle popolazioni indigene e rurali.

A Marzo di quest’anno il lavoro della MESA ha contribuito a convincere il Congresso ad approvare un bando contro le attività minerarie in tutto il Paese: El Salvador è stato il primo paese del mondo ad approvare questa legge.

Il 4 novembre il Comitato Giustizia e Pace di Denver (Denver Justice and Peace Committee – DJPC), una Organizzazione che ha sede nella zona delle Montagne Rocciose che da molti anni lavora per i diritti umani, ha deciso di insignire la MESA con il premio Global Justice & Peace Award 2017. Il ruolo di Vidalina Morales è stato essenziale nel promuovere la protezione ambientale e una maggiore giustizia a livello globale.

Poco dopo che questa leader aveva ricevuto il premio è stata svolta un’intervista di cui sono riportati qui alcuni brani.

LG: Per te personalmente e come responsabile dell’organizzazione, quali sono state le maggiori sfide che hai affrontato?

VM: Una delle sfide più dure è stata interna alla MESA: le donne non erano prese sul serio, e anche poco rispettate da alcuni membri dell’associazione che sostenevano l’idea tradizionale patriarcale che le donne non possano occupare posizioni di leader, ma badare solo alle faccende di casa. Per diventare leader è stato necessario lottare molto. Quando mi chiesero di prendere la parola come leader mi sentii discriminata per tre motivi: primo, per essere una

campesina; secondo, per non avere dei titoli di studio; terzo, per essere donna. Ma grazie al sostegno ricevuto da altre donne forti del movimento è stato possibile incominciare a promuovere la presenza di leader donne nel movimento.

All’interno del movimento la lotta è anche contro il patriarcato e l’oppressione interna… Anche se è duro spezzare il sistema di oppressione all’interno e all’esterno, è la forte determinazione – per le generazioni presenti e future – a far rimanere donne come me nella lotta.

All’inizio è stata molto dura: gli uomini non volevano accettarmi nel ruolo di leader. Ma sapevo che la lotta per la terra era a lungo termine, e che andava fatta per le generazioni future: è questo pensiero che mi ha permesso di resistere, come madre e come leader. Sono convinta che è una virtù delle donne quella di pensare non solo a se stesse ma di proteggere tutto quello che possono per il futuro.

Anche Berta Cáceres, in quanto indigena e donna, è stata discriminata da parte del suo partner e di altri, ma la sua forza interiore le ha permesso di resistere. Le prossime generazioni dovrebbero avere un futuro migliore di quello che i miei genitori hanno ereditato. Abbiamo un ambiente danneggiato, e non dobbiamo lasciarlo così ai nostri figli, dobbiamo migliorarlo.

LG: Durante la lotta di dieci anni in cui sei stata impegnata sono stati uccisi quattro membri del movimento. Ci puoi dire qualcosa di questa esperienza?

VM:  I nomi di questi martiri sono: Marcelo Rivera, Ramiro Rivera, e Dora Alicia Sorto, incinta di otto mesi, e del suo figlio piccolo. Essi saranno sempre presenti nella mente e nel cuore dei membri del movimento.

I leader del movimento attribuiscono anche la morte di altri otto membri della comunità al loro coinvolgimento nella lotta ambientale.

LG: Quali sono state le sfide maggiori per la MESA come organizzazione?

VM: Il nostro impegno maggiore è stato quello di lavorare anche al di là dei confini nazionali, stabilendo collaborazioni con i nostri vicini, il Guatemala e l’Honduras. La lotta per la conservazione dell’acqua e la preservazione dell’ambiente non può avere successo con la vittoria di un solo paese. I fiumi non conoscono confini, quindi le politiche ambientali illuminate di un solo Paese non sono sufficienti a proteggere acqua e terra al di là dei confini nazionali.

La MESA ritiene che questo primo successo ci possa dare la forza per combattere la prossima battaglia, chiedendo ai governi dei paesi vicini di seguire l’esempio del Salvador e di bandire per sempre le attività minerarie.

In questa lotta la MESA è in contatto con organizzazioni analoghe nei paesi confinanti, e sta cercando di formare una coalizione Centro-Americana. Tra gli ostacoli che incontriamo in questo progetto vi è la mancanza di risorse economiche di questi paesi, tuttavia continuiamo a impegnarci in questo senso.

LG: Quali consigli daresti ad altri attivisti che stanno cercando di costruire un fronte unitario con i loro sostenitori?

VM: Quello che ha funzionato per noi è stato essere uniti su un unico obiettivo condiviso: l’abolizione delle attività minerarie. Ma la MESA è una realtà composita, che comprende undici realtà diverse, di cui solo una è focalizzata esclusivamente sulla protezione ambientale. Gli altri gruppi aderenti sono comunità di base, chiese, gruppi religiosi, ricercatori. Inoltre siamo stati sostenuti da tutte le 23 emittenti radio delle comunità di base, che hanno trasmesso continuamente notizie durante gli anni della lotta. Lo sforzo dedicato alla comunicazione è stato cruciale per raggiungere il pubblico a livello nazionale e per aumentare la consapevolezza della gente sull’importanza di questa lotta. Ma forse ciò che contribuito di più alla vittoria è stato l’aver unito gli sforzi sotto un unico Ente, la MESA: una leadership centralizzata ha permesso di esercitare un grandissimo potere.

LG: In che modo noi che abitiamo in Occidente possiamo proteggere gli attivisti ambientali, che devono confrontarsi con minacce e violenze?

VM: Il sostegno internazionale è cruciale. Se ci sono sostenitori internazionali che denunciano le violazioni dei diritti umani commesse in America Latina, si può esercitare una pressione sui governi locali. Troppo spesso i governi non si curano di indagare sui crimini compiuti, o addirittura colpevolizzano le vittime infangando il loro ricordo, sostenendo per esempio che erano coinvolte in bande locali. Inoltre alcuni paesi, come gli Stati Uniti, potrebbero offrire asilo politico a persone che devono nascondersi perché minacciate.

LG: Quali sono le previsioni per la prossima Tavola Rotonda Nazionale?

VM: il prossimo traguardo per il movimento è far conoscere a tutta la popolazione del Salvador l’esistenza di questa nuova legge, e che questa venga approvata anche se verrà al potere un nuovo governo. Inoltre la MESA intende essere parte attiva nella messa in pratica della legge: intendiamo in particolare assicurare che ogni scavo a cielo aperto venga proibito, le aree contaminate siano sigillate e gli ambienti naturali circostanti siano bonificati. Inoltre occorre trovare soluzioni lavorative alternative per i piccoli artigiani che lavoravano intorno alle miniere in modo indipendente, e offrire loro nuove opportunità di formazione.

Inoltre la MESA sta lavorando per far approvare delle leggi a protezione dell’acqua, in particolare dei bacini idrici vulnerabili. Vi sono ancora molte comunità che non hanno accesso all’acqua: occorre lottare e far approvare delle leggi contro la privatizzazione, che attualmente è fonte di grossi guadagni per alcune potenti industrie private che vendono l’acqua in bottiglia.

Originale in: http://upsidedownworld.org/archives/el-salvador/el-salvador-vidalina-morales-uprooting-patriarchy-defending-environment/


Lorena Gaibor è membro dei Comitato Giustizia e Pace di Denver (Denver Justice and Peace Committee – DJPC) e docente all’Università di Denver.

Traduzione di Elena Camino per il Centro Studi Sereno Regis

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