Scenari di futuro: Gianni Tamino | Andrea Rosso

“Crisi ecologica, agricoltura e salute”. Questo il titolo del secondo dei quattro appuntamenti di Scenari di Futuro, presentato lo scorso martedì al Centro Studi Sereno Regis di Torino dal biologo italiano Gianni Tamino.

“È la relazione tra le parti ciò che determina la diversità, non la somma di queste”. Con questa introduzione Tamino ha improntato la sua analisi sul modello lineare che l’uomo ha introdotto in una natura che segue invece percorsi circolari. Attraverso questo presupposto sono state analizzate le visioni riduzioniste che ancor oggi governano la logica di mercato dei paesi capitalistici. Una logica in cui la società è costituita da una somma di individui, fra i quali le relazioni non sono necessarie e i processi di interazione si riducono a meccanismi lineari, con potenziali infiniti. Il mal funzionamento del modello, secondo questa prospettiva, non è che la diretta conseguenza del non adattamento al cambiamento della società.

Tale visione però, continua Tamino, non trova riscontro in natura dove gli organismi sono il prodotto di interazioni e interconnessioni tra le parti che la costituiscono e ci permettono di vivere. In natura tutto è assimilabile a un ciclo di trasformazioni e a loro volta le parti costituenti la natura (piante, animali, batteri) a loro volta sono assimilabili a cicli interconnessi e influenzabili tra loro.

Definiti questi equilibri ciclici, Tamino ha introdotto i concetti di scambi di energia e le leggi di conservazione della materia, che caratterizzano il sistema Terra, al cui interno gli elementi vengono continuamente riciclati ad opera di organismi viventi quali funghi e batteri. Per riciclare la materia prima però bisogna produrla e per produrla serve energia.

In natura, quindi, si usa energia per produrre materia biologica. Come nella fotosintesi delle piante: per mezzo di energia solare e anidride carbonica, vengono prodotti zuccheri e ossigeno.

L’uomo al contrario usa materia per produrre energia: dalla respirazione alle diverse attività umane. I materiali di scarto della respirazione sono risorse per la fotosintesi che a loro volta servono alla respirazione. Un continuo ciclo e riciclo di materia ed energia coinvolge insomma ogni singola particella costituente l’ecosistema. Si può osservare inoltre che la natura invece non produce rifiuti ma ricicla i prodotti di scarto del metabolismo. È l’uomo l’unico essere vivente a bloccare questo ciclo.

Uscendo dalla circolarità naturale, come specie Homo Sapiens, siamo diventati sette miliardi di individui. Una crescita che può sembrare illimitata ma che rivelerà tutti i suoi limiti quando la natura farà rispettare le proprie leggi per riportare equilibrio tramite la predazione. L’uomo grazie alla tecnologia e alle conoscenze è riuscito a predominare sui grandi carnivori, un tempo predatori della razza umana. I leoni sono stati sostituiti dai microrganismi che “predano” in forma di malattia e l’uomo con le guerre diventa predatore di se stesso. Regole che la natura si è data per mantenere la crescita degli homo sapiens entro certi limiti.

Nella parte centrale dell’intervento di Tamino si è focalizzata l’attenzione sull’impatto umano e sugli effetti che questo ha portato dalla rivoluzione neolitica con l’inizio dell’agricoltura alla rivoluzione industriale con il massiccio impiego di energia fossile.

Il primo impatto umano compiuto dall’uomo sulla natura si manifesta circa 10 mila anni fa con l’agricoltura. Questa attività cambiò radicalmente il rapporto dell’uomo con l’ambiente. Iniziò ad essere terreno di sperimentazione e si selezionarono le piante che meglio si adattavano alle esigenze umane.

Il ciclo naturale si interruppe definitivamente con la rivoluzione industriale: da qui in poi storicamente abbiamo imposto una civiltà lineare su un pianeta che funziona in modo circolare. Per descrivere cosa è accaduto Tamino usa una metafora: abbiamo incastrato un bastone tra le ruote di una bicicletta e bloccato il processo di rotazione che permetteva a questa di spostarsi impedendo la chiusura di ogni ciclo.

Con i processi industriali ad ogni prodotto corrisponde una grande quantità di rifiuti. Nell’attuale logica capitalista il prodotto nuovo diventa rapidamente obsoleto e viene buttato per essere sostituito da un altro oggetto che produce ulteriori rifiuti.

Il cibo segue la stessa logica.

Secondo la FAO attualmente siamo in grado di produrre cibo tanto da sfamare 10 miliardi di persone. E allora perché, essendo 7 miliardi, esiste ancora la povertà nel mondo? La risposta è che si preferisce buttarlo invece di utilizzarlo per sfamare l’intera popolazione. La causa di questa situazione non ricade sull’intera popolazione del pianeta ma principalmente su quei dei 2 miliardi di individui che controllano e mantengono gli squilibri tra i paesi.

In Italia, come affermato da Tamino, ogni anno vengono buttate quantità di cibo che potrebbero sfamare decine di milioni di persone. La soluzione per limitare lo spreco di risorse sarebbe modificare il modello di agricoltura dominante e tornare a quello contadino.

Nel corso della sua presentazione Tamino ha focalizzato la sua attenzione sulle risorse di cui disponiamo. Esse sono di due tipi: esauribili oppure rinnovabili. Queste ultime si potrebbero in realtà anch’esse esaurire se verrà superata la loro capacità rinnovativa. L’obiettivo è dunque quello di mantenere integre le risorse rinnovabili e rinunciare all’uso di quelle esauribili.

Il modello lineare oltretutto si è trasferito anche all’agricoltura con la Rivoluzione Industriale e la produzione ingegneristica di organismi OGM. Attualmente frumento, mais e riso coprono il 50 % della produzione agricola totale. Ciò significa che anche l’agricoltura insegue la logica del mercato e che questo è controllato da poche aziende. L’aumento di produzione pertanto è finalizzato non a risolvere il problema della malnutrizione ma ad aumentare il profitto.

Nonostante i dati sconcertanti che mostrano le aberrazioni di un modello di crescita di tipo lineare, è però ancora possibile invertire la rotta verso un sistema di convivenza sociale e ambientale dove i diversi modelli si possano allineare nuovamente al ciclo naturale. Questo sarà possibile solo grazie a scelte di vita individuali e collettive. Lo sviluppo economico, scandito dal PIL, non risulta più sufficiente a determinare la qualità della vita e a garantire il benessere nemmeno per i più agiati. È necessario ridurre i ritmi della crescita, instaurare e rafforzare le relazioni umane per trovare e tornare a nuove condizioni di equilibrio.


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