Voglio vedere il sangue, la violenza nel cinema contemporaneo | Recensione di Dario Cambiano

Leonardo Gandini, Voglio vedere il sangue, la violenza nel cinema contemporaneo, Mimesis, Milano 2014, pp. 114, € 12.00

Non è semplice recensire un libro così snello (114 pagine) e al contempo così denso. In questo breve saggio Gandini inserisce una quantità di idee, suggestioni, considerazioni, riflessioni, degne di ben altri spessori.

Il libro si propone di riflettere sulla relazione tra cinema e violenza. Un argomento molto caro al nostro Centro Studi, tanto che da sette anni, grazie alla accoglienza di Gianni Amelio, allora direttore del Torino Film Festival, abbiamo istituito un premio, «Gli occhiali di Gandhi», che si conferisce a quei film che meglio illustrano la nonviolenza, e che contribuiscono, con le loro storie, a educare alla pace mostrando soluzioni creative e nonviolente dei conflitti.

L’autore nel libro prova a descrivere la relazione tra cinema e violenza attraverso l’analisi di alcuni film particolarmente efficaci nello svelare il rapporto tra narrazione, regia e pubblico.

Un dato interessante è l’analisi storica: in un secolo di cinema, la descrizione della violenza è passata da un atteggiamento «stenografico» a uno «calligrafico»: mentre nei primi anni, e sostanzialmente fino agli anni Settanta, la violenza era descritta in modo molto sobrio, pudico, stilizzato, a partire dall’ultimo trentennio del Novecento la violenza è stata messa in scena con maggiore indulgenza, quasi con voluttà, compiacimento. Un fenomeno molto interessante, che interpella direttamente il sistema valoriale delle nostre società.

Gandini divide il libro in tre macroriflessioni: sguardo, forma, morale. E si sofferma sullo spettatore, chiedendosi le motivazioni di chi guarda la violenza, posta la gratuità della scelta (si paga per andare a vedere i film). Argomento di estremo interesse: cosa si prova assistendo alla violenza?

Una riflessione su cui soffermarsi: essendo la violenza al cinema «messa in scena», cioè falsa, questo ci svela come spettatori, rendendoci consapevoli del nostro guardare una finzione. Ma è una finzione priva di emozioni?

Il terreno è ancora parzialmente da esplorare, dato che gran parte delle analisi filmiche vengono realizzate non da sociologi o antropologi, ma da esperti di cinema.

Mi  auguro che l’autore voglia proseguire in questa analisi: l’unica domanda cui mi sembra non ci sia risposta – e ripeto, l’àmbito è davvero ancora molto aperto alla ricerca – è il motivo per cui piace la violenza. Quali paure lenisce? A quali ansie risponde? A quali bisogni profondi porta lenimento?

Un libro da studiare a fondo, usandone gli strumenti proposti per analizzare i film che andremo a vedere.


Leonardo Gandini è professore associato di Storia e Critica del cinema ed Estetica del cinema presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Ha pubblicato e curato diversi volumi sul cinema classico e contemporaneo.

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