Cinema | Il vichingo contro il drago. Nota su «Borg McEnroe» | Massimiliano Fortuna

Dopo essere andato a vedere «Borg McEnroe» mi è capitato di ascoltare e leggere pareri assai differenti tra loro a proposito del suo valore cinematografico. Il giudizio negativo più ricorrente ruota attorno a questa considerazione: il film non riesce a rendere il fascino sportivo di quella celebre partita che vorrebbe raccontare e dunque fallisce il suo obiettivo.

Credo però che questa valutazione si basi su un errore di prospettiva. La finale di Wimbledon 1980 è ciò a cui il film tende, l’occasione che mette in moto la narrazione, ma il cuore del racconto non è la partita in sé e la sua rappresentazione, bensì il modo in cui a quella partita si giunge, il percorso che vi conduce, quasi il cammino «spirituale» che per i due contendenti sta a monte di quella sfida. E se parliamo di sfida, inevitabilmente finiamo per accostarci a una dimensione epica. Mi sembra a questo riguardo che nel film siano compresenti due stilemi epici: quello della coppia di guerrieri antagonisti e quello dell’eroe contro il mostro.

Borg e McEnroe sono Ettore e Achille, sono due cavalieri che si affrontano, diversi e opposti tra loro ma anche simili e uniti nel profondo, ognuno è il doppio dell’altro: Borg è furente come Mac, anche lui da ragazzino strepitava e frantumava racchette, ma ha saputo domare la rabbia che il suo gemello americano esterna senza freni; e d’altra parte vediamo McEnroe, da adolescente, fissare l’immagine del futuro rivale con cui sembra volersi identificare.

Però qualcuno ha giustamente fatto notare che il film è più che altro un film su Borg, il suo avversario prende vita soprattutto a partire dall’inquadratura del suo sguardo. Da questa prospettiva sembra prevalere un altro stilema epico: l’eroe contro una creatura che lo minaccia – che del resto è, a sua volta, il doppio dell’eroe, o perlomeno un «essere» con il quale egli temporaneamente si identifica. Borg è dunque Beowulf contro il mostro, è il guerriero, vichingo per l’appunto, contro il drago. McEnroe appare innanzitutto come un «incubo» che incombe sulla vita dello svedese e mina la sua tranquillità, così lo vediamo definito dal titolo di giornale che compare all’inizio del film. Anche se forse più che le fattezze di un drago Mac ha l’aria di un ragazzino posseduto dal demonio, insomma Linda Blair ne «L’esorcista» più che il colossale Grendel.

Quando si arriva finalmente all’incontro verso cui tutto converge probabilmente al film viene a mancare qualcosa. La sua ricostruzione è impeccabile, spesso al cinema la rappresentazione del momento sportivo lascia a desiderare, «Borg McEnroe» si segnala invece per l’assoluta accuratezza nella riproduzione del gesto tennistico. Tuttavia, se è ovvio che il film non poteva essere quella partita vissuta in diretta (che probabilmente, finora almeno, è stata La Partita del tennis moderno), forse è anche vero che il pathos agonistico non riesce a raggiungere quella forza emotiva che, ad esempio, il film su Lauda e Hunt di Ron Howard ha saputo trasmettere nella messa in scena della corsa del Fuji.

Però la resa emotiva dell’incontro conclusivo, per tornare all’inizio e terminare, tutto sommato non mi pare essere un aspetto così essenziale del film, più un accidente che la sostanza narrativa, la quale appunto sembra volgersi in primo luogo all’esplorazione del tema del doppio e dell’intima relazione con la paura e con l’umano tentativo di tenerla a freno e controllarla in vista di un percorso di maturazione (persino Mac in quella finale riuscirà a dominare la sua rabbia). Oltre a una sfida che affonda le radici nella suggestione dell’epica dunque «Borg McEnroe» è anche, a suo modo, un racconto di formazione.

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